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21 Aprile 2015

La strategia nazionale per le aree interne

Le aree interne rappresentano oggi, nell’intrecciarsi delle crisi economica con quella ambientale, la riserva delle risorse naturali e culturali e della ricchissima «biodiversità» delle culture produttive e del «saper fare» del nostro paese. Su queste aree si sta oggi lavorando alla costruzione di una strategia nazionale di sviluppo complessiva, la Strategia Nazionale per le Aree Interne, lanciata dal Ministero per la Coesione Territoriale nel 2013, con l’ambizioso obiettivo di invertire la loro secolare e crescente tendenza allo spopolamento, e di restituire loro centralità nella riflessione politica e nel dibattito sul futuro del nostro paese

Le «aree interne» del nostro paese sono, tecnicamente, le zone geografiche meno servite dai servizi pubblici. Sono state individuate e circoscritte costruendo un set di indicatori quantitativi che ne misurano la lontananza dalle scuole, dagli ospedali, dalle stazioni, in termini di distanza e raggiungibilità, cioè in tempi di percorrenza. Coprono oltre il 50% del territorio nazionale, ed ospitano circa il 25% della popolazione italiana. Nel nostro paese, così come nel resto d’Europa, coincidono con quelle aree che, dall’inizio dell’età industriale, perdono popolazione a favore delle città, dei fondovalle, della costa.
Si tratta di regioni il cui paesaggio porta le tracce di un secolare sfruttamento intensivo del territorio, di acqua, di risorse minerarie, di patrimonio boschivo, e di un successivo abbandono. Oggi in questi territori si sopravvive prevalentemente grazie a trasferimenti pubblici, le pensioni, l’impiego nelle minuscole strutture dell’amministrazione pubblica locale, e a piccole attività, agricole, commerciali, turistiche, artigianali. Sono aree omogenee dal punto di vista sociale e scarsamente conflittuali.

Non è però un paesaggio immobile: vi sono aree in cui negli ultimi anni è cresciuto il numero di giovani che sono tornati dopo aver studiato fuori, scoraggiati dalle condizioni di lavoro e dalle scarse opportunità che le grandi città oggi sembrano loro offrire, spesso con progetti di vita individuali: sistemare il mulino del nonno per farne un teatro, impiantare una struttura ricettiva ispirata alla permacultura, aprire una webtv del territorio. Arrivano portandosi dietro un patrimonio di relazioni sociali, esperienza e competenze che riversano nelle loro attività. Inoltre è cresciuta una nuova consapevolezza dei territori, spesso originata da una reazione alla localizzazione, decisa altrove, di una infrastruttura di servizio per le aree urbane, una linea ad alta velocità, un inceneritore per i rifiuti, e una nuova capacità di organizzazione dei cittadini che riesce, qualche volta, ad esprimere una nuova giovane e più battagliera classe politica. Ed è a questi soggetti, giovani mossi da passione e portatori di competenze, ma anche imprese e istituzioni, fondazioni di comunità e banche locali, associazioni civiche, capaci di collaborare fra loro, che in un quadro di scarsità di risorse sperimentano strategie di sopravvivenza, che fa appello la Strategia coinvolgendoli in spazi di cooprogettazione nuovi, perché forniscano indicazioni utili ad individuare quegli snodi strategici tra cittadini e luoghi sui quali intervenire in maniera “agopunturale”, concentrando la spesa e cercando di massimizzarne gli effetti.

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