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10 novembre 2016

L’innovazione culturale pretende di generare un movimento che si basi principalmente sul riconoscimento umanistico come motore d’azione, come elemento di coesione e d’intervento. Si parte semplicemente e senza alcuna retorica da noi, dalle nostre mani e da quello che c’è di rimasto, ma soprattuto da fare.

Le mani dell’innovazione culturale

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Il nuovo romanzo grafico, La terra dei figli (Coconino Press) di Gianni Pacinotti in arte Gipi sembra annunciarci un’apocalisse che rischia di sconvolgere gli attuali equilibri o se si vuole disequilibri. Gipi racconta con la consueta poeticità una storia sotto forma di destino ineluttabile, quello della terra, ma non dimentica un non banale sentimento, quello dei figli. Un sentimento che non è fatto di speranza, ma di consapevolezza unita ad una meraviglia che rimane difficile da scalfire, anche se sulla porta capita oggi di trovare Donald Trump.

“Sulle cause e i motivi che portarono alla fine si sarebbero potuti scrivere interi capitoli nei libri di storia. Ma dopo la fine nessun libro venne scritto più.” Scrive Gipi in apertura di La terra dei figli.

Dopo i libri resta in qualche modo la necessità di raccontare le pieghe di quei volti spesso lontani che appartengono già oggi ai figli, a chi sta cambiando velocità all’esistenza con la naturalezza di un pensiero come di un gesto. Storie ancora prive di discorso, ma che già stanno iniziando a prendere forma, come racconti, come certi ricordi promettenti.

A Torino sono i giorni della chiusura di Artissima, ormai uno dei punti di riferimento per il mondo dell’arte contemporanea almeno in Italia. Un caro amico scrittore che però da anni non fa più lo scrittore, ma si occupa egregiamente di altro (seppur sempre nel mondo della cultura) mi ha invitato ad un brindisi o ad un caffè, al momento non ho capito bene, insieme ad altri suoi amici.

Come spesso accade quando mi sottopongo (per mia fessa volontà così come per obblighi diciamo sociali impostomi) ad eventi pubblici anche solo per presenziare o come si dice per salutare mi ritrovo ridotto ad un cencio da bar. Così mentre si parla animatamente del referendum del 4 dicembre ascolto a braccia conserte e con le gambe annodate sotto alla sedia come in attesa di un tram o che la pioggia passi. Ascolto, ma non ascolto per davvero fino a quando mi si chiede di cosa mi occupo (domanda sempre cruciale) e ad un mio iniziale silenzio che si potrebbe definire meditativo il mio amico non più scrittore informa i convenuti che mi occupo di innovazione culturale.

Una strana meraviglia attraversa gli astanti, ma in generale sembrano tutti piacevolmente incuriositi. Mi vengono poste domande a cui tento di rispondere come spesso succede trovando ogni volta un senso più preciso al mio ruolo e al termine che mi etichetta. È uno scambio piacevole e per certi versi anche elettrico. Un certo entusiasmo si propaga fino a trasformarsi in una sorta di paradisiaca speranza per un futuro migliore.

Sembra irreale, ma sto effettivamente rassicurando e generando speranza in queste persone. Donne e uomini colti, persone affermate e certamente lontane da ogni banale ingenuità che tuttavia necessitano fortemente di rassicurazione sul futuro: il proprio e quello del Paese. La loro non è quasi mai paura, ma ricerca di senso, bisogno di conferme. Ovviamente non sono io colui che può rassicurare e soprattutto aggiungere senso a quelle che possono essere definite semplicemente vite di successo, tuttavia proprio il mio ruolo mediano sembra la cosa che più li convince. Insomma come direbbe un mio caro amico sociologo mi sto posizionando brillantemente rispetto al mio pubblico di riferimento.

Tutto bene dunque solo che non mi ero accorto di una giovane donna dal viso sorridente che seduta proprio davanti a me non dice nulla fino quando non apre la bocca per chiedermi con accento francese: “Ma dunque Che Cavolo è questa innovazione Culturale? Non ne capisco proprio il senso”. E come picchiano duri i francesi sulle C quando parlano in italiano è sempre stupefacente. In questi casi aspetto un po’ prima di parlare e invece di rispondere faccio domande. Le chiedo chi è, mi informo su di lei. Nel frattempo gli altri ricominciano a discutere di referendum.

Lucie ha ventisette anni, fa l’attrice (piccole parti, ma in film di qualità), e dopo una laurea in filosofia a Paris 1 si occupa di arte contemporanea, non ho capito se come artista o altro. Lavora comunque per un’importante istituzione culturale francese e vive a Parigi e proprio non capisce il senso di questa formula italiana che va sotto il cappello di innovazione culturale. E anzi più mi spiego, meno capisce. Rimaniamo così zitti mentre gli altri ancora sembrano pervasi dal demone della politica. Parlano di Renzi e io non ho assolutamente voglia di rimanerne impigliato.

