Cybertariato: lavoro e tecnologia nel nuovo Millennio, una conversazione con Ursula Huws

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    Into the Black Box: Vorremmo iniziare con una domanda biografica. Guardando la tua opera complessiva, sembra abbastanza chiaro che dall’inizio degli anni Ottanta la tua principale attenzione si sia rivolta al rapporto tra lavoro e tecnologia, con una costante attenzione al lavoro delle donne. A partire dal 1982, in articoli come “Domestic Technology: liberator or enslaver?” (pubblicato sulla rivista “Scarlet women”, una rivista nata “per fornire un forum alla rete femminista socialista”) indaghi sugli effetti delle nuove tecnologie sulla casa, certificando come non fossero riuscite a liberare le donne dal ruolo di lavoratrici domestiche. La tecnologia e il suo impatto sulla vita comune è stato l’argomento di altri articoli degli anni ottanta come “Society at Work: The New Homeworkers”(1984)1U. Huws, Society at Work: The New Homeworkers, in “New Society”, 22 marzo 1984. e “Terminal Isolation: the Atomisation of Work and Leisure in the Wired Society” (1985)2U. Huws, Terminal Isolation: the Atomisation of Work and Leisure in the Wired Society, in Radical Science (a cura di), Making Waves. The politics of Communication, 1985.. In entrambi, ti sei confrontata con un certo anticipo col nuovo “isolamento sociale” intrinseco al telelavoro, segnalando i rischi di invasione del lavoro sulla vita familiare e sociale: temi molto importanti anche oggi, a trent’anni da quelle pubblicazioni.

    Pubblichiamo un estratto da Capitalismo 4.0. Genealogia della rivoluzione digitale (Meltemi editore)

     

    Il telelavoro è al centro di un libro che hai curato (con Werner Korte e Simon Robinson) nel 1990 dal titolo “Telework: Towards the Elusive Office”3U. Huws, W. Korte, S. Robinson, Telework: Towards the Elusive Office, New York, John Wiley & Sons Inc, 1990, e di molti altri articoli o capitoli di quegli anni (solo per fare qualche esempio: “The Legal Implications of Telework”4U. Huws, The Legal Implications of Telework, in “Practical Computing”, 01, 1990 ancora nel 1990 e “Teleworking in Britain”5U. Huws, Teleworking in Britain, in “Employment Gazette”, 1994. pubblicato nel 1994). Tra i testi scritti in quel periodo crediamo meriti particolare rilievo “Teleworking and gender” (1996)6U.Huws, Teleworking and gender, The Institut for the Employment Studies, 1996..

    Nel libro prendi in considerazione i primi sondaggi su larga scala sul telelavoro in tutta Europa, dove è stato dimostrato che c’era “un certo grado di polarizzazione tra i telelavoratori con un’istruzione inferiore (che erano per lo più donne) e quelli con un’istruzione superiore (che erano per lo più uomini)” (p. 20), ed era abbastanza chiaro che le donne spesso fossero “sottopagate, sottovalutate e risentite del modo in cui il loro lavoro [era] banalizzato dagli uomini con cui vivono” (p. 26). In una ricerca su 188 traduttori (100 donne e 88 uomini) in una società britannica chiamata Wordbank che aveva telelavoratori provenienti da 28 paesi europei, i risultati hanno mostrato che il telelavoro è apparso “ugualmente capace sia di rafforzare i tradizionali ruoli di genere sia di metterli in discussione” (p. 83).

    Il “proletariato di piattaforma” o “piattaformariato”, un soggetto con condizioni di lavoro, diritti sociali e potere di contrattazione collettiva piuttosto terribili

    Infatti il telelavoro è stato “spesso scelto proprio perché sembra offrire più autonomia e controllo sul proprio orario di lavoro rispetto al lavoro in ufficio”. È chiaro, tuttavia, che nella pratica il telelavoro è spesso accompagnato proprio dalle condizioni opposte (p. 84) sia per gli uomini che per le donne, anche se i risultati “rivelano che sono ancora le donne ad assumersi la maggior parte della responsabilità della cura dei figli” (p. 86). All’inizio del nuovo millennio la tua concentrazione si sposta sull’eWork e sul lavoro digitale: sei stata indubbiamente antesignana in proposito nel tuo “The Making of a Cybertariat: Virtual Work in a Real World”7U. Huws, The Making of a Cybertariat: Virtual Work in a Real World, New York, Monthly Review Press, 2003. dove avevi già una prospettiva globale più specifica espressasi poi in volumi come “The restructuring of global value chains and the creation of a cybertariat”8U. Huws, The restructuring of global value chains and the creation of a cybertariat, in C. May (a cura di), Global Corporate Power, Lynne Rienner Publishers, 2006. pp. 65-82. .

