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16 Dicembre 2019

Cosa significa fare il distributore cinematografico, un mestiere invisibile

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su FilmIdee, clicca il pulsante in fondo per leggerlo.

Non sempre il pubblico arriva a conoscere il nome della casa di distribuzione di un film. Al di là degli addetti ai lavori e dei frequentatori dei festival, spesso il pubblico generalista non è esposto alle migliori opere del cinema contemporaneo, rimanendo all’oscuro delle professioni del cinema e delle fasi che caratterizzano la filiera cinematografica. In questo contesto, la piccola casa torinese Reading Bloom sembra costituire una virtuosa eccezione, grazie al suo impegno nel far circolare film sconosciuti e ritrovati e opere contemporanee di grande forza nelle sale italiane, da nord a sud, aprendo un dialogo diretto con il pubblico sia da parte degli autori che da parte dello stesso distributore. Il lavoro, spesso invisibile, del distributore diventa così quello di guida, di tramite con lo spettatore, nel presentare e accompagnare le opere cinematografiche e nell’individuare nuovi contesti di fruizione attraverso cui rendere accessibili i film e avvicinare diverse tipologie di pubblico.

Abbiamo incontrato la fondatrice Maria Letizia Gatti per parlare del mestiere del distributore, e del delicato e prezioso lavoro di divulgazione, valorizzazione e curatela che accompagna l’uscita in sala dei film e l’incontro con il pubblico.

La linea che vi orienta sembra essere l’eccezionalità delle opere, ai limiti della resistenza politica, si pensi alla figura di Benedetta Barzini ne La scomparsa di mia madre, ma anche allo sconvolgente vitalismo dei ragazzi siriani di Still Recording. Cosa vi ha convinto a distribuire queste opere contemporanee?

Scegliamo film che hanno per noi una qualità artistica eccezionale. A orientare la scelta è una bellezza che definirei insopprimibile, ma più che i contenuti ci interessano i linguaggi, la sperimentazione sulla forma. Il nome Reading Bloom è al contempo un omaggio a Wilde, Beckett e Joyce, l’autore che maggiormente ha significato per me il vertice della ricerca sulla forma in letteratura. In altri termini, i modi di vedere sono essenziali. Ad esempio, sono stati realizzati diversi film sulla Siria ma di Still Recording, in particolare, ci ha colpito quello sguardo. Certamente il discorso culturale è un discorso di politica culturale e in questo senso può essere letto come un atto di resistenza: per dirla con Benjamin, non ci interessano le ‘opere di rifornimento’. Ma per mettere in atto questa resistenza si può solo fare i conti con l’industria culturale. Allora la distribuzione cinematografica, intesa come discorso culturale, diventa un atto di pratica politica.

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