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5 Aprile 2019

Se il brand di Google è immateriale, la rete che controlla non lo è

Riportiamo i primi paragrafi dell’articolo di Tiziano Bonini pubblicato su Doppiozero. Per leggerlo tutto clicca su ‘Vai alla fonte’.


“Nel secolo XVII una libbra di pepe poteva essere comprata a Giacarta per una sterlina e rivenduta a Londra per 100. La differenza, tolti i costi di trasporto, andava tutta a chi aveva il controllo del mare.” (p. 178).

Arrivato quasi alla fine del libro di Stefano Quintarelli Capitalismo immateriale (Bollati Boringhieri, 2019, p. 198), ho trovato questa frase che ne riassumeva tutto il senso. Il libro di Quintarelli è il libro di un economista che da questa prospettiva riflette sui gatekeepers, su chi esercita un potere di controllo sulla circolazione di un bene, una merce, un servizio. Nel 1600, chi controllava il mare, chi faceva da medium tra le colonie e l’impero britannico, si garantiva grandi margini di guadagno, più alti di chi produceva il pepe a Giacarta. Oggi, Apple, Google, Facebook, Amazon, Uber, Airbnb hanno sostituito la Compagnia delle Indie nella lista degli intermediari più potenti. Non smerciano più spezie da Giacarta ma commerciano in altri beni preziosi immateriali.

Il libro di Quintarelli è un libro su questi nuovi capitalisti dell’immateriale e su quanto questa nuova forma di creazione di valore economico determini economia e società.

Il libro è un riassunto notevole, per lucidità e ampiezza di vedute, di tutti i temi e le parole chiave connesse all’economia digitale: rapporto capitale/lavoro, finanza, cripto-valute, informazione, giornalismo, algoritmi, guida automatica, automazione del lavoro, comunicazione politica, filter bubble, singolarità, monopoli digitali. Per chi volesse avvicinarsi a questi temi e uscirne con la sensazione di saperne di più di prima, è un libro utile e chiaro. Una grande visione di insieme, che socializza il lettore al vocabolario delle parole chiave del dibattito sul digitale, ma non è un libro di ricerca. Non c’è nel libro una tesi forte, se non l’insistenza sulla dimensione immateriale di questo tipo di capitalismo e, nelle conclusioni, un’interessante proposta politica.

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