    Il nuovo proletariato (anzi cybertariato, su cui torneremo) nato dalle innovazioni tecnologiche è stato uno dei tuoi principali temi di indagine, ed è abbastanza significativo che ancora oggi se ne parli quando consideriamo quello che potremmo chiamare il “proletariato di piattaforma” o “piattaformariato”, un soggetto con condizioni di lavoro, diritti sociali e potere di contrattazione collettiva piuttosto terribili. Non a caso in anni più recenti ti sei focalizzata sull’economia digitale, con vari scritti tra i quali ricordiamo “Labour in the Global Digital Economy”9U. Huws, Labor in the Global Digital Economy: The Cybertariat Comes of Age, New York, Monthly Review Press, 2014, il lavoro sulla gig economy europea nel contesto del progetto Dynamics of virtual work, e infine l’ultimo libro intitolato “Labour in Contemporary Capitalism: What Next?”10U. Huws, Labour in Contemporary Capitalism: What Next?, Londra, Palgrave-Macmillan, 2019.. A partire da questa panoramica, che delinea un lavoro di lungo periodo, arriviamo alla domanda. Cosa ti ha portata a concentrarti sul rapporto tra tecnologia e lavoro fin dall’inizio del tuo percorso di ricerca? E più in generale, potresti dirci qualcosa in più sulla tua traiettoria di ricerca e sul tuo approccio all’argomento?

    Ursula Huws: Il mio interesse per la tecnologia è stato molto influenzato dalla mia esperienza come lavoratrice. All’inizio degli anni settanta ero attiva nel sindacato nazionale dei giornalisti, un sindacato che rappresentava i giornalisti della stampa e della televisione, ma che si stava espandendo anche nella rappresentanza dei lavoratori nell’editoria di riviste e libri. Ho iniziato a occuparmi dell’organizzazione dei lavoratori nell’editoria libraria, dove ero impiegata, un settore in cui la rappresentanza sindacale era molto scarsa e i lavoratori erano molto poco retribuiti – per lo più donne e alcune persone sottopagate con contratti di lavoro autonomo che lavoravano da casa loro come correttori di bozze, copisti, indicizzatori o traduttori. Per convincere il sindacato ad ammetterli all’iscrizione abbiamo dovuto fare una campagna per far cambiare alcune delle regole. Per questo motivo sono diventata molto attiva nel sindacato a livello nazionale e più nello specifico nel campo dell’editoria libraria. A livello nazionale gran parte della forza del sindacato si basava sui giornali, dove il Nuj lavorava a stretto contatto con i molti altri sindacati della stampa, sulla base di una complessa divisione del lavoro tra lavoratori altamente specializzati che praticavano compiti specifici e altri legati alle “vecchie” tecnologie di stampa a caldo. Poiché i giornali sono una merce altamente deperibile (ogni numero viene licenziato entro 24 ore), questi sindacati avevano una notevole forza sul posto di lavoro – anche un breve sciopero di poche ore poteva “uccidere” un’edizione – e avevano quindi accumulato una grande forza politica e salari elevati, in una forma di sindacalismo artigianale strettamente legato a specifiche tecnologie e mezzi di produzione. Intorno al 1973 o al 1974 cominciarono ad arrivare voci dall’altra parte dell’Atlantico secondo cui si stavano introducendo nuove tecnologie computerizzate che avrebbero fondamentalmente messo in discussione questa forza, sostituendo le vecchie tecnologie a caldo (e altre, come la stampa litografica offset) rendendo superflue molte delle tradizionali competenze “artigianali”. Un sottogruppo all’interno del Nuj, con il quale ero collegata, decise di mandare qualcuno negli Stati Uniti per parlare con i membri del sindacato dei giornalisti del Washington Post per scoprire cosa stava succedendo. Questo portò alla pubblicazione di un opuscolo, intorno al 1975, intitolato “Giornalisti e nuove tecnologie”.