Mi torna in mente un piccolo e prezioso libro pubblicato qualche mese fa dal grande storico Adriano Prosperi, Identità. L’altra faccia della storia (Laterza). Il volumetto raccoglie alcune conferenze sul tema dell’identità ed è fortemente illuminante nel ridefinire la crisi italiana che spesso viene etichettata alternativamente come crisi politica o economica. La crisi segnala Prosperi è identitaria sia per la sua assenza sia per la sua ossessiva ricerca, o meglio per la sua insistente quanto vacua fabbricazione.

L’identità che abbiamo perso è infatti il prodotto di un combinato che ha visto per molteplici motivi crollare un sistema che non fu solo politico e non fu solo economico. Un sistema pubblico e privato insieme, un sistema culturale che forse era in parte già smarrito, ma che all’inizio degli anni Novanta venne sostanzialmente cancellato. Quella che in Francia va sotto il nome di differenza in Italia è oggi facilmente traducibile con assenza. Il crollo del sistema italiano fu tale infatti che ad oggi nessun elemento classico del sistema sociale è in grado di ottenere sufficiente autorevolezza e spazio. Quel sistema che una volta conteneva quelli che potevano essere definiti mondo politico, mondo economico, mondo pubblico e mondo privato oggi è totalmente spappolato da una guerra per bande incapace di qualsisasi prospettive.

Quelli che una volta erano i grandi partiti politici ossia veri e propri contenitori di idee come di enormi contraddizioni, ma anche di suggestioni e visioni oggi non sono altro che una patetica marchiatura dell’attualità, un marketing da osteria buono all’occasione. E quelle che una volta erano le grandi imprese di sistema oggi sono singoli elementi di una guerriglia che vede contrapposti a seconda del caso produttori di scarpe a quelli di maglioncini. Un basso cabotaggio che facilmente scade nel ridicolo oltre che nei debiti. E così in quasi tutti gli ambiti. In sostanza una settorializzazione che non è stata una virtuosa riorganizzazione, ma una chiusura repentina alle sfide e agli obblighi del contemporaneo.

Un crollo tipicamente italiano perché seppur in crisi non è avvenuto nulla di simile in Francia o in Germania e ancor meno nel Regno Unito che pur è attraversato continuamente da fortissimi scossoni.

Abolito un sistema (per altro tutt’altro che sano e virtuoso) si è palesata in Italia una guerriglia fatta di mantenimento di vecchie abitudini e di assurdità da luna nel pozzo. L’innovazione culturale nella sua tipicità italiana ha così davanti a sé il compito primario di restituire senso ad una serie di legami smarriti. Restituire forma ad un dialogo perduto tra parti che non sembrano più identificarsi in un nessun ruolo sociale.

Dunque dialogare con elementi ad oggi lontani ricostruendo fili e tessendo reti, ma anche e soprattutto definire una diversità perché sotto il cappello innovazione culturale non finisca tutto e il contrario di tutto, comprese quelle deformità che ad oggi tradiscono il senso di termini come condivisione e pubblico. Un lavoro che da una parte ricostruisce strutture obbligatoriamente leggere, liquide, ma che dall’altra deve porre muri solidi e avvertenze chiare ad un sistema globale che bussa ad un’Italia da tempo priva di porte e portoni.

Certamente questa elaborazione non è priva di contraddizioni, spesso brucianti. Così come non è facile pensare e ipotizzare un sistema inclusivo dentro al quale la distinzione non sia più ideologica (esistono sempre i riflessi condizionati), ma di carattere sistemico. Confondersi, ma non distrarsi si potrebbe dire, sparire magari, ma mai isolarsi. Innovazione dunque perché crea nuovi percorsi e rielabora vecchi concetti all’interno di nuove strategie. Culturale perché ricerca una diversità intesa non come distinzione, ma come riconoscimento: come luogo dentro al quale ogni diverso possa avere uno spazio di elaborazione comune e dunque personale.

Il privato è pubblico si sarebbe detto una volta. In un certo senso sì, ma in in certo senso no in quanto proprio quello slogan e altri con lui aprirono ideologicamente le porte ad un’individualismo obbligatorio perché al suo interno conteneva una disumanizzazione che ad oggi è sostanzialmente alla base anche di quella che è definita su altri livelli (ma non molto discosti) come crisi della cultura umanistica. L’innovazione culturale pretende invece e fortemente di generare un movimento che si basi principalmente sul riconoscimento umanistico come motore d’azione, come elemento di coesione e d’intervento. Si parte semplicemente e senza alcuna retorica da noi, dalle nostre mani e da quello che c’è di rimasto, ma soprattuto da fare.

Lucie mi osserva perplessa, non è convinta. Mi fa domande e io rispondo fissando la sua giacca, il risvolto stretto di velluto e le maniche arrotolate sulle braccia. Le guardo le mani che agita molto. Parla a bassa voce, ma gesticola con vigore. Ha mani giovani diverse dalle mie, lei è già di un’altra generazione e lo intuisco a tratti dalla velocità del suo ragionare come dalla velocità delle sue perplessità. Usciamo e discutiamo ancora un po’ fuori, con un bel sole invernale in faccia. Lucie cammina avanti e indietro e mi parla come se parlasse a se stessa, poi sempre velocemente mi stringe la mano per salutarmi. Eccole qui le nostre mani penso mentre se ne va camminando veloce.

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