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16 Gennaio 2020

Ad Alba c’è un camioncino che sta facendo una rivoluzione culturale semplice e radicale

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I nuovi centri culturali sono spazi di confronto, di scontro e di trasformazione. Il lavoro che svolgono è inestimabile ma è necessario fare di più per sostenerli. Farlo significa superare gli ostacoli economici e pratici che li hanno limitati fino ad ora: dobbiamo condividere strumenti, conoscenze ed esperienze. Abbiamo bisogno di una presa di coscienza collettiva. Vogliamo unire le forze con tutti i nuovi centri culturali d’Italia. Compila il nostro questionario e raccontaci chi sei.


Il 16 e 17 novembre ho partecipato a due giornate di formazione ad Alba, provincia di Cuneo, in Piemonte, organizzate dal circolo Arci Cinema Vekkio a chiusura del terzo anno di un progetto chiamato Cultura in movimento. Ci sono stato poche ore, (mi piace pensare che siano state ventitré), ma mi sono fatto un’idea di chi lavora e fa progetti in quei luoghi.

In realtà il circolo Arci non si trova ad Alba ma a Corneliano d’Alba che è confinante con una serie di comuni che si trovano sulle etichette dei vini e fanno parte della geografia narrativa fenogliana. Sono le Langhe, una distesa di colline coltivate a vigna e nocciole tra le province di Cuneo e Asti.

Il Circolo, come dice il nome, ha sede in uno ex cinema che può ospitare fino a cinquecento persone e negli ultimi venticinque anni ha animato un calendario di concerti di musica indipendente con nomi più noti e scoprendo emergenti (dal reggea all’hip hop). Sul lato lungo della sala principale, una bacheca illuminata espone un centinaio di locandine in ordine cronologico dei concerti: da quelle fotocopiate in bianco e nero degli anni novanta a quelle di oggi molto sofisticate.

Non ci troviamo in una zona depressa del nord, ma si tratta di una zona rurale e periferica molto frammentata dove i luoghi e le occasioni di aggregazione sono pochi

Non ci troviamo in una zona depressa del nord, al contrario qui il territorio è ricco e popoloso (con mia sorpresa scopro che Alba supera i 30mila abitanti), ma si tratta di una zona rurale e periferica molto frammentata dove i luoghi e le occasioni di aggregazione sono pochi specialmente per i più giovani. Qui da più di quindici anni lavora un nucleo di educatori di strada e operatori sociali guidato da Alberto Contu, soprannominato dai ragazzi Albi, che da qualche anno si sta interrogando su come agire su un territorio così vasto e tutt’altro che omogeneo.

Tre anni fa il gruppo di educatori, composto da Oreste Borra, Claudio Gorlier, Chiara Tarditi e Matteo Ternavasio, ha avuto l’idea di uscire dal circolo Arci e raggiungere i paesi intorno ad Alba: hanno acquistato un furgoncino Porter della Piaggio usato di colore rosso e con quello riescono, innanzitutto, a improvvisare un cinema all’aperto itinerante durante i mesi caldi. Basta poco: una piazza libera, ce ne sono centinaia dove non succede mai nulla, un proiettore, il telo arrotolato e le sedie, tutte cose che entrano agilmente nel Porter. Ma questo è solo l’inizio e l’obiettivo del progetto non è intrattenere, portare occasioni di svago nel territorio per bambini e ragazzi.