    Ursula Huws

     

    Nel 1976 mi sono trasferita da Londra a Leeds, nel West Yorkshire, una città che ha segnato molto la sua storia nella rivoluzione industriale come centro di produzione di macchine utensili e di abbigliamento legate al commercio della lana. Era geograficamente vicina a città come Bradford, Halifax e Huddersfield, dove la lana veniva tessuta in tela o trasformata in tappeti. A Leeds si producevano i telai che rifornivano le tessiture, ma anche il tessuto finito che veniva trasformato in abiti. Negli anni settanta, sebbene in declino a causa della produzione offshore, Leeds aveva ancora alcune delle più grandi fabbriche di abbigliamento in Europa. Le competenze che fecero di Leeds un centro per la produzione di telai e macchine da cucire ne fecero anche un centro per la produzione di altri macchinari, come le macchine da stampa.

    L’azienda per cui sono andata a lavorare a Leeds aveva una divisione editoriale (produzione di libri scolastici) ma anche diverse fabbriche che producevano altri prodotti per le scuole (come banchi, vernici e canne), oltre a diversi grandi magazzini. Gestiva anche il più grande servizio di distribuzione di libri alle scuole del Regno Unito. Si potrebbe dire che i suoi operai facevano parte della classe operaia del West Yorkshire. Tuttavia gli impiegati, che erano molti, non erano sindacalizzati. Il reparto dove lavoravo era ospitato in un grande edificio centrale con una struttura industriale (rilegatura di libri) al piano terra e uffici al piano superiore in cui avevano sede anche molti altri impiegati. Condividevamo varie strutture, come un’enorme mensa (anche se il personale di diversi gradi doveva mangiare in diverse parti di essa, con variazioni nei tipi di cibo e nei livelli di servizio offerti).

    Dalle conversazioni con gli altri lavoratori della mensa e dei servizi igienici femminili ho scoperto che le nuove tecnologie venivano introdotte anche in molte funzioni d’ufficio, ad esempio l’inserimento dei dati che in precedenza era stato fatto da operatori di punzonatori a chiave (i buchi venivano perforati nelle schede per alimentare i dati nei grandi computer mainframe) veniva ora inserito elettronicamente, utilizzando tastiere e “terminali muti”. Le donne che facevano questo lavoro si lamentavano di mal di testa, di affaticamento degli occhi e di dolori al collo e alle spalle lavorando tutto il giorno a questi schermi e a queste tastiere. Sono stata coinvolta in una campagna di reclutamento sindacale per organizzare il personale dell’ufficio di questa azienda e questo si è rivelato essere uno dei temi più importanti per motivarle a partecipare alle riunioni. Ricordando ciò che avevamo imparato sull’impatto dell’informatizzazione sul lavoro di stampa delle notizie, ho iniziato a fare una ricerca di base per saperne di più sulle implicazioni di queste nuove tecnologie sul lavoro d’ufficio più in generale.

    Contemporaneamente, mi stavo impegnando in una più ampia rete di attivisti a Leeds, che comprendeva sindacati, gruppi di donne, associazioni di inquilini e altri gruppi della comunità, inizialmente riuniti in un corso serale organizzato attraverso l’Associazione educativa dei lavoratori. In una sorta di ricerca collaborativa dal basso verso l’alto, influenzata dalle idee di Paolo Friere, il gruppo ha prodotto un opuscolo intitolato “La base economica di Leeds”, che è stato molto letto e discusso a livello locale.

    La rete ha portato a diverse campagne locali che hanno riunito lavoratori e persone della comunità in generale, ad esempio un’azione intorno al trasporto in autobus, in cui i gruppi della comunità hanno sostenuto le richieste dei lavoratori degli autobus per il miglioramento della retribuzione e delle condizioni di lavoro e l’inversione dei tagli ai servizi e i lavoratori degli autobus hanno sostenuto la comunità con una forma di azione industriale in cui, invece di scioperare, hanno fornito un servizio gratuito, rifiutando di prendere soldi dai clienti per le tariffe. Sulla base di queste vittorie, siamo stati in grado di raccogliere fondi per un “centro di informazione e risorse sindacali e comunitarie” per fornire ricerca e sostegno alle organizzazioni locali dei lavoratori, ai gruppi di donne e alle organizzazioni della comunità. Questo centro è stato aperto nel 1978 e io sono stata una delle prime lavoratrici. Sulla base della mia esperienza nel mio precedente lavoro, ho iniziato a fare ricerche più sistematiche sull’impatto della tecnologia sui posti di lavoro locali e, nel 1978, questo è diventato improvvisamente un tema di grande attualità, a causa di un programma della Bbc chiamato “Now the Chips are Down” che ha portato all’improvviso all’attenzione dell’opinione pubblica la questione della perdita di posti di lavoro associati alle nuove tecnologie.

