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28 Novembre 2016

I diritti e i desideri. La cultura in trasformazione

C’è una scena madre che accomuna i riti di passaggio della maggior parte delle persone mie coetanee, quei thirty-fortysomething che sono cresciuti come me passando l’infanzia tra gli esordi della televisione commerciale e hanno compiuto i diciott’anni mentre Berlusconi scendeva in campo. È una specie di aneddoto-tipo che mi hanno raccontato tutti coloro che, dopo essersi laureati, hanno pensato di continuare a studiare, a fare ricerca, di lavorare all’università. Hanno fatto un dottorato e a un certo punto si trovano di fronte la possibilità di fare un post-doc, immaginano di fare i cultori della materia, di tentare il concorso da ricercatore ecc.

La scena si svolge nella stanza del loro professore di riferimento, quello con cui stanno studiando da dieci anni (che sia fisica dei materiali, glottologia semitica o merceologia applicata), il docente con cui, giocoforza, sono diventati familiari. C’è una scrivania che li separa, e il professore assume un tono più condiscendente del solito: parla dell’Italia che è in crisi, dell’università che è in crisi, del loro particolare settore di studio che è in crisi nera. Poi viene al dunque.

E può pronunciare due tipi di discorso. Il primo è: Parti! Ragazzo mio, vattene da qui! Emigra! Sei ancora giovane! Io non ti posso aiutare! Il secondo è: Mi servi! Ma mi servi non per perdere tempo con la tua ricerca! Mi servi per la mia ricerca! Mi servi per mettere a posto le mie carte! Per scrivere gli articoli che non ho il tempo di consegnare! Per tradurli nell’inglese che io non conosco! Per rispondere alle mail, per fare le fotocopie!

È una scena che capita sempre, e a tutti, una sorta di imprinting e di sintesi di qualunque disillusione dalle ambizioni che si sono coltivate in Italia negli ultimi trent’anni. Il professore può essere una persona generosa o gretta, intelligente o limitata, non fa molta differenza. Può invitare a partire per uno slancio di altruismo, o a restare per un gesto di magnanimità ancora maggiore; o può darsi il contrario: si vuole liberare del suo allievo perché ne teme la concorrenza, o vuole tenerlo sotto la sua ala per avidità. Le motivazioni personali non c’entrano.

Più interessanti sono le reazioni che lo studente, il ricercatore, il trentenne o giù di lì, può mostrare a quel punto, la sua parte nella scena madre. Qui il suo bivio è reale. E non si tratta della falsa alternativa partire/restare, ricominciare da capo in una città fredda dove non conosco nessuno/invecchiare facendo il portaborse di un professore che considero meno preparato di me. Si tratta di un’opzione emotiva. Tra l’accettare con fatalismo una certa immagine di futuro e quella di rigettare il quadro.

Molti miei amici, coetanei ecc. mi hanno raccontato che in circostanze simili si sono giocati la loro carriera universitaria: hanno sbattuto i pugni sul tavolo, hanno mandato a fanculo il professore, o anche, meno teatralmente, hanno deciso in un lampo che per loro il tempo delle biblioteche e delle aule era finito. Altri, la maggior parte, hanno – come si dice a Roma – abbozzato, fatto pippa.

Se dobbiamo ripensare a cosa è stata la politica italiana dagli anni Novanta in poi, non si può prescindere per me da queste scene clou. Proprio qualche anno fa, una statistica della FLC CGIL indicava come nel decennio precedente oltre il 90% dei ricercatori avesse abbandonato l’università italiana. L’allora ministra Gelmini di lì a qualche giorno replicò piccata, difendendo la sua riforma come lo strumento grazie al quale si era fatta una cernita tra ricercatori bravi e ricercatori parassiti.

Ovviamente ero e sono di parere del tutto opposto: sono convinto che ci siano state ormai, tra il 1990 e oggi, non una ma due generazioni di persone completamente tagliate fuori dalla possibilità di migliorare se stesse e trasformare il proprio paese.

Questo per me è il contesto, un contesto non solo depressivo, ma pensato per essere depressivo. E dunque, la reazione a questo contesto è stata la forma della politica per come l’ho conosciuta e praticata io. Rabbia, resistenza, supplenza. Poter dire no anche da soli, mi sono spesso autoconvinto, è la precondizione per dire sì insieme – questo è quanto mi sembra di aver imparato dall’Albert Camus dell’Uomo in rivolta.

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