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5 Marzo 2020

Perché dobbiamo scappare dalla trappola del ‘rimborso’ per riappropriarci della cultura

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I nuovi centri culturali sono spazi di confronto, di scontro e di trasformazione. Il lavoro che svolgono è inestimabile ma è necessario fare di più per sostenerli. Farlo significa superare gli ostacoli economici e pratici che li hanno limitati fino ad ora: dobbiamo condividere strumenti, conoscenze ed esperienze. Abbiamo bisogno di una presa di coscienza collettiva. Vogliamo unire le forze con tutti i nuovi centri culturali d’Italia. Compila il nostro questionario e raccontaci chi sei.


È circolato pochi giorni fa un appello del preside del Volta di Milano, Domenico Squillace che, attraverso le parole del Manzoni – testo sacro della nostra educazione -, sollecitava la comunità dei suoi studenti ad affrontare la crisi della chiusura. Nel richiamare il passo dei Promessi sposi, diceva: «Si tratta di un testo illuminante e di straordinaria modernità che vi consiglio di leggere con attenzione, specie in questi giorni così confusi. Dentro quelle pagine c’è già tutto, la certezza della pericolosità degli stranieri, lo scontro violento tra le autorità, la ricerca spasmodica del cosiddetto paziente zero, il disprezzo per gli esperti, la caccia agli untori, le voci incontrollate, i rimedi più assurdi, la razzia dei beni di prima necessità, l’emergenza sanitaria».

La soluzione? «Approfittate di queste giornate per fare delle passeggiate, per leggere un buon libro, non c’è alcun motivo – se state bene – di restare chiusi in casa». Ovvero, sulla sollecitazione manzoniana, sulla leva culturale di quelle parole, incoraggiava ragazze e ragazzi a muoversi, ma allo stesso tempo ad utilizzare memi culturali del nostro vocabolario culturale per combattere fondamentalmente una crisi di disgregazione sociale. Alla chiusura rispondeva con un’apertura, con un richiamo che ha toccato nel profondo – visto il successo in rete del suo comunicato – l’intera popolazione italiana.

Riapriamoci, non chiudiamoci

Allo stesso tempo, siti web e social sono stati tempestati di richieste del mondo dell’economia: in questo momento di profonda crisi (dove il virus sembra arrivato ad accentuare la crisi già in corso), tutti si sono messi in fila per chiedere interventi (necessari) per far ripartire l’economia stessa. Non è mancata la voce del settore culturale (basta seguire la pagina di AgCult per vedere i continui aggiornamenti sulla questione), da quello museale, musicale, artistico, ecc., per arrivare da ultimo a quello delle imprese culturali e creative.

È di pochi giorni fa l’appello della Rete Cultura e Sociale Muovono il Sud per fare un bilancio di quanto stia accadendo, dei danni e delle possibili misure da adottare. Ma c’è di fondo una reale difficoltà nell’andare a misurare la perdita, data dall’incapacità di trasformare in numeri l’impatto che le loro attività abbiano non solo sul produttore, ma anche e soprattutto sul destinatario, la comunità.

La parola ‘cultura’ si deve staccare dai monumenti (pubblici) e dall’idea di visitatori per diventare elemento di un nuovo concetto di comunità.

Contemporaneamente assistiamo a tentativi di ovviare a questo presupposto isolamento – nel non poter essere comunità all’interno di spazi di comunità -, rilanciando la capacità contemporanea di essere connessi: dalle scuole e università che si lanciano in corsi online, al telelavoro, alle proposte, come quella ultima di Stefano Boeri, di «sperimentare una nuova forma di comunicazione a distanza», dove la cultura viaggi in rete, tenendoci connessi. Il problema per me però è il corpo, la sua fragilità (sulla quale Bertram Niessen ha dedicato profonde riflessioni) ed è su quello che dovremmo andare ad agire.

Augurandoci che in pochi giorni si riesca a ripartire, ad uscire dagli isolamenti e dagli incontrollati usi del nostro esagerato comunicare via social – che ci fa riflettere sul senso deformato della pseudo quarantena in cui siamo costretti (su questo consiglio le riflessioni di Giovanni Boccia Artieri e Vera Gheno) – mi chiedo se questa non possa essere un’occasione per riemergere con un nuovo sguardo, facendo peraltro buon uso del silenzio riflessivo che lo stato di quarantena ci impone.

Ho l’impressione che se perseguiamo la strada del rimborso – pagateci i danni -, rischiamo di rimanere ancora intrappolati in un’idea della cultura come prodotto rispetto a vecchie dinamiche. Ripagarci delle attività venute meno – lo spettacolo, la mostra, la visita al museo, il concerto, il pacchetto di turismo culturale, ecc. (con tutto il derivato/indotto) – significherebbe affermare la validità del sistema che in un certo qual modo stiamo invece cercando di capovolgere.

Dobbiamo forse invece prendere atto che il coronavirus non ha fatto altro che amplificare la profonda crisi in cui siamo immersi: l’isolamento, il rifugiarsi (od essere costretti) entro comunicazioni online, l’assenza dello spazio pubblico entro cui ritrovarsi, non sono altro che questioni attualissime, rese ancora più evidenti dal morbo.