    Poiché nessun altro aveva ancora fatto molte ricerche al riguardo, questo significava che da un giorno all’altro sono diventato un’“esperta” del settore. Questo ha reso possibile la raccolta di fondi per progetti di ricerca da utilizzare per finanziare il lavoro del centro.

    Grazie alla mia esperienza nell’organizzazione dei lavoratori a domicilio nell’editoria libraria è stato possibile vedere le connessioni tra i modi in cui queste nuove tecnologie venivano utilizzate nel lavoro d’ufficio e il potenziale di nuove forme di trasferimento del lavoro con un contenuto digitale collegato da reti di telecomunicazione. Nel 1980-81 ho effettuato il primo studio di quello che è stato definito “telelavoro” e mi sono anche interessata ai modi in cui le stesse tecnologie (supportate, nelle prime fasi, da collegamenti satellitari) venivano utilizzate per trasferire l’inserimento di dati e altre forme di lavoro digitale a bassa specializzazione in Asia e nei Caraibi (“offshore outsourcing”). Successivamente questa è diventata la base per un ampio lavoro sul ruolo della tecnologia nel consentire lo sviluppo di catene del valore globali, una tendenza che ha subito una forte accelerazione dopo il 1989.

    Into the Black Box: In generale, seguendo la global labour history, l’idea stessa di “Rivoluzione Industriale” appare piuttosto problematica nella misura in cui sembra che tale concetto manchi di uno sguardo globale e di una analisi di lunga durata. Se prendiamo ad esempio la Rivoluzione Industriale britannica, e quindi la cosiddetta prima Rivoluzione Industriale, che potrebbe essere identificata solo dalle lettere maiuscole, secondo il famoso incipit de Il Prometeo liberato di David Landes, se prendiamo questa come esempio vediamo agilmente come solamente una prospettiva globale potrebbe far luce sui fattori endogeni cruciali che ne hanno permesso il dispiegarsi. E così, ad esempio, come suggerito da Sven Beckert nel suo “Impero del cotone. Una storia globale”11S. Beckert, L’impero del cotone. Una storia globale, Torino, Einaudi, 2014. non si può capire la rivoluzione industriale se non si prendono in considerazione le piantagioni di cotone del continente americano: “I mercanti di schiavi, i recinti degli schiavi, le aste di schiavi e la conseguente violenza fisica e psicologica di milioni di persone in schiavitù erano di un’importanza centrale per l’espansione della produzione di cotone negli Stati Uniti e della Rivoluzione Industriale in Gran Bretagna” (p. 59). In qualche modo questa affermazione si pone sullo stesso piano di quanto affermato da W.E.B. Du Bois molti anni prima, quando sosteneva che per comprendere appieno la Rivoluzione Industriale sarebbe stato più utile guardare all’Oceano Atlantico piuttosto che a Manchester. In altre parole, l’allargamento geo-spaziale della prospettiva condurrebbe a un’interpretazione diversa di quella “Rivoluzione”, mostrando continuità laddove si vede solitamente interruzione. Insomma, è abbastanza chiaro che nel periodo che va tra il 1780 e il 1840 sono stati fatti dei miglioramenti tecnici sorprendenti (dopo tutto, è ben noto che la caratteristica principale della Rivoluzione Industriale fu “l’innovazione tecnologica”12R. Allan, The British Industrial Revolution in Global Perspective, Cambridge University Press, 2011.). Tuttavia, a partire in particolare da libri come quello di Sydney Pollard intitolato “La conquista pacifica”133 S. Pollard, La conquista pacifica, Bologna, il Mulino, 1981. pubblicato negli anni ottanta, emerge un’interpretazione meno celebrativa di quell’evento, e gradualmente è nata un’analisi critica più complessa che ha collegato in maniera decisamente più esplicita schiavitù, imperialismo e colonialismo con la cosiddetta Rivoluzione Industriale. È in tal senso in fondo, che ci sembra si debba evidenziare la continuità piuttosto che la rottura. In qualche modo, la stessa cautela dovrebbe forse essere adottata anche quando parliamo di “Cybertariato”. In effetti, scorrendo la stessa lista delle tue pubblicazioni delineata nella domanda precedente, possiamo vedere una continuità evidente tra “telelavoro” e “platform working” sia in termini di minaccia dei diritti sociali, sia in termini di isolamento sociale, ecc. Cosa ne dici? Cosa pensi della cosiddetta “Rivoluzione Industriale 4.0”? In che misura vedi in essa una vera e propria “Rivoluzione” e in che cosa vedi continuità? Inoltre, dietro le trasformazioni contemporanee del lavoro ci sembra di intravedere ragioni sia tecniche che politiche: vedresti la “Rivoluzione Industriale 4.0” come una sorta di risposta capitalistica alla sua stessa incapacità di riprodursi o la vedi più come una trasformazione della forza lavoro?

