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5 Giugno 2017

Il collettivo Macao sfida la politica per ripensare Milano

Una sera piovosa di maggio a Macao c’è un poetry slam, ma quando arrivo è ancora presto e la sala principale è quasi vuota. Ha appena smesso di piovere. La luce delle lampade appese alle colonne decorate, in corrispondenza con il ballatoio del secondo piano, si mescola al chiarore che ancora filtra dal lucernario. Dietro al bancone del bar un ragazzo sta cambiando un fusto di birra; dall’altro lato della sala, un uomo comincia ad allestire il palco.

È straniante vedere questo spazio occupato, sempre così pieno di vita, immobile e silenzioso. Ed è doloroso pensare che potrebbe rimanere così per molto tempo – sgomberato. Ma è una possibilità contro la quale Macao sta lottando, provando a coinvolgere l’intera città con un’idea innovativa.

Per capire cosa sta succedendo, e perché questa vicenda non riguarda solo Milano, bisogna fare un passo indietro.

Come siamo arrivati fin qui?
Il 5 maggio 2012, centinaia di persone occuparono un grattacielo vuoto a due passi dalla stazione centrale di Milano, la Torre Galfa. Era l’atto di nascita e la prima incarnazione di Macao – nuovo centro per le arti, la cultura e la ricerca: e il gesto ebbe una fortissima rilevanza simbolica. Era un guanto di sfida non solo ai proprietari (il gruppo Ligresti) ma a un intero modo di pensare lo spazio urbano.

Per citare il collettivo stesso: “Un grattacielo vuoto, inerte, inutile al tessuto sociale, simbolo prepotente delle logiche insensibili della speculazione edilizia viene restituito alla città, riscattato da una moltitudine di cittadini che vogliono dimostrare come si possa immaginare e costruire una capacità cooperante di fare arte, cultura e ricerca”.

Torre Galfa fu sgomberata nel giro di dieci giorni; Macao occupò palazzo Citterio, un altro stabile abbandonato, stavolta a Brera, in pieno centro; anche palazzo Citterio fu sgomberato. Ma il collettivo resisteva, sostenuto da un certo entusiasmo diffuso e da una curiosità più generale.

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