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24 Maggio 2017

Macao: produzione simbolica e sistema dell’arte

Smettiamo di portare la politica nell’arte, pensiamo piuttosto di considerare l’arte come un’occasione per politicizzare l’esistente: questa è la relazione ambigua e scandalosa che sempre intercorre fra arte e politica. La sfida che abbiamo sempre di fronte è quella di marcare una differenza fra l’estetizzazione di contenuti politici accettando in modo reazionario i processi convenzionali della produzione artistica, e dall’altra intravvedere percorsi in cui i processi artistici sono occasioni di costruzione di soggettività politica. Questo è il luogo della sfida, dello scarto, della produzione di differenza.

Per intraprendere questa strada voglio in primo luogo porre una nota di metodo. Non avrò un approccio analitico, ma terrò un punto di vista interno alle pratiche, alle azioni cui ho preso parte con altri compagni e compagne, o richiamerò altre pratiche che riconosco come esempi di processi di attivazione e emancipazione e produzione di differenza. Il richiamo va al metodo della con-ricerca, a quell’attitudine del cercare di comprendere dall’interno di un movimento collettivo, un processo in cui i concetti, le immagini, le narrazioni sono sempre situate all’interno di un percorso di lotta e conflitto. Spesso queste figure parlano di tensioni produttive, spesso anche di errori e perseveranza, di continua produzione di entropia, di parole chiave o totem, che più che contenere una sintesi rassicurante hanno il potere di sovvertire l’esistente indicando scenari instabili e per nulla definitivi.

Per approcciare con estrema leggerezza questo argomento-monolite che è il futuro del comunismo, o l’arte contemporanea in relazione al comunismo voglio ricordare un incontro: qualche anno fa ci venne a trovare a Macao a Milano un amico artista, Dan Perjovschi. Dan è un artista formatosi sotto il regime di Ceausescu in Romania, e diventato dopo il crollo del regime un famoso artista internazionale, ospitato nelle grandi istituzioni dell’arte, come Moma, Stedelijk, Van Abbem, Tate…

In quell’incontro lui ci disse che era impressionato dal nostro desiderio di ricostruire un noi, quando lui aveva passato tutta la vita a rivendicare la possibilità di essere un io. Osservava a Macao assemblee di artisti che discutevano di abolire il concetto di autore e di opera, che decidevano in modo collettivo con il metodo del consenso, osservava con curiosità questo desiderio politico di ricostruire un corpo collettivo. Osservava queste singolarità umiliate dalla precarizzazione del lavoro, dalla frammentazione e dalla competizione, e comprendeva che la sfida in quel momento per noi stava in quella gioia di essere un corpo sociale in movimento.


Nella foto: Gianmarco Bresadola, St. Elisabeth-Kirche

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