    Ursula Huws: In linea generale direi che è una caratteristica propria del capitalismo quella di procedere a singhiozzo, con un susseguirsi di crisi periodiche a cui segue una grande ondata di ristrutturazione che al contempo distrugge violentemente le vecchie industrie e i vecchi modi di vita e produce lo sviluppo di nuove merci, con nuovi mezzi di produzione. L’insaziabile necessità del capitalismo di espandersi viene alimentata in parte da nuove forme di ciò che Marx chiamava “accumulazione primitiva”, dando vita a forme completamente nuove di merci ispirate al mondo naturale o su attività umane che prima non rientravano nell’ambito dell’economia monetaria, e in parte trae linfa dall’abbassamento dei costi del lavoro nella produzione e distribuzione delle merci esistenti. La tecnologia svolge effettivamente un ruolo in entrambi i casi.

    Into the Black Box: Tornando al “Cybertariato” la nostra terza domanda è sui “soggetti al lavoro”. Il libro “The Making of a Cybertariat? Virtual Work in a Real World”, è una tua raccolta di saggi scritti dal 1982 fino all’inizio del 2000, mentre “Labor in the Global Digital Economy. The Cybertariat Comes to Age”, è in qualche modo la continuazione degli stessi argomenti, con una raccolta di testi tra il 2006 e il 2013, un frangente che giustamente definisci come “un periodo tumultuoso nella storia del capitalismo e dell’organizzazione del lavoro”. Come sottolinei, quest’ultimo periodo è il quarto di una serie iniziata con i “Trenta Gloriosi”, seguiti dal frangente che va dalla crisi petrolifera del 1973 fino alla caduta del Muro di Berlino, per poi concludersi con gli anni tra il 1990 e il 2007/8 quando “l’ondata generale di deregolamentazione, che ha aperto il libero scambio di beni e servizi e ha permesso il libero flusso di capitali, proprietà intellettuale e informazioni attraverso i confini nazionali in tutto il mondo” (p. 9) così come “di crescita frenetica e di instabilità economica” (p. 11).

    Il cybertariato come raggiunge un riconoscimento più profondo di se stesso e qual è il suo rapporto con il proletariato?

    Tutti questi periodi hanno visto una modificazione nel rapporto di lavoro, ma nel quarto “il paesaggio occupazionale era improvvisamente molto diverso […] e le Ict erano […] diventate parte integrante e in qualche misura data per scontata dell’ambiente di lavoro steso” (p. 13). Le Ict hanno cambiato radicalmente il rapporto tra capitale e lavoro nel nuovo secolo, e una sorta di esempio paradigmatico è dato dai “lavoratori della piattaforma”: è su di loro che vorremmo concentrarci in questa domanda. In “The Making of a Cybertariat? Virtual Work in a Real World”, e in particolare nell’omonimo capitolo inserito nel testo, affronti l’alto “grado di confusione su dove collocare gli impiegati” e offre sei modi diversi di categorizzarli “in termini di rapporto funzionale del loro lavoro con il capitale; delle loro occupazioni (il loro posto nella divisione tecnica del lavoro); del loro rapporto sociale con la produzione (la proprietà o meno dei mezzi di produzione); il loro posto nella divisione sociale del lavoro (compresa la divisione del lavoro di genere nella famiglia); il loro reddito comparativo (e quindi la loro posizione di mercato come consumatori); e il loro “status” sociale”, concludendo che in qualche modo “un nuovo cybertariato è in via di realizzazione” anche se non sempre esso si percepisce come tale. La domanda sorge spontanea: dopo quasi vent’anni di analisi qualcosa è cambiato? Il cybertariato come raggiunge un riconoscimento più profondo di se stesso e qual è il suo rapporto con il proletariato? E poi, come classificheresti i lavoratori della platform economy? Fanno parte del cybertariato, del proletariato, o dobbiamo individuare un nuovo termine più consona alla “nuova fase” che stiamo vivendo?

    Ursula Huws: Penso che sia sempre pericoloso cercare di raggruppare i lavoratori in categorie troppo ampie, così come in egual modo sia pericoloso generalizzare troppo la posizione di classe di questi lavoratori. I processi lavorativi sono in continua evoluzione, e quindi anche le identità professionali dei lavoratori che svolgono queste professioni. Nel processo si creano nuove potenziali forme di conflitto tra i diversi gruppi di lavoratori, così come emergono nuove potenziali basi di alleanza. Ciò che mi sembra importante è guardare alle identità dei lavoratori in due modi diversi, anche se interconnessi.