“Agiamo pensando che un cambiamento radicale delle nostre comunità non possa prescindere da un approccio popolare che parta dai vissuti, dalle condizioni reali dei ragazzi/e (e di noi tutti) e li colleghi ai grandi temi della società; – si legge nel documento che hanno scritto alla fine di questi tre anni – e che per unire pedagogia e politica in un rapporto fecondo di percorsi liberatori si debbano mutare e rendere sempre più calde le relazioni umane”. Sono quattro gli assi su cui si basa l’intervento sociale di questo gruppo: l’educazione, l’interrogarsi cioè criticamente sui metodi di approccio e le tecniche per includere chi si incontra; l’inchiesta sulla mappa e sul territorio in cui si lavora ponendosi anche le domande banali (dove si incontrano i ragazzi in quel paese?, quali sono i loro interessi? esiste una parrocchia attiva? che musica ascoltano?); la politica e quindi il puntare sul collettivo e tendere a delle domande trasformative (utopie?); e infine la cultura, qui intesa come autoproduzione dei ragazzi cioè la restituzione in forma canzoni hip-hop, video, flash mob di quello che è stato il percorso.

In questi tre anni sono stati coinvolti 13 territori (da Alba a Barolo, passando per Bra, Murazzano, Cherasco e Bossolasco), più di cinquecento bambini dai 3 ai 14 anni e più di trecento ragazzi dai 15 ai 25 anni, in collegamento con gli enti pubblici e le associazioni già presenti.

Nel caso di Cultura in movimento mi è sembrato che la relazione fosse messa al centro e non l’autorappresentazione del progetto

La regola del progetto, mi sembra, quello di ramificare le possibilità e aprirsi all’inaspettato. Nel concreto, ad esempio, a San Damiano quest’anno, un paese di 8mila abitanti, la richiesta di un gruppo di adolescenti di avere un campetto da calcio dove giocare il pomeriggio si è trasformata in una riappropriazione di un giardino pubblico abbandonato che in poco tempo, oltre all’installazione delle agognate porte da calcetto, ha visto la nascita di uno skate park e un’arena all’aperto per il cinema e il teatro.

Da una richiesta banale si è arrivati a una riflessione sullo spazio pubblico: cosa possiamo fare per migliorare il luogo in cui viviamo ogni giorno?

Un anno fa Alberto Contu ha messo per iscritto i ragionamenti che hanno portato alla nascita del progetto: si può leggere qui. In questo articolo c’è scritta la teoria ma nella pratica ho notato un aspetto, durante le giornate di formazione, che è quasi sempre assente in contesti simili: l’assenza di autoreferenzialità.

Il problema, infatti, delle realtà che lavorano in contesti di educazione non formale, fuori o affiancate alla scuola e altre istituzioni, è il bisogno costante di autopromuoversi, di subordinare tutte le attività all’immagine che si vuole mostrare, perché in sostanza il referente è istituzionale e capisce solo quel linguaggio.

Nel caso di Cultura in movimento mi è sembrato che la relazione fosse messa al centro e non l’autorappresentazione del progetto. Una relazione con i giovani, che in effetti partecipano a tutte le diramazioni durante l’anno dal teatro ai laboratori di compiti a casa fino alla sala prove dove registrare le canzoni con il proprio gruppo, ma anche una relazione con gli adulti.

Durante le giornate di formazione buona parte dei laboratori erano, com’è naturale, diretti ai ragazzi e tenuti da ospiti esterni: per quello sul rap Militant A degli Assalti Frontali, Damiano Grasselli del Teatro Caverna per il teatro, Davide Crudetti di Zalab per quello sul video e sul fumetto Federico Manzone di Canicola. Ma buona parte dell’appuntamento era dedicato agli adulti, con tavoli sui quattro assi (politica, educazione, cultura e inchiesta) tenuti da ospiti esterni come Checchino Antonini, Stefano Laffi e Christian Raimo, in un clima più da assemblea che da formazione vera e propria.

L’ambizione è quindi alta e concreta: “praticare l’obiettivo” come diceva un grande sindacalista piemontese Pino Ferraris. Come si legge nel documento a conclusioni di questi primi tre anni di sperimentazione: “Il tema di fondo è quello di costruire una pedagogia militante propedeutica ad un cambiamento radicale della società, non in modo ideologico e didattico, contenutistico, ma provando a far nascere il sentimento di una critica e di una ricerca pratica alternativa all’esistente per le nostre esistenze alienate e sfruttate.”

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