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31 Marzo 2016

L’Alveare che dice Sì!, ecco il gruppo d’acquisto 2.0

I gruppi d’acquisto trovano un’altra piattaforma per comprare, e gli agricoltori un’altra per vendere, i prodotti locali. L’Alveare che dice Sì!, con tanto di punto esclamativo, è un progetto sbocciato cinque anni fa in Francia che sbarca ora in Italia. Una delle prime uscite pubbliche, per così dire, è avvenuta a Fa’ la cosa giusta, la fiera degli stili di vita sostenibili andata in scena la scorsa settimana a Milano.

L’idea, mutuata appunto dalla transalpina La Ruche qui di Oui!, è ambiziosa: costruire qualcosa di simile a un’impresa sociale. La piattaforma di vendita favorisce infatti gli scambi diretti fra agricoltori locali e comunità di consumatori che, una volta alla settimana, si ritrovano creando dei piccoli mercati temporanei a chilometro zero. Sono quelli che, nella grammatica del sistema, si chiamano “alveari”. In Francia questi gas 2.0 sono ormai oltre 650 mentre in Italia, dall’inizio dell’anno, ne è già spuntata una trentina.

In Italia l’ha portata Eugenio Sapora, ingegnere 35enne, cervello di ritorno (ha trascorso dieci anni a Parigi) che ha scelto di piazzare il quartier generale all’I3P, l’acceleratore e incubatore per startup del Politecnico di Torino, in particolare all’interno del programma Treatabit. Da startup innovativa, registrata lo scorso dicembre, la sponda è arrivare a definirsi nel giro di quattro anni un’impresa sociale a tutto tondo.

“Oggi tutti parlano di chilometro zero e di filiera corta e i benefici associati sono ben noti. Ma quando chiediamo ad amici, vicini e parenti dove fanno la spesa la risposta è sempre la stessa: al supermercato – spiega Sapora a The Food Makers – e questo perchè, anche se non mancano le iniziative, le barriere per accedere alla filiera corta sono effettivamente ancora alte: barriere economiche, logistiche, pratiche. L’Alveare che dice sì! vuole dare una risposta concreta all’abbattimento di questi ostacoli e potenziare la filiera corta, renderla virale e accessibile a tutti. In che modo? Mettendo al suo servizio tecnologia, socialità e sharing economy e dando cosi la possibilità a chiunque di aprire il proprio alveare”.

Il funzionamento è semplice. I produttori locali devono ovviamente iscriversi ad Alvearechedicesi.it e unirsi a uno di quegli alveari, proponendo in vendita i propri prodotti. Parliamo ovviamente del fresco, dalla frutta alla verdura passando per latticini e formaggi. I consumatori si registrano, scelgono sul sito cosa acquistare e finalizzano la transazione mentre il ritiro avviene appunto con cadenza settimanale. C’è anche un’ape regina, nel sistema: è il gestore dell’alveare, cioè la persona che ha preso l’impegno di tirare le fila e, anzi, di lanciare un singolo alveare. Motivando gli agricoltori ma anche pianificando qualcosa di più ampio e divertente, che dà al progetto il suo sapore da social network della vita reale: eventi, aperitivi, visite guidate nelle aziende agricole. L’altro obiettivo è appunto costruire un network di relazioni forte e collaborativo. Dare cioè ai gruppi d’acquisto solidali un seguito fuori dalle transazioni legate al cibo.

Lo scambio è diretto e i prezzi vengono fissati liberamente. C’è ovviamente una commissione del 16,7% che finisce in egual misura (8,35%) al gestore dell’alveare – a proposito, l’80% in Europa è donna ma ci sono anche soggetti collettivi come gruppi e associazioni – e alla stessa piattaforma, per consentirle l’organizzazione tecnica e commerciale.

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