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30 Dicembre 2019

La filosofia della ‘crescita imperativa’ ha contagiato ogni angolo della società

Questo articolo è apparso originariamente in lingua inglese su LapsusLima. Clicca il pulsante in fondo per leggere l’articolo completo.

Non troppo tempo fa, a Manhattan, ho partecipato a un dibattito a inviti riguardante un certo tipo di approccio allo sviluppo urbano di lusso. A parte aver dovuto gestire delle dure critiche da parte di alcuni degli esperti di regolamentazioni e design presenti nella stanza, il capo del progetto e il suo avvocato hanno entrambi parlato della loro opera come di un guadagno netto per la società perché la crescita, ci hanno ricordato, è buona a prescindere. Si tratta più o meno di una legge naturale: se le cose attorno a noi si sviluppano in maniera costruttiva, diventano più grandi. Come ha affermato il sociologo Harvey Molotch diversi anni fa, “la vera essenza” di una città americana è di operare come una “macchina per la crescita”. Aspiriamo a vedere i nostri figli — e i nostri conti in banca — cresce per diventare più grandi e più forti. I politici si prendono fieramente il merito di un mercato azionario in gran forma e per la crescita del PIL. Le piattaforme digitali celebrano i loro miliardi di utenti globali. Più grande è meglio e la crescita è giusta. No?

Be’, non sempre. A inizio anni ’70, il Club of Rome ha commissionato ad un gruppo di ricerca del’MIT un progetto per studiare le sitazioni spiacevoli dell’umanità. Il risultato dela ricerca, I Limiti della Crescita, ha usato dei modelli di previsione computerizzati per mostrare come i trend di crescita nella popolazione, nell’industrializzazione, nell’inquinamento, nella produzione di cibo e nel consumo di risorse avrebbero raggiunto il loro picco, e poi avrebbero cominciato a scendere, in un centinaio di anni. Da allora, le sfide globali si sono inasprite e l’interesse degli economisti e dei sociologi nel comprendere i limiti della crescita è aumentato. Il movimento per la “decrescita” contemporaneo, spiegano Giacomo D’Alisa, Federico Demaria e Giorgio Kallis, non è contro la crescita di per sé; chiede, invece, una critica della crescita come fine, allo scopo di “decolonizzare il dibattito pubblico dall’idioma degli economismi e per l’abolizione della crescita economica come obiettivo sociale.” In altre parole, il valore economico non è tutto ciò che importa, e non dovrebbe essere il nostro fine ultimo. La decrescita valuta altri aspetti e introduce nuove metriche come la “condivisone”,” la “convivialità”, la “semplciità” e le risorse in comune.

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