Dal cyborg al postumano, l’uomo del possibile secondo Antonio Caronia

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    Antonio Caronia è un intellettuale che ha scelto di sviluppare la sua ricerca nella marginalità, lo ha fatto perché porsi nel margine significava per lui stare in un luogo radicale di possibilità e contemporaneamente agire uno spazio di resistenza personale. Di conseguenza l’opera di Caronia ci offre una prospettiva radicale da cui guardare, creare, immaginare, alternative e mondi che non sono più nuovi ma sono il nostro presente-futuro.

    L’occasione per parlare di questo studioso della cultura è la pubblicazione per Meltemi nella collana ‘culture radicali’ curata dal gruppo Ippolita del volume dal titolo Dal cyborg al postumano – Biopolitica del corpo artificiale, antologia di saggi autografi a cura di Loretta Borrelli e Fabio Malagnini. con una degna prefazione di Alberto Abruzzese e una postfazione tratta dal numero dieci di ‘Un’Ambigua Utopia’.

    Caronia ha lavorato con colleghi ricercatori, docenti e studenti sempre appassionato nel comprendere la trasformazione di un immaginario visto come segno di un incessante mutare delle forme viventi tra le potenzialità della tecnica e la visione di un mondo non antropocentrico. Era un pensatore multilingue: laureato in matematica con una tesi sulla linguistica generativa di Chomsky, insegnava nelle Accademie di Belle Arti e dirigeva un dottorato di ricerca internazionale. Per questo si ritrova nei suoi testi una specifica competenza nel trattare testi e processi solitamente in mano alle pratiche scientifiche, ma con una costante e feconda tensione verso l’immaginario e le forme artistiche della letteratura (fantascienza). Ovvero Caronia conosceva il metodo scientifico, ma lo leggeva sempre a fronte del problema dello statuto epistemologico delle teorie scientifiche.

    La descrizione di uno o più procedimenti (tipica del modernismo neo liberista) non era per questo pensatore un metodo, facendone di fatto un epigono di Feyerabend. Con un’esperienza così interessante indagava le dicotomie delle ideologie e delle politiche cogliendole nella letteratura e nel cinema, nella televisione e nelle reti digitali così come in sintesi nei linguaggi virtuali, concentrandosi alla fine nella figura del cyborg del codice.

    Il volume è per primo una selezione di scritti di analisi e critica testuale, disposti in una sequenza resa necessaria da un continuo confronto tra le forme realizzate dall’immaginario tecnologico scomposte in elementi significativi. È una selezione ben riuscita, infatti pochi autori – non Mumford, non Ellul, non Virilio, non Sloterdijk e nemmeno il mostro sacro McLuhan – hanno saputo come lui leggere la tecnica attraverso la natura umana e questa attraverso la tecnica. Caronia ci riesce in quanto ha un approccio da storico della cultura, i cui strumenti sono l’archeologia del sapere di Foucault e la genealogia della morale di Nietszche (vista sempre da Foucault). Il volume in particolare studia il soggetto novecentesco, senza discostarsi dalla lezione del maestro francese (lo dichiara all’inizio del saggio La nascita della biopolitica e l’uomo artificiale).

    Secondariamente il volume può essere visto come una dissertazione di storia del pensiero creativo il cui motore agente è la volontà di potenza implicata dal pensiero classico-giudaico-cristiano dell’Umanesimo che – sotto la poderosa spinta delle arti (delle tecniche) del Rinascimento – si è andata potenziando tra Settecento e Ottocento. I vari saggi presuppongono tutti uno sguardo influenzato dalla biopolitica foucaultiana e sono situati nella esplosione e insieme implosione novecentesca: come a dire che il secolo “breve” è liminale, soglia di un essere umano che non è più quello che era senza ancora essere quello che sarà, quindi destinato a riprodursi sempre in un nuovo moderno. L’essere umano è, per Caronia, giunto nel pieno dispiegamento della propria volontà di potenza, ma dispiegandola rivela come essa altro non sia che la necessità della soggettività capitalista, e per ciò si avvia a soccombere esso stesso in una espansione illimitata della produzione. La tecnica, diceva il filosofo Emanuele Severino, è un sistema di sottosistemi, e tale è per l’autore la trasformazione dell’economia e della società in senso postfordista che prende atto della crisi di quel modello titanico e prometeico di fronte al presentarsi di un nuovo immaginario.

    L’essere umano è, per Caronia, giunto nel pieno dispiegamento della propria volontà di potenza, ma dispiegandola rivela come essa altro non sia che la necessità della soggettività capitalista.

