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23 Luglio 2018

Centro, periferia e territori: come ridurre il divario. La Strategia nazionale per le aree interne

Che cosa sono le aree interne? Che l’identità italiana sia principalmente “civica” è cosa nota. Ne aveva già parlato il sociologo Robert Putnam nel 1993, che in un famoso saggio descriveva la vita cittadina del medioevo come la principale radice dello sviluppo economico e sociale italiano[1].

Nella storia, però, non è mai esistita una città ricca senza una campagna altrettanto florida. A lungo, infatti, le aree rurali sono stati spazi perfettamente integrati con il resto del territorio della Penisola e si può parlare di un vero sviluppo solo considerando l’insieme, ovvero la combinazione dei tratti culturali più significativi dell’una e dell’altra.

A fianco di una molteplicità di poli cittadini, il paesaggio italiano mostra i segni di un secolare sfruttamento di acqua, risorse minerarie, boschive ed agricole. Dal Cadore alla Lunigiana, passando per i monti Sibillini fino al Gran Paradiso, in Italia esistono decine di aree “interne”, cioè lontane dai servizi erogati dai centri urbani (salute, istruzione, mobilità), che hanno avuto un peso pari alla città nello sviluppo del Paese. Si tratta di aree diversissime per vicende storiche e culturali ma accomunate dall’aver costituito per secoli l’alternativa alla vita urbana. Non solo di “cultura civica” è fatta l’Italia, dunque, ma anche di una “cultura rurale”, di montagna, centri minori e comunità locali. Un patrimonio di tradizioni, società solidali e modelli economici assolutamente non secondario per il Paese. Dimenticarsene, secondo lo storico Paolo Pombeni: «significa rescindere un rapporto con la nostra storia e questo non è mai una conquista»[2].

Eppure, ciò che accomuna la maggior parte di questi territori è stato proprio un processo di graduale abbandono, segnato principalmente da vistosi cali della popolazione, a seguito dell’industrializzazione della Penisola dal secondo dopoguerra a oggi. In altre parole, poiché le dinamiche di sviluppo del Paese sono state condizionate dalla città, queste aree “fragili” dal punto di vista dell’accessibilità sono state messe in secondo piano, causando calo delle nascite, emigrazione e perdita di attrattività[3].

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