    In primo luogo, in relazione a quella che Marx avrebbe chiamato la loro “posizione di classe oggettiva” – che forma di valore sta producendo il loro lavoro? Sono in un rapporto conflittuale diretto con un capitalista? Quale merce viene prodotta? In che modo questo lavoro è legato a quello di altri coinvolti nella produzione o distribuzione di quella stessa merce o di altre simili? Come si potrebbe utilizzare un’alleanza con altri lavoratori lungo la stessa catena del valore per rafforzare la loro posizione contrattuale? E viceversa? In secondo luogo, qual è la loro “posizione di classe soggettiva”? Come vedono se stessi e con quali altri gruppi si sentono allineati? Come viene plasmata da fattori culturali? Dall’etnia? In che modo i loro ruoli di consumatori, o genitori, sostengono o sfidano ciò che percepiscono essere nel loro migliore interesse come lavoratori.

    L’esperienza ci dice che il processo di azione in opposizione ai capitalisti con cui si impegnano nella loro vita quotidiana è di per sé trasformativo

    Una volta che abbiamo un quadro così differenziato, e comprendiamo le sue contraddizioni interne e le dinamiche del cambiamento, possiamo allora cominciare a guardare quali forme di azione sono possibili, e in quali configurazioni di alleanze. L’esperienza ci dice che il processo di azione in opposizione ai capitalisti con cui si impegnano nella loro vita quotidiana (soprattutto nel rifiuto di fare ciò che questi capitalisti chiedono loro di fare) è di per sé trasformativo. La “coscienza di classe” si forma in primo luogo nella realizzazione dell’alienazione dai prodotti del proprio lavoro e in secondo luogo nella partecipazione a una lotta che rende visibile il modo in cui gli interessi del capitalista si oppone ai propri.

    Into the Black Box: Qual è il ruolo delle piattaforme e delle tecnologie digitali nel processo di mercificazione delle cure e delle fatiche domestiche?

    Ursula Huws: Come ho scritto ampiamente altrove (per esempio in articoli su “Socialist Register” e “Feminist Review” e nel mio libro del 2019 “Labour in Contemporary Capitalism: what next?”) le tecnologie delle piattaforme hanno permesso di far rientrare nell’ambito del mercato (e quindi sotto la disciplina del capitalismo globale) una serie di attività di riproduzione sociale che in precedenza venivano fornite con altri mezzi – attraverso servizi pubblici, attraverso il lavoro dei dipendenti privati o attraverso il lavoro non retribuito svolto dai membri della famiglia o dalle loro famiglie allargate o dai vicini.

    Into the Black Box: Infine, vorremmo concentrarci su futuri scenario di conflitto in materia di lavoro. Potremmo individuare due casi diversi, simili per molti aspetti. Il primo. Negli ultimi anni le catene del valore globali hanno visto l’ascesa di una nuova forza lavoro che si è imposta al centro della scena: i lavoratori della logistica. Dal 2008 ha avuto luogo una serie sorprendente di scioperi nel settore della logistica. Dal principale terminal container europeo Maasvlakte 2, situato a Rotterdam e gestito da Maersk (la più grande società di commercio marittimo del mondo) al porto di Los Angeles/Long Beach, da Hong Kong a Vancouver, da Newcastle (Australia – il più grande terminal del carbone del mondo) ai magazzini dell’Amazzonia in Germania e in Italia nella Pianura Padana e altrove. Molti grandi hub logistici mondiali sono stati segnati da conflitti negli ultimi anni, nonostante la mancanza di coordinamento, mostrando una chiara dimensione globale del fenomeno degli addetti alla logistica in sciopero.

    E anche in questi giorni, se guardiamo per esempio alla rivolta del Cile, abbiamo visto la Unión Portuaria de Chile entrare in sciopero a Valparaiso e altrove, seguita da una dichiarazione dell’International Dockworker Council (che riunisce 93 sindacati e 120.000 portuali in tutto il mondo) che minaccia di bloccare tutti i container provenienti dalle banchine cilene. La dimensione circolatoria è stata presa di mira anche dal movimento dei gilet jaune, che da quasi un anno sta facendo leva sul blocco delle principali rotte di traffico e delle rotatorie (e, ovviamente, non solo queste) in tutta la Francia.