    È un testo raffinato e colto (la retorica di Caronia è tra le più eleganti, viabili e corrette che possiamo leggere) e propone un pensiero che, per la dimensione marginale dove Caronia operava, è fino ad oggi rimasto appannaggio praticamente solo della comunità che lo ha condiviso (la comunità dei media studies italiani). Ora questo volume, ci invita a rispondere alla sua raffinata capacità di interpretazione delle metamorfosi del mondo.

    È quindi un libro attuale, una raccolta di profonde analisi della letteratura tecno-culturale che costituisce una vera e propria teoria critica della crisi contemporanea.

    Caronia utilizzava il conflitto per ragionare e per fare dialettica e in questo era sicuramente vicino a Latour (seppure il grande maestro francese le chiama ‘controversie’), nel testo si sente questo conflitto dialettico che Caronia poneva proprio per avanzare in un perenne conflitto tra razionalità scientifico-matematica e una umanissima passione politica. Infatti con un facile gioco di parole il testo pone il “che fare” di fronte a una precessione esistenziale, sociale e politica dell’uomo.

    Un ‘che fare’ importante oggi nel decennio che cambierà l’essere umano, quando il concretizzarsi di un sistema di tecniche di governo che non considerano più come immodificabile il dato naturale, fanno si che ciò che ieri appariva incerto oggi con le tecnologie digitali diventa automatizzabile e quindi governabile in una compiuta biopolitica del controllo (resa oggi concretamente manifesta dalle procedure innescate dall’emergenza Covid 19). Sarà quindi il trionfo del progresso, ovvero il governo di un uomo artificiale, uno specchio dell’umano reso non più umano da estensioni di capacità ‘intelligenti’ fino alle manipolazioni del sistema informativo che presiede alla programmazione del nostro aspetto fisico e delle nostre caratteristiche mentali.

    Ciò che ieri appariva incerto oggi con le tecnologie digitali diventa automatizzabile e quindi governabile in una compiuta biopolitica del controllo.

    Nascerà così una nuova alienazione, territorio di dolore ma anche di salvezza, ovvero una nuova forma di interazione tra menti differenti che distruggeranno ogni possibilità di pensare un qualsiasi standard cognitivo. Nascerà un ‘mostro’ la cui apoteosi è la stagione piena della modernità che, come scrive Caronia citando Donna Haraway, si concretizzerà nell’ibridazione dei linguaggi (di cui proprio Caronia ne è un epigono), nella negazione di ogni mito fondativo dell’origine in un compiuto (e molto drammatico) neologismo: quello del cyborg, cybernetic (living) organism, un essere umano che ha sostituito, in un sogno prometeico compiuto, la natura con la tecnica, che paradossalmente sembra dispiegarsi per la negazione moderna del mito della purezza. Perché nel cyborg c’è solo l’esperienza della decostruzione dei confini e dei limiti, arma principe per la realizzazione di una compiuta biopolitica del controllo.

    La fantascienza, in una contrazione monca, aveva prodotto l’orda apocalittica dei ‘borg’ e Caronia si chiede che cosa sia successo, come ha potuto il corpo dell’essere umano diventare un simulacro alla mercé dei costruttori di sistemi dispositivi? Ipotizza che lo spazio della coscienza, centro pulsionale à la Frazer, si restringerà fino a scomparire nel ventennio a venire. La tecnologia e la sua ancella la scienza producono continue macchine che sono sempre più procedure standardizzate e autoregolate che governano, silenziosamente, ampi margini della nostra vita.

    Il cyborg in questo senso si configura come un sistema tecnico a cui l’unica alternativa potrebbe essere farsi ‘oltreuomo’ (proprio alla Nietzsche-Heidegger) ma il sogno baconiano e macchiavellico del dominio della ragione sull’imponderabile è ormai agli sgoccioli, e qui Caronia diventa McLuhaniano, ovvero determinista tecnologico, anche se lui avrebbe preferito, e nel testo lo fa, parlare di ibridazione: non siamo mai stati solo umani ma sempre anfibi (rispolverando un troppo dimenticato Leary) ovvero esseri a metà tra passione e tecnica. Caronia si chiede a cosa andrà riferito, a quale essere o a quale processo, l’aggettivo ‘nostro’?

    Nasce quindi un nuovo rapporto tra ambiente tecnologico e psiche individuale, Caronia lo narra attraverso il modo con cui Ballard esamina le conseguenze del comportamento collegato alle trasformazioni tecnologiche ribaltando il concetto di malattia (pensare anche a quanto è attuale nella pandemia un testo come La febbre del ragno rosso di Burroghs) come strumento di comprensione della mutazione verso un sistema di controllo integrale affidato agli automatismi di un linguaggio insensato come quello algoritmico. Sono quindi considerazioni filosofico-antropologiche sul cyberspazio come contemporaneo spazio dell’umano e sulle conseguenze che esso comporta per le tradizionali categorie interpretative del mondo. L’uomo moderno di McLuhan vive “con il cervello fuori dalla testa e i nervi fuori dalla pelle”, la proposta settecentesca di La Mettrie di omologare l’uomo a una macchina, così come il demone ottocentesco di Laplace di una conoscenza assoluta perché matematica e calcolante, si rivela inadeguata per timidezza di fronte a un essere umano ‘à la’ Cronenberg trasformato in un registratore e duplicatore vivente di ‘cut and paste’ ontologici.

