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19 Luglio 2017

I pirati della Scuola Open Source

L’associazione è composta da 13 soci, perciò alle domande si risponde sempre insieme. Non esiste un interlocutore specifico perchè: « Ci piace definirci “pirati”»…

Come nasce La Scuola Open Source?
Come molti, avvertiamo che le condizioni culturali, sociali ed economiche in cui ci muoviamo sono cambiate, ma che le risposte che vengono fornite aderiscono ancora a modelli passati. I percorsi formativi sono standardizzati e sterili, producono – spesso – figure professionali obsolete, con hanno grandi difficoltà ad inserirsi nel “mondo del lavoro”.

L’idea che dovrebbero essere gli studenti a decidere cosa studiare e con chi ci ha sempre affascinato. Crediamo che apprendimento in situazione, osmosi tra discipline diverse e non linearità dei percorsi siano fondamentali. 
Per questo ci siamo interrogati su quale direzione dare al progetto e abbiamo immaginato uno spazio di innovazione sociale e tecnologica aperto – in tutti i sensi – e attraversato da influenze diverse e progetti condivisi. 
Non bastava rinnovare i contenuti, però: era evidente che anche le modalità di creazione, trasmissione e fruizione andavano innovate, per questo ci siamo spinti verso forme educative co-partecipate, recuperando il modello platonico e ricombinandolo con la cultura hacker. 
Alla fine del 2015, tutto questo si è concretizzato nella Scuola Open Source, grazie all’opportunità offerta dal bando cheFare, che l’ha finanziata.

A quale bisogno vuole rispondere e che obiettivo ha? 

Siamo convinti che per determinare il futuro occorra educare il presente, per questo le attività di formazione ed i laboratori della SOS si propongono di fornire stimoli, competenze, strumenti per generare e formare nuove professioni o aggiornare quelle che si trovano a dover far fronte al mondo che cambia. Un artigiano, ad esempio, può trovare nella SOS nuova linfa per le sue creazioni, grazie alle competenze in materia di manifattura digitale e coding, ma anche di design e storia delle arti decorative e applicate. Spesso per rispondere a questa domanda citiamo l’esempio della Bauhaus: all’inizio del ‘900 Gropius intuì che per rispondere ai cambiamenti economici e sociali in atto (per via della rivoluzione industriale), fosse necessario creare un nuovo tipo di formazione, che tenesse assieme, miscelandoli, elementi della progettualità (provenienti dalla facoltà di architettura), elementi tecnici (provenienti da un istituto tecnico) ed elementi artistici (provenienti da una scuola d’arte). Il risultato di questa visione fu la scuola che “inventò il designer” in senso moderno. Lo stesso “designer” che nel 2015 Carlo Ratti, in una chiacchierata , descrive così: “il designer diventa quello che, in biologia, è definito ‘mutageno’ – un agente che produce mutazioni”.

Quante e che tipologie di realtà aggrega?
Tutti: ragazzi, studenti, professionisti, disoccupati, imprese e PA. Basterebbe indicare la varietà dei background dei nostri 13 soci fondatori per avere un indizio di quanti input diversi contribuiscono alla SOS. Attualmente intorno alla Scuola gravitano artigiani, maker, innovatori culturali, designer, ricercatori, comunicatori e artisti, ma non ci poniamo limiti.

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