    Anche nella dimensione urbana (e questo è il secondo caso) gli scioperi e i blocchi della cosiddetta “nuova logistica metropolitana” si stanno diffondendo in tutto il mondo. La categoria più visibile di questo fenomeno è quella dei cosiddetti riders. Guardando all’Europa, ad esempio, da Madrid e Barcellona a Londra, Birmingham o Manchester, da Milano, Bologna e Torino a Berlino, Bruxelles e Amsterdam: quasi ovunque i lavoratori di piattaforme come Deliveroo, Foodora, JustEat o Glovo hanno scioperato per protestare contro l’alto grado di sfruttamento che devono affrontare lavorando con le piattaforme. Infatti, se si assume che la precarizzazione e l’atomizzazione siano due caratteristiche che pervadono ampiamente la dimensione contemporanea del lavoro almeno dagli anni Novanta, sotto il capitalismo delle piattaforme questa tendenza sembra accelerata ed esasperata in quanto la maggior parte dei lavoratori delle piattaforme non è considerata né dipendente né “autonoma”, bensì parte di una diffusa “economia dei lavoretti”.

    E in fondo non si tratta di una questione che riguarda i fattorini. Parlando di “nuova logistica metropolitana” potremmo ricordare la serie di scioperi degli autisti Uber avvenuti a Los Angeles (California) all’inizio del 2019, a Nairobi (Kenya) nel luglio scorso o a Kochi (India) nel 2018: ovunque i “bassi salari e le cattive condizioni di lavoro” che devono affrontare sono talmente evidenti così da spingerli a protestare. Considerati nel loro insieme, questi scioperi logistici (intesi in un’accezione larga) ci sembrano avere almeno due caratteristiche comuni. La prima – abbastanza ovvia – è che operano all’interno della dimensione circolatoria del capitalismo. Sebbene il settore della produzione rappresenti ancora il protagonista principale del lavoro su scala mondiale, abbiamo visto una riduzione proporzionale degli scioperi nei luoghi di produzione a favore di un aumento delle azioni finalizzate a bloccare i flussi di merci (e naturalmente, gli scioperi dei magazzini dell’Amazzonia ne fanno parte). Il “tempo di circolazione” – per usare il vocabolario di Marx – è il punto in cui la maggior parte dei lavoratori agisce per massimizzare la propria voce e la propria azione, colpendo quello che sembra essere il “punto debole” del capitalismo.

    La seconda caratteristica che accomuna questi due tipi di scioperi è la centralità delle nuove tecnologie. Da un lato gli algoritmi che governano le app organizzano il lavoro in modo quasi automatico, controllando il lavoratore in quasi ogni momento del suo tempo di lavoro rispondendo a una sorta di “sogno taylorista”. Può essere utile sottolineare che tale potere algoritmico sta minacciando anche il ruolo dei manager, che sono sostanzialmente quasi completamente bypassati dalla potenza di calcolo del nuovo dispositivo. D’altra parte, è importante sottolineare che anche gli operai a loro volta hanno usato la tecnologia in modo insolito. In molti scioperi avvenuti negli ultimi anni soprattutto tra i lavoratori di piattaforma si è registrato un ampio uso di strumenti tecnologici (sia di hardware come gli smartphone, che di software c0me Facebook, WhatsApp, YouTube ecc.) per organizzare la protesta o per diffonderla.

    Ci sono casi come quello dei rider londinesi delle consegne pasti che hanno fatto ampio uso di WhatsApp per conoscersi e organizzare le proteste, o altri casi in cui i gruppi di Facebook vengono utilizzati per organizzare incontri e così via. In questo tipo di scenario, quale potrebbe essere il nuovo terreno di rivendicazione e come i lavoratori potrebbero raggiungere il loro obiettivo? Cosa vedi all’orizzonte in termini di conflitto sul lavoro nell’era delle piattaforme? In altre parole, per parafrasare il titolo dell’ultimo capitolo del suo ultimo libro: cosa succederà?

    Ursula Huws: Non ho una sfera di cristallo, ma durante la pandemia abbiamo assistito a una serie di sviluppi che potrebbero prefigurare ciò che verrà in futuro. In primo luogo, c’è stata una rapida crescita della manodopera logistica necessaria per portare le merci ordinate online nelle case dei consumatori. Questo ha accelerato tendenze già evidenti. Tra queste, la sostituzione della vendita all’ingrosso per la fornitura al dettaglio – con la consegna delle merci dai magazzini piuttosto che dai negozi – ha portato a una crescita della manodopera impiegata nell’imballaggio e nel picking, generalmente gestiti in maniera molto rigorosa tramite tecnologie digitali e talvolta robot (esemplificati dal magazzino di Amazon) a scapito di un lavoro nei negozi più orientato al cliente che comporta una comunicazione interpersonale (e che può anche essere accompagnata da una diversa caratterizzazione di genere della forza-lavoro). Un’altra tendenza è una forte convergenza tra i diversi settori coinvolti nella fornitura di consegne “dell’ultimo miglio”.