Sarebbe bello ricostruire un senso civico, che riparta dal nuovo modo di vivere i luoghi

Non chiediamo quindi soldi indietro (per rimanere chiusi nelle vecchie logiche), approfittiamo invece per chiedere che vengano messi in atto investimenti perché, usciti dalle case, la questione culturale diventi occasione per ripensarci. L’impresa culturale e creativa italiana (ma anche europea ed internazionale) sta generando nuove forme del vivere sociale, attivando nuovi sistemi linfatici: ed è su questi canali nuovi, puri, che dovremmo scommettere.

Sarebbe bello per esempio ricostruire un senso civico, che riparta dal nuovo modo di vivere i luoghi (un dove rinnovato, vedi Venturi/Zandonai), ravvivato da un nuovo senso di fiducia (sempre Venturi su questo), dando voce alle tante realtà che stanno lavorando in questa direzione.

Pochi giorni fa doveva riunirsi per costituirsi ufficialmente la rete de Lo stato dei luoghi, ma essa stessa è stata vittima delle innumerevoli cancellazioni: obiettivo, per ora di poco rimandato, è quello di «rendere più solide e stabili le pratiche di sviluppo e rigenerazione urbana» per essere «insieme un movimento che può aprire opportunità di azione sociale diretta, rafforzare le esperienze pilota e tracciare una nuova rotta per le politiche pubbliche». Appunto, nuove politiche pubbliche sulle quali andare ad investire.

Ma dovremmo anche ripartire dalle scuole – le prime ad essere chiuse in questi frangenti – prendendo ad esempio la proposta che il ministro Provenzano ha espresso nel nuovo piano Sud2030, rafforzando «il ruolo della scuola come spazio di inclusione sociale e di condivisione culturale» attraverso un’idea di scuole aperte tutto il giorno: e magari congiungendo azioni disparate, aprendo a nuovi laboratori come quelli della Scuola di Quartieri di Milano, dove la parola scuola sia di vera connessione fisica per rilanciare modalità nuove di vivere il proprio quartiere, la propria città, il proprio territorio.

E molte altre modalità potremmo qui elencare negli obiettivi che il nuovo lavoro culturale sta realizzando: ad esempio, quei nuovo fronti di intervento che si sono aperti grazie a investimenti di assessorati/ministeri legati ai servizi sociali (anche ASL – quindi non più proventi che arrivano dai classici fondi per la cultura) in particolare coinvolgendo il mondo del teatro in azioni di inclusione sociale (da interventi sulle fasce più deboli, aree emarginate, ludopatie, questioni di disoccupazione, ecc., sui quali da tempo lavora Catterina Seia).

Approfittiamo per chiedere che vengano messi in atto investimenti perché la questione culturale diventi occasione per ripensarci

Oppure nel favoloso lavoro di Oriana Persico e Salvatore Iaconesi sui big data, per «trasformarli da asset di un’industria prevalentemente estrattiva in qualcosa che contribuisce positivamente al benessere per costruire relazioni ed empatia, solidarietà e partecipazione, conoscenza e informazione, produzione e condivisione». O ancora: sperimentare nuove forme di essere ‘cooperativi’, per crescere insieme come ‘scuola’ e ragionare collettivamente sui beni comuni, come ha fatto recentemente la La Scuola Open Source. Questi nuovi laboratori sanciscono automaticamente lo sdoganamento del concetto novecentesco di cultura come otium, riconoscendole in pieno il ruolo di cura.

Dovremmo in definitiva però aprire un tavolo di lavoro che sappia, anche secondo le teorie del nuovo consigliere del primo ministro Conte, Mariana Mazzucato, agire su un diverso concetto di stato sociale, che si fa innovatore rispetto a nuovi processi economici (e quindi culturali: «dovrebbero essere audaci e ispirare i cittadini; essere ambiziosi e inclini al rischio; avere un obiettivo e una scadenza precisi; essere interdisciplinari e intersettoriali; e consentire la sperimentazione»).

La cultura quindi non come elemento identitario (per riconoscersi allo specchio), ma di ricerca e costruzione di un nuovo senso di comunità, per abitare spazi rigenerati, attraversati da nuovi flussi (migranti in mille forme) che sappiano tradursi in nuove economie, reinventandosi nuovi vocabolari – anche social – che nutrano il cambiamento.

Potrebbe essere l’occasione anche per far esplodere la contraddizione di una cultura fortemente dipendente dal pubblico che pubblica non è più: se gran parte dell’industria creativa e culturale ancora dipende da bandi, dai continui tentativi di forzare le burocrazie lente e polverose del sistema pubblico, si potrebbero creare laboratori/zone franche, in cui andare a sperimentare nuove alleanze, nuove fondazioni di comunità che agiscano secondo altre dinamiche. Perché la parola cultura si stacchi dai monumenti (pubblici) e dall’idea di visitatori, per diventare elemento di un nuovo concetto di comunità.

Vogliamo quindi nuovi investimenti per capire come mettere in azione le centinaia di sperimentazioni che in Italia facciamo, in cui la parola chiave sia welfare culturale, ovvero come pensare un fare per il bene collettivo, sperimentando anche nuovi misuratori di impatto sociale.

Non vogliamo rimborsi rispetto al vecchio sistema, ma la capacità di immaginare ed investire su di un ruolo diverso della cultura: in questo, da creativi, imparare anche a delineare una nuova epica di visione del futuro che ci faccia emergere dalla tecnica per usare la magia come strumento di concezione di una diversa realtà (per dirla alla Federico Campagna). Un’azione mirata – come ha saputo fare il piano Sud2030 -, che, partendo da focolai strutturati, sappia poi diventare consapevolmente virale, per un’idea di co-costruzione di un nuovo stato sociale.

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