    La tecnologia e la sua ancella la scienza producono continue macchine che sono sempre più procedure standardizzate e autoregolate che governano, silenziosamente, ampi margini della nostra vita.

    Qui nasce allora il post-umano, ovvero la possibilità di ricostruire la personalità di un essere umano in una rete cibernetica disseminata, ubiqua e istantanea. La telematica dell’umano recupera allora Aristotele e la sua distinzione tra ciò che può essere realizzato, che ha la potenza per esistere (il possibile) e ciò che è stato concretamente realizzato (l’attuale), e dall’altro ciò che non può che essere in un dato modo (il necessario, ἀνάγκη) e ciò che di volta in volta, nel realizzarsi, assume forme diverse (il contingente).

    Il reale è costituito tanto dal necessario quanto dal contingente, tanto dal possibile quanto dall’attuale (l’immaginario si attua). Qui diventa fondamentale, per la speranza del citato oltreuomo, avere un atteggiamento mentale, una consapevolezza, che non consideri la realtà come un qualche cosa di dato ma come un perenne processo dove ciò che può accadere ha la stessa sostanza di ciò che è già accaduto. Ma ciò avviene all’interno di un paradosso a due facce. La prima è che la natura del capitalismo, che si presenta come la più possibile e contingente, ha bisogno dell’utopia (l’universale miglioramento dell’essere umano).

    La seconda è che la tecnica di fronte ai suoi ritorni accelerati si dimostra proprio in grado di realizzare questa utopia. Così il XX secolo ci consegna la realtà di una tecnica capitalista come unica realizzatrice dell’utopia allontanando definitivamente l’essere dalla tecnica e di fatto portandolo in un sistema politico egemone. Ma resta il problema di Leibniz: perché l’essere piuttosto che il nulla? Così che con la tecnica ci consegnamo al nulla, ovvero all’uomo senza quelle qualità fino ad oggi considerate fondative dell’umano. Caronia ci avvisa: che lo si voglia o no, con queste categorie dobbiamo fare i conti. Siamo in un futuro immanente, in ‘uno spasmo presente’, come suggerisce De Kerckhove un luogo dove il tempo coincide con un interruzione del tempo lineare in un salto che è sempre un salto in avanti in cui il presente è sostituito da un eterno futuro. Siamo esseri umani in modo radicalmente diverso, ci siamo spostati da una fase neolitica verso una nuova fase neotecnica, passando per una fase paleotecnica (radicalmente diversi da come siamo stati per 150.000 anni).

    Il XX secolo ci consegna la realtà di una tecnica capitalista come unica realizzatrice dell’utopia allontanando definitivamente l’essere dalla tecnica e di fatto portandolo in un sistema politico egemone.

    Così Caronia ci guida nei rapporti tra continuità e discontinuità nello sviluppo dell’Homo Sapiens e dalle pagine di questa raccolta emerge come non abbiamo fatto molti passi avanti rispetto alle domande poste da Foucault ne Le parole e le cose, ovvero che non esiste una condizione umana ma solo un processo di ominizzazione, che è, in un essere dotato di pensiero, il processo e la riflessione sul processo stesso. L’uomo moderno quindi nasce (con molti errori) con la nascita dell’antropologia, è quindi chiaro che mutando le disposizioni fondamentali del sapere, a mezzo dell’esplosione tecnica dovuta alla microelettronica e all’informatica (l’avvento del digitale), l’uomo moderno potrebbe come è nato scomparire. Ma siccome la potenzialità è l’unica cifra possibile per parlare della natura umana, si dispiega l’era della pluralità dei mondi, in maniera ben più sconvolgente di quella immaginata da Giordano Bruno, perché il XX secolo ha cominciato a parlarci di universi paralleli in cui la tecnologia si fa mondo.

    Ippolita, Loretta Borrelli e Fabio Malagnini, in Dal Cyborg al Postumano – biopolitica del corpo artificiale, raccolta di saggi di Antonio Caronia ci forniscono un manuale per entrare nel XXI secolo, l’era del compiersi della tecnica, avendo qualche possibilità di non restarne prigionieri. Come sempre, conclude il vecchio e prezioso compagno Caronia, la salvezza va cercata correndo incontro al pericolo, e non voltandogli le spalle.

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