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8 Maggio 2017

Macao ci costringe a domandarci cosa significhi essere pubblici oggi a Milano

A Macao siamo entrati le prime volte in punta di piedi, insicuri davanti a un luogo che non riconoscevamo: non era un locale, non era un Arci, ma di sicuro non era un centro sociale. I primi di Macao, lì dentro, non ci erano entrati altrettanto in punta di piedi. Nonostante l’opinione comune voglia che l’ex borsa del macello sia stata offerta dal Comune dopo l’occupazione della torre Galfa, in realtà Macao lì dentro ci è entrato con un atto violento, rompendo il catenaccio che ne chiudeva il portone.

Al nascente collettivo di Macao era stato proposto invece di regolarizzarsi e di entrare dentro le Officine Creative Ansaldo. Il collettivo ha rifiutato ed è entrato dentro alla palazzina liberty di Viale Molise, abbandonata da fine anni Ottanta e di proprietà del Comune, tramite la partecipata Sogemi, proprietaria di tutta la zona dell’Ortomercato. Il Comune concede — a posteriori possiamo dire per impossibilità politica o incapacità amministrativa — un tacito nulla-osta, lasciando che Macao si sviluppi e si radichi come un’isola all’interno del quartiere Molise-Calvairate.

In realtà, con il passare del tempo, all’interno della palazzina si sono sviluppati progetti e realtà diverse dai tavoli e l’iniziale netta separazione disciplinare ha sempre più lasciato spazio a collaborazioni trasversali tra i vari gruppi del collettivo. Il principio di governo di Macao è il consenso unanime, senza il quale una decisione non viene mai presa.

Una soluzione che può dividere in termini di efficienza ma che nel caso di Macao non ha mai peccato di efficacia e non ha bloccato la volontà del collettivo di sperimentare sia verso l’esterno in termini di offerta artistica, sia all’interno con forme organizzative alternative — per esempio, la sperimentazione dei Commoncoin, la moneta interna di Macao, è probabilmente un unicum nel settore culturale italiano.

Macao è un esempio di condivisione atipica per Milano: è un esempio di ciò che oggi può significare spazio pubblico in una città. Sui pad condivisi, nei quali vengono scritti i loro comunicati a 30/40 mani, i messaggi, le correzioni e le discussioni si susseguono per ore.

Anche per questo motivo, abbiamo chiesto a Giovanni, Emanuele, Federico e Leonardo di Macao di commentare, correggere e condividere la stesura di questo articolo, per mostrare una di quelle facce di Macao che non vedete quando vi trovate a ballare afrobeat davanti ai capitelli taurini della sala grande. (Qui potete trovare la bozza originale con i commenti e le correzioni.)

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