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20 Luglio 2017

Le aree interne sono laboratori di innovazione

“Ho l’impressione che le aree interne rappresentino un luogo di osservazione privilegiato per comprendere dal punto di vista analitico le crisi più urgenti che stiamo attraversando, che sono quella ambientale, quella fiscale dello stato e quella migratoria, permettendo anche di individuare alcune pratiche di innovazione che cercano di dare risposta a queste crisi in termini di adattamento o di superamento”.
Giovanni Carrosio, sociologo dell’ambiente e del territorio, è uno dei coordinatori del team di supporto al Comitato Tecnico Aree Interne: a Seneghe (OR), è stato tra i protagonisti della Scuola di sviluppo locale Sebastiano Brusco, dov’è intervenuto giovedì 13 luglio parlando di “aree interne nella nuova geografia dell’innovazione”.
La stessa tavola rotonda è stata aperta dalla coordinatrice del Comitato Tecnico Aree Interne, Sabrina Lucatelli, che nel suo intervento ha ricordato che la Strategia Nazionale Aree Interne (SNAI) rappresenta “una strategia innovativa, che spinge su servizi e investimenti e che tenta la costruzione di filiere ‘intelligenti’ sul territorio, e che per coglierne appieno le potenzialità i territori hanno la necessità di osare, di non far ‘passare un treno’ fondamentale per il futuro di tanti Comuni senza fare scelte decisive sui servizi”. Perché possa considerarsi efficace, “l’operazione SNAI dovrà contribuire a un ripensamento delle politiche ordinarie, con una particolare attenzione alle specificità dei territori”, ha detto Lucatelli, complimentandosi con tutti coloro che hanno lavorato alla definizione della Strategia d’area per l’Alta Marmilla, nel Sud/Sud-est della provincia di Oristano, che è in via di chiusura ed approvazione.

Giovanni Carrosio ha poi presentato una serie di riflessioni “che nascono – racconta – dal lavoro di campo nelle ‘aree interne’ in cui è attiva oggi la SNAI, che tanto per superficie quanto per popolazione coinvolta sono un campione rappresentativo a livello nazionale”.  Secondo Carrosio, vale la pena guardare ai “processi di innovazione che avvengono ai margini. Pensiamo alla questione migratoria, che investe la democrazia e il funzionamento stesso delle comunità: nelle ‘aree interne’ osserviamo fenomeni estremizzati rispetto ad altri contesti. I primi 30 Comuni italiani per percentuale di stranieri residenti sul totale della popolazione sono considerati ‘aree interne’. Se poi consideriamo che nella maggior parte di questi Comuni la popolazione che abita è inferiore a quella che risiede, per il fenomeno delle seconde case, la percentuale si alza fino ad arrivare, in alcuni casi, a una maggioranza assoluta di stranieri nelle fasce sotto i 65 anni, tra la ‘popolazione attiva’. Nei contesti urbani, ovviamente, questo non si vede.

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