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16 Novembre 2016

La cultura in trasformazione. Il punto sui processi di innovazione

Di cosa parliamo quando parliamo di produzione culturale?
Questa è una domanda ricorrente, intorno alla quale un gruppo disomogeneo di professionisti culturali under 40, in vari appuntamenti, nelle cornici di differenti festival, si è confrontato e ha tentato di rispondere, partendo da Lecce nel caldo autunno del 2014. Dopo Lecce, Venezia, Mantova, Palermo, Torino, Ferrara, Roma. Diversi incontri hanno aggregato un multiforme coro (che si diede il nome di Culturalia), da chi lavora nelle istituzioni che siano pubbliche o private, a free lance, fino ad associazioni culturali, in uno spontaneo movimento di opinione che intorno al fenomeno dei bandi culturali, che la scrivente ha seguito fin dagli esordi, ha rimesso al centro un tema: la necessità di innovare il settore culturale.

Il “movimento” ha radici più lontane: prese le mosse dal 2008 quando il MIBACT abbattè decisamente il FUS (Fondo Unico dello Spettacolo) e la stagione delle contrazioni economiche nel settore culturale sia avviò come moto senza ritorno. Prima di allora infatti non si parlava affatto di innovazione sociale a base culturale dal basso. Nessuno in Italia aveva mai messo in discussione che la Cultura, in quanto cosa pubblica, dovesse essere supportata da altri Enti o organizzazioni diverse dallo Stato.

Nel 2012 esordì il bando cheFare con l’offerta di 100.000 Euro per progetti di innovazione sociale a base culturale: lo stesso anno in cui 10 Fondazioni di origine bancaria lanciarono Funder35. Fra le prime iniziative promosse da un’organizzazione indipendente in questo ambito. Intorno a cheFare e a quei primi bandi, prendeva corpo un’intuizione: esisteva un sottobosco produttivo ai margini del mercato che stava ripensando il prodotto culturale, la sua distribuzione, la sua funzione, utilizzando strumenti digitali con pratiche di co-creazione, contenuti interdisciplinari per rileggere il patrimonio culturale e utilizzando un metodo di lavoro che guardava all’impresa. Un’intuizione condivisa anche da Istituzioni filantropiche territoriali come le Fob.

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