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2 Marzo 2020

La cultura al tempo del Coronavirus è fatta di disuguaglianze, di intimità, di sogni e di incubi

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I nuovi centri culturali sono spazi di confronto, di scontro e di trasformazione. Il lavoro che svolgono è inestimabile ma è necessario fare di più per sostenerli. Farlo significa superare gli ostacoli economici e pratici che li hanno limitati fino ad ora: dobbiamo condividere strumenti, conoscenze ed esperienze. Abbiamo bisogno di una presa di coscienza collettiva. Vogliamo unire le forze con tutti i nuovi centri culturali d’Italia. Compila il nostro questionario e raccontaci chi sei.


È bastata una settimana d’Italia a velocità rallentata a causa del Covid-19 perché venissero al pettine i nodi irrisolti nel rapporto tra cultura, economia e politica accumulati da almeno dieci anni a questa parte. Questi nodi hanno che fare almeno con due polarità: con chi la cultura la fruisce e con chi la produce.

La cultura è un campo complesso e affollato. C’è chi la fa, chi la distribuisce, chi la finanzia, chi la regolamenta e chi la fruisce. Su come stanno cambiando le cose per questi ultimi non sappiamo ancora molto; alcune cose sono direttamente osservabili mentre altre sembrano baluginare solo in filigrana.

Sembra che una prima conseguenza sia lo sviluppo di forme di distribuzione e fruizione on-line: streaming di incontri, dj set, concerti, azioni di yoga, corsi, dibattiti, visite guidate. A questo si accompagna la scoperta di dimensioni diverse dell’abitare e della sfera domestica, perché da qualche parte tutti questi contenuti dovranno essere fruiti. C’è chi cerca risposte in una convivialità domestica più o meno estesa, fatta di cene, visioni e ascolti di gruppo. E c’è chi è anche un po’ contento perché – tra riunioni e viaggi annullati – riesce a godersi di più la casa e a trovare tempo per leggere o per guardare film.

Sicuramente sta cambiando il modo in cui i nostri corpi si relazionano e comunicano con gli altri nello spazio. Non solo nella disposizione a distanza di sicurezza durante gli eventuali incontri dal vivo, ma soprattutto nella riformulazione della nostra idea di spazio di prossimità. Chi si incontra in strada non si stringe la mano, non si abbraccia, non si bacia. Quali saranno le conseguenze a lungo termine dell’allontanamento dei corpi degli altri dalla nostra sfera di intimità relativa?

Alcuni leggono la crisi come uno stato di emergenza disciplinare che consente, veicola o favorisce l’emersione di forme disciplinari di controllo delle relazioni, nello spazio fisico come in quelli digitali. E non è difficile seguire il filo dei pensieri verso la paura dell’altro che segna il nostro presente e che difficilmente uscirà indebolita da queste settimane.

Le realtà culturali colpite sono così diverse tra loro che provare a metterle in fila mostra quanto sia difficile parlare di “settore culturale”

Ma pochi osservatori, sembrerebbe, stanno pensando a cosa vuol dire vivere sotto l’egida del Coronavirus per chi soffre di povertà abitativa, perché può anche essere bello stare di più a casa, ammesso che la casa sia un luogo ospitale. O per chi soffre di povertà educativa e culturale, perché non è difficile immaginare chi sono i più vulnerabili quando saper gestire le informazioni è una competenza così importante. O per chi soffre, ovviamente, di povertà economica, perché i posti più a rischio sono quelli dei meno garantiti che non hanno forme di capitali o rendite a fare da cuscinetto. E le povertà, si sa, non vengono mai da sole.

E per quello che riguarda chi la cultura la fa? Alcune regioni sono state colpite da subito in modo drastico, diretto ed evidente.

L’impatto è arrivato nel giro di pochissimo con la cancellazione, lo slittamento o lo stallo delle prenotazioni per moltissimi tipi di attività culturali. Le realtà culturali colpite in questi giorni sono così diverse tra loro che provare a metterle in fila mostra ancora una volta quanto sia difficile parlare di “settore culturale”. La vertigine della differenza ostacola la costruzione di immagini mentali coerenti: un panorama puntiforme e cangiante di città medie, aree interne e metropoli che muta con le condizioni situate delle singole realtà, della struttura delle loro catene di valore economico, dell’articolazione dei tempi degli spazi, delle forme e delle regolamentazioni del lavoro.

