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14 Marzo 2018

Fare a meno di qualunque strategia o intelligenza, ma con lucidità (reloaded)

La maggior parte di persone che conosco o che non conosco e con cui vengo a contatto solo occasionalmente – la maggior parte delle persone che vedo intorno a me – è alterata: molti sono tremendamente stanchi, stressatissimi, in crisi profonda, prendono psicofarmaci regolarmente, sono rincoglioniti, portano avanti malattie cronicizzate che ne minano la vigilanza, hanno accessi di rabbia improvvisa, sono in burn-out, credono ai complotti, hanno attacchi di panico, sono dipendenti dai social network, sono ipocondriaci, sono workaholic, vivono una depressione mascherata o plateale da anni, sono pesantemente insonni, hanno paura di addormentarsi al volante, manifestano malattie psicosomatiche, eccetera.

Per la maggior parte di loro, la lucidità è una conquista. Che può essere raggiunta almeno momentaneamente con un’ora di sonno in più, con un doppio caffè, con una Red bull, con un’ora di yoga a settimana, con una seduta dallo psicanalista, con una call su skype con il coach, con una lunga telefonata di consigli con un amico, con un bagno rilassante, con venti minuti di meditazione che porti alla mindfulness, con una lettura attenta di una pagina di wikihow su internet (addirittura di una pagina su come migliorare la lucidità mentale), eccetera.

Ottenere, anche momentaneamente, anche parzialmente, questa lucidità vuol dire rimettersi un passo avanti rispetto a chi è invece alterato, stanco, nevrotizzato, delirante, ossia in una condizione psico-emotiva carente, uno standard che però è talmente diffuso da essere considerabile una norma. La lucidità è diventata tra le persone che conosco il bene posizionale per eccellenza.

Se fino a qualche tempo fa, mi rendevo conto, quello che era inconsapevolmente richiesto dalla pervasività del Capitalismo era di essere performanti, ossia competitivi, ossia di dare il doppio di quello che davano gli altri, di dimostrarsi i migliori sempre, oggi lo status da ottenere non è un surplus rispetto a uno zero celsius che è quello del normale agire sociale – la performance, appunto, l’etica prestazionale. Oggi nella temperatura stagionale che è lo zero kelvin dell’alterazione cognitiva, il traguardo è ritornare a una lucidità che la maggior parte delle persone ha perduto, e che costituisce quindi un bene relativo, posizionale, appunto nella scarsità generale che si è creata.

Essere lucidi è diverso da essere razionale. È una dimensione sociale. Nessuno pensa di sé, se non proprio in momenti di mancanza di lucidità, “Io sono lucido”. La lucidità è un carattere che ci viene attribuito da qualcun altro. Carlo Fruttero raccontava, quando in vecchiaia chiunque lo incontrasse parlava poi di lui dicendo: “Ho visto Fruttero, sempre lucidissimo…”. Allo stesso modo cerchiamo di rintracciare in continuazione discorsi lucidi, solo brani di discorsi lucidi, parabole politiche lucide, anche discorsi privati lucidi, chiacchiere famigliari, intuizioni, dichiarazioni, status, post, che mostrino la lucidità.

Se essere razionali comporta una scelta e un’etica quindi (una phronesis come era per Aristotele), essere lucidi no: si può essere lucidi e coglioni, lucidi e stronzi (magari non volendo), essere lucidi e razzisti o sessisti o fascisti, lucidi e persino assassini. La lucidità è la bassa risoluzione dell’intelligenza, per usare un termine di Massimo Mantellini. Non richiede comprensione del passato e del futuro, non richiede memoria o progetto, è solo un dignitoso funzionamento della nostra attenzione al tempo presente. Si può essere lucidi infatti a tempo determinato. Oggi sono lucido, domani invece no. Ho due ore di lucidità, per la serata non ci riesco.

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