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11 Aprile 2019

500 professionisti dei beni culturali lavorano con 70 tipi di contratto diversi

Beni culturali e lavoro – Riportiamo i primi paragrafi dell’articolo di Giada ferraglioni per Open. Per leggerlo tutto clicca su ‘Vai alla fonte’.


Lavorare nei beni culturali in Italia è un inferno: esistono delle leggi senza decreti attuativi e delle tutele che vengono sistematicamente ignorate. Open ha raccolto le testimonianze di alcuni professionisti presenti all’assemblea di «Mi riconosci? sono un professionista dei beni culturali»

Sono le 16:00 di venerdì 5 aprile, e Francesco sta per salire sul Flixbus che lo porterà a Torino per l’assemblea del movimento “Mi riconosci? sono un professionista dei beni culturali“, che ci sarà il giorno dopo. Francesco è un nome di fantasia: «Non posso espormi troppo – dice a Open – perché potrei rimetterci il posto di lavoro».

Francesco è un archeologo, ha più di 30 anni, e da un anno e mezzo lavora in un museo della Toscana. Le professioni nell’ambito dell’archeologia, però, non sono ancora riconosciute dalla legge. Per questo, è inquadrato con una dicitura che non rispecchia la sua reale professione: sul contratto c’è scritto «operaio specializzato nel contesto dell’edilizia».

Archeologi “muratori” e collaboratori freelance

«L’archeologo è tutt’altro che un operaio», dice. Ma non sembra troppo stupito dell’espediente contrattuale. «La questione è molto semplice: la legge non ha ancora regolato questo tipo di professione. Quindi noi dobbiamo orientarci in una marea di contrattini che sono tutto fuorché convenienti».

Michela invece – altro nome di fantasia – il contratto proprio non ce l’ha. È laureata in Storia e dal 2013 lavora in un museo di Torino. Organizza attività didattiche per bambini e ragazzi: «Io e gli altri colleghi siamo inquadrati come collaboratori occasionali generici», spiega a Open. «Ritenuta d’acconto al 15% e stipendio sotto i 5.000 euro l’anno».

Oltre alla dicitura che non riconosce una realtà lavorativa, Michela e Francesco fanno notare che la maggior parte dei beniculturalisti è costretta ad aprirsi una partita iva e lavorare come freelance. «Ma noi non siamo mica notai che possiamo stare con le spalle coperte lavorando autonomamente», dice Michela.

I dati di “Mi Riconosci?”: 70 tipologie di contratti per 500 lavoratori

Leonardo è uno degli organizzatori della Terza Assemblea Nazionale di “Mi Riconosci? Sono un Professionista dei Beni Culturali”, che si è tenuta al caffé Basaglia di Torino il 7 aprile. Per prepararsi alla giornata, i fondatori del movimento avevano preparato un questionario per capire quale contratto avessero in media i professionisti del settore.

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Nell’immagine di copertina un particolare dalla riproduzione digitale di Donna con tavoletta di cera e stilo, Museo Archeologico di Napoli, public domain, da Wikimedia Commons

La situazione del lavoro nel settore dei beni culturali in Italia è allarmante al punto che in un gruppo di 500 lavoratori si trovano 70 tipologie di contratto diverse

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