Sono stati colpiti in modo diretto e indiretto dalle conseguenze del Covid-19 i musei di storia naturale, scienze, archeologia, storia, design arte moderna e arte contemporanea; le gallerie private che si occupano di découpage, di pittura, scultura, videoarte o installazioni interattive; i locali per la musica dal vivo che vivono di liscio e balli di gruppo, di musica sperimentale, di musica classica, di clubbing e musica elettronica, di rock e musica leggera; le accademie pubbliche e private che si occupano di design, arte, moda, musica, artigianato; le grandi librerie di catena, le librerie indipendenti “di grido” ripensate come spazi ibridi e quelle più tradizionali; i teatri che mettono in scena musical, Shakespeare o le avanguardie contemporanee; i siti storici e archeologici; le organizzazioni e i singoli che si occupano di formazione, workshop, gite, educazione dei piccoli, degli adolescenti, degli adulti e degli anziani; i nuovi centri culturali che riuniscono pubblici diversi attorno a pratiche e spazi ibridi; i grandi cinema multisala, gli storici sopravvissuti agli ultimi decenni, quelli di parrocchia o di comunità; gruppi, orchestre, musicisti, turnisti, solisti della musica dal vivo di ogni genere; operatori turistici, guide specializzate, personale di servizio, ricercatori, formatori, performer, project manager. La lista potrebbe continuare a lungo, così come l’elencazione delle reti di settore, degli enti di secondo livello, delle voci autorevoli e dei volti noti che stanno provando a fare i conti dei danni.

Per capire davvero come la cultura sta venendo affetta dal Coronavirus, però, dobbiamo andare oltre l’emergenza e guardare alla fragilità strutturale di cui soffre una parte cruciale del paese. Una fragilità figlia della generale naturalizzazione della mancanza di tutela delle forme di lavoro del precariato, della proliferazione in molti campi delle false forme di lavoro para-subordinato e dal restringimento brutale del finanziamento pubblico alla cultura. Se è vero che negli ultimi dieci anni ci siamo inventati costantemente nuovi modi per arginare questa erosione (pratiche di innovazione civica e culturale, di condivisione comunitaria, di sostenibilità economica, di sperimentazione mutualistica) è anche vero che da troppo tempo l’Italia si rifiuta di guardare dentro le dinamiche di potere dei mondi della cultura.

Per capire come la cultura sta venendo affetta dal Coronavirus dobbiamo andare oltre l’emergenza e guardare alla fragilità strutturale

Perché nel 2020 il mondo della produzione culturale riflette in modo prismatico almeno quattro delle principali forme di disuguaglianza che attraversano l’Italia.

La prima è quella di classe: ci chiede di essere realistici rispetto a chi sono, da dove vengono e dove possono sperare di arrivare i lavoratori della cultura, dell’istruzione e della ricerca: quali rendite possono mettere in gioco per continuare a fare lavori sottopagati? Quali altri capitali possono usare? Quanto a lungo possono durare?

La seconda è quella di genere: in un settore caratterizzato da una forte presenza femminile, in cui rinunce di vita e di carriera vengono richieste per continuare ad essere presenti in un settore nel quale il potere resta ancora molto al maschile, ci interroga su quali opportunità diverranno ancora più lontane, e su quali carichi verranno ulteriormente invisibilizzati.

La terza è di età: la costante giovanilizzazione dei lavoratori della cultura è tutta funzionale al mantenimento delle forme più tradizionali di rendita di potere baronale, in un contesto nel quale le opportunità di carriera e di sostenibilità economica per i più giovani sono sempre più ristrette. Saranno, come al solito, i più giovani a pagare?

L’ultima disuguaglianza, infine, è territoriale: in un paese nel quale al divario storico tra nord e sud si vanno sommando quelli tra centri e periferie, tra centri e province, tra città toccate dall’alta velocità e aree interne, ogni rappresentazione ed ogni intervento non possono non fare i conti con “il dove”. Chi vive e lavora ai margini si ritroverà ancora più distante e più marginale?

Ho scritto all’inizio di queste righe che mi sarei concentrato su due aspetti della cultura, quello della produzione e quello del consumo. Ma sappiamo che la cultura non si esaurisce in questa polarizzazione.

Le domande che ho provato a far emergere hanno tutte a che fare in un modo o nell’altro con il senso. Perché vivere la cultura – come produttore o fruitore, come organizzatore o come policy-maker – vuol dire coltivare la conoscenza e l’esperienza in quanto esercizi individuali e collettivi, filosofici e politici di risposta alle disuguaglianze, per trovare orientamenti nel mondo ed agire i propri destini.

Vuol dire dare letture e forme a mondi simbolici che impattano nel reale, rendendoci esseri umani, giorno per giorno. E non possiamo farlo se non ci chiediamo – individualmente, collettivamente, conflittualmente – cosa ci mostra tra le fessure del presente questa crisi senza precedenti. Se non ci chiediamo che tipo di cultura vogliamo, fatta da chi, per chi, con quali limiti e quali opportunità. Quali sogni vogliamo sognare e quali incubi scacciare.

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