    Questa convergenza crea sovrapposizioni tra i lavoratori tradizionalmente sindacalizzati (come i fattorini delle poste o i lavoratori impiegati dai supermercati per fare le consegne a domicilio) e quelli che non hanno nemmeno lo status di dipendenti – per non parlare delle rappresentanze sindacali – come i fattorini delle consegne di generi alimentari e i corrieri. Durante la pandemia c’è stata anche una convergenza tra le piattaforme, ad esempio nel Regno Unito gli autisti di Uber sono sempre più spesso obbligati a consegnare cibo per Uber Eats piuttosto che fornire servizi di taxi via UberX, e ai lavoratori di Deliveroo viene chiesto di consegnare merci da negozi e ristoranti. Contemporaneamente, i lavoratori dei magazzini e della logistica sono stati identificati pubblicamente in molti paesi come “lavoratori essenziali”, rendendo il loro lavoro (e i rischi fisici che corrono nello svolgimento di questo lavoro) molto più visibile che in passato.

    Questo sembra creare le basi per nuove forme di alleanza tra questi lavoratori che potrebbero portare a nuove forme di organizzazione, contrattazione collettiva e rappresentanza politica. Allo stesso tempo, l’enorme crescita del lavoro da casa tra i colletti bianchi, il cui lavoro può essere svolto con mezzi digitali attraverso la videocomunicazione, ha reso visibile un insieme di punti in comune tra questi lavoratori. È probabile che il lavoro a distanza diventi sempre più comune, con effetti contraddittori – da un lato creando un maggiore isolamento l’uno dall’altro, dall’altro generando una sempre maggiore familiarità con i nuovi mezzi di intercomunicazione. Ciò che accomuna la forza lavoro “mobile” degli addetti alla logistica con la forza lavoro “statica” dei lavoratori essenziali che operano in spazi collettivi (come ospedali, fabbriche o impianti di trasformazione alimentare) e la forza lavoro “frammentata” di quelli che lavorano in parte o interamente da casa loro, è una crescente probabilità di una stretta sorveglianza e di una gestione digitale.

    La novità di questi movimenti è stata il forte ruolo svolto dalle nuove tecnologie nel modo in cui sono stati organizzati

    Questi punti in comune potrebbero creare le basi per nuove forme di organizzazione e di azione incentrate sull’ottenimento di diritti digitali per tutti i lavoratori. Infine, la pandemia sembra aver dato il via a una nuova ondata di organizzazione e di azione tra i diversi lavoratori di tutto il mondo. La necessità che i governi intervengano per far rispettare l’isolamento e fornire mezzi di sussistenza ai lavoratori in congedo ha messo in luce l’ipocrisia della pretesa neoliberale che “non c’è alternativa” al mercato, rendendo evidente non solo che lo stato nazionale svolge un ruolo importante, ma che questo ruolo comporta scelte politiche che possono essere influenzate dall’azione popolare.

    In secondo luogo, la divisione del mercato del lavoro tra lavoratori ‘stabili’, ‘mobili’ e ‘frammentati’, messa recentemente in luce dai discorsi sui lavoratori ‘essenziali’ e sui rischio pubblici, ha richiamato l’attenzione sul fatto che i lavoratori che stanno correndo i maggiori rischi sono anche quelli con i contratti più precari e i più mal pagati e, in molti Paesi, sono anche quelli più probabilmente appartenenti a minoranze etniche e di colore. La recrudescenza della sindacalizzazione e degli scioperi tra i lavoratori precari ha trovato punti di convergenza, in molti luoghi, con la rabbia espressa dal movimento Black Lives Matter negli Stati Uniti. La novità di questi movimenti è stata il forte ruolo svolto dalle nuove tecnologie nel modo in cui sono stati organizzati, ad esempio l’uso degli smartphone per registrare la violenza della polizia e l’uso dei social media per diffondere queste prove. Tutto ciò è stato a sua volta collegato a un livello di solidarietà internazionale senza precedenti. In questa solidarietà risiede la nostra speranza per il futuro.

    Note