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17 Novembre 2016

La cultura al tempo della superficialità

Le pubblicazioni intorno al lavoro culturale non sono moltissime. Ci sono, è vero, i rapporti che Symbola e Federculture pubblicano ogni anno e che fanno il bilancio delle industrie creative e culturali in Italia, ma — seppur molto utili e interessanti — non riescono ad andare oltre una certa rigidità da convegno, quella fredda liturgia caratterizzata dall’alternarsi di cifre, slide e interventi variamente autorevoli in cui ognuno legge le proprie pagine e i propri dati per poi tornare a casa col cuore in pace.

Per fortuna è arrivato La cultura in trasformazione a smuovere un po’ le acque dello stagno. Il volumetto curato da Che fare per Minimum Fax, ha come sottotitolo L’innovazione e i suoi processi e conta, oltre alle presentazioni di Bertram Niessen e Marco Liberatore, 3 parti: Raccontare l’innovazione culturale (con interventi di Christian Raimo, Vincenzo Latronico e Jacopo Tondelli), Riflessioni sullo stato della cultura (Gianfranco Marrone e Roberto Casati) e Nuove mappe per nuovi mondi (Paola Dubini, Ivana Pais e Alessandro Bollo).

È stata la prima a stuzzicare maggiormente il nostro interesse perché sia Raimo, che Latronico e Tondelli hanno — grazie al cielo — smesso i panni dei convegnisti incravattati e raccontato come stanno realmente le cose nel “favoloso” mondo del lavoro culturale, a partire dai rispettivi ambiti professionali, quello editoriale soprattutto.
Christian Raimo, scrittore e giornalista (scrive su Internazionale e su Minima&Moralia, l’ottimo blog della Minimun fax, casa editrice di cui è anche editor) è uno degli autori più attenti e puntuali nel raccontare l’oggi. Il suo capitolo I diritti e i suoi desideri è, fra l’altro, il ritratto della generazione di mezzo, quella dei trenta-quarantenni cui egli stesso appartiene. Un ritratto — come si usa dire — impietoso di una generazione sconfitta senza aver mai combattutto: «La maggior parte dei miei coetanei sono sconfitti, penso, sebbene non abbiano ingaggiato nessuna battaglia. È gente implosa. Quarantenni, sono tornati a vivere a casa dei genitori, si imbottiscono di psicofarmaci. (…) Non sono servite leggi speciali, è bastata la fragilità della tenuta psichica». Una fragilità generazionale per una generazione-non-generazione, composta da individui con moltissimi elementi in comune ma incapace di reale condivisione «cosa vuol dire condivisione o partecipazione oggi se non ho imparato che cos’è l’uguaglianza, se per me l’uguaglianza non è un valore? Come faccio a rispecchiarmi? Come penso di poter combattere una battaglia insieme a qualcun altro?»

Una fragilità generazionale per una generazione-non-generazione, composta da individui con moltissimi elementi in comune ma incapace di reale condivisione

Solleticata da media e uffici marketing, la generazione di mezzo non pare neppure trovare vendetta in quella che la segue «Se noi quarantenni è come se non ci fossimo ancora ripresi dalla ferita di Bolzaneto, Diaz e Carlo Giuliani, per quelli che hanno dieci o vent’anni meno di noi non c’è stato, pare, nemmeno un processo di disillusione. È come se il disincanto fosse già la condizione originaria». Come direbbero i CCCP: post senza essere mai stati niente. Impreparata a tutto, non è neppure capace di confrontarsi sul serio, di agire e farsi protagonista degli strumenti della democrazia: «Il discorso sulle nuove forme di democrazia è tutto da costruire, oggi come cinque anni fa. I social network o la rete in generale danno da sé la possibilità di rendere più democratico il discorso pubblico?  Non sembra,  anzi. (…) Quando negli ultimi anni ho ricominciato a partecipare ad assemblee politiche, ho visto che molte persone non avevano neanche la capacità di stare a sentire senza parlare addosso, ho visto conflitti personali che non riuscivano a trasformarsi in contrasti di idee… A fare politica si impara col tempo».

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