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22 Maggio 2017

Aree interne, aree ferite, aree vive

Negli ultimi mesi un interessante dibattito riguardo la condizione della montagna e delle comunità che la abitano si è sviluppato sulle pagine de Il Manifesto. Qui (in formato .pdf) riporto gli interventi già pubblicati, tutti di autori che hanno saputo far emergere una o più questioni di assoluta rilevanza. Queste mie pagine – elaborazioni di un precedente articolo già condiviso in questo blog – intendono coniugare un ragionamento più generale sul presente e il futuro delle terre alte con la discussione attiva in Trentino (scarna e non troppo centrata, a mio avviso) attorno alla riforma dello Statuto di Autonomia. Servono inoltre come traccia per un’ipotesi di itinerario alpino (dentro il “Viaggio nella solitudine della politica”, www.zerosifr.eu) da realizzare nelle giornate tra il 2 e il 5 giugno prossimi.


“Nè lo Stato né l’individuo possono da soli realizzare il mondo che nasce. Sia accettato e spiritualmente inteso un nuovo fondamento atto a ricomporre l’unità dell’uomo: la Comunità concreta.”
*Adriano Olivetti, “L’ordine politico delle Comunità”*

Questo contributo al dibattito arriva dal Trentino Alto-Adige, alle prese con la riforma del suo Statuto di Autonomia. La carta costituente di un territorio che ha (aveva?) nell’autogoverno il suo tratto distintivo, il tratto distintivo della sua (potenziale e decisiva) unicità. Per capire l’importanza di questa fase bisogna condividere un dato di partenza. L’immaginario e le pratiche del governo del territorio non possono accompagnarsi al conformismo. “L’ordinario ha una sua “forza” intrinseca e magneticamente ci attrae e riporta a sé.” Così Ugo Morelli scrive della propensione all’omologazione, della perdita di complessità in nome di una più comoda, e apparentemente sicura, ordinarietà. Un rischio, quello dell’omologazione, che Aldo Bonomi, Marco Revelli e Alberto Magnaghi hanno saputo cogliere nei loro interventi, rivendicando – ognuno a modo proprio – la necessità di descrivere e praticare paradigmi (economici, sociali e culturali) altri da quello esclusivamente economicista che fin qui ci ha condotti, modello che “forse non richiede solo di essere aggiornato, ma sostituito perché, appunto, “falsificato” (ossia, rivelato fallace alla prova dello sguardo)”. Ecco che qui dalla solitudine, dalle macerie, dalla marginalità emerge forte la sensazione che si fa quasi certezza di avere a disposizione – seppur in potenza – un capitale, applicabile al conflitto a cui fa cenno Revelli, tutt’altro che trascurabile. Le aree interne sono allo stesso tempo quindi aree difficili, certamente ferite, ma assolutamente vitali e addirittura attraenti, spazi di nuovo abitabili da quei “ritornanti” che Magnaghi descrive in modo perfetto: “montanari per scelta, da giovani neocontadini e allevatori, da neoartigiani: un popolo colto, connesso in rete, cosmopolita, attrezzato con tecnologie appropriate, un occhio a terra e uno al cielo; soggetti per cui l’emancipazione concreta oscilla a spirale fra la coppia erranza/attraversamento e neoradicamento/comunità; ai quali dunque è connaturato proiettarsi in un mondo di comunità solidali federate, piantate a terra su economie sociali, solidali, fondamentali, circolari, ecologiche.”

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