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18 Gennaio 2017

Mark Fisher e il Capitalist Realism

Mark Fisher é stato un teorico prolifico, un compagno che ti stimolava l’immaginazione ed un critico musicale che sembrava venire dal futuro. I suoi scritti più belli sono quelli in cui politica e musica collidono in una critica cyberpunk delle apatie del nostro tempo. Molti di questi scritti sono raccolti nel suo blog k-punk[1], che Mark Fisher ha continuato ad aggiornare fino a pochi anni fa. Da quasi un decennio Mark Fisher definisce questo nostro tempo politico – e in parte il nostro rapporto politico con il tempo – “Capitalist Realism”. Con l’omonimo libro uscito nel 2009 per Zero Books[2], Mark Fisher ottiene un’egemonia anti-autoritaria nella sinistra d’oltremanica. Ed é giusto così, visto che tra una fatica e l’altra, tra un contratto precario e l’altro, il suo pensiero rimane indipendente e creativo – contro troll e zombie (anche accademici) che come ogni parassita del sistema neoliberale succhiano la vita in un clima di competizione tra istituti ed individui.[3]

Dal 2009, l’espressione Capitalist Realism sarà continuamente ripresa dalla sinistra inglese, fino ad entrare nel linguaggio comune dei gruppi che hanno sostenuto l’ascesa di Corbyn. Entra anche perché la sinistra inglese è storicamente legata alle analisi di Frederic Jameson sul postmodernismo, a cui Fisher invece preferisce opporre il concetto di realismo capitalista per ragioni precise. Si può deridere Fukuyama e la fine della storia – sosteneva Fisher – ma non si può negare la dirompenza codificante del capitalismo finanziario, che – sulla scia degli insegnamenti dei due volumi di Capitalismo e Schizofrenia – deve essere visto come quella cosa innominabile che ha inglobato tutte le sue esternalità, comprese le forze progressiste della modernità e non lasciando spazio – in seguito alla caduta del muro di Berlino – ad alcuna alternativa. Al contrario, le alternative anti-capitaliste all’interno del realismo capitalista sono viste da Fisher come incapaci di riflettere sulla banalità dei propri disconoscimenti (disavowal): Hollywood produrrà sempre un film sugli effetti barbarici del capitalismo. I movimenti di protesta non hanno interesse ad articolare l’organizzazione di una struttura politica. I compagni stessi non riescono a concepire che il loro desiderio è contemporaneamente plastico e oggetto di conquista della cultura capitalista. Con queste premesse, non è difficile immaginare la serie di attacchi cui era sottoposto a incontri, seminari, conferenze e, ovviamente, anche su internet. Mark Fisher – tuttavia – ribatteva con forza a noi giovani studenti, che sì, persino la musica era destinata a guardarsi indietro facendo finta di andare avanti, trovando tutto fuorché il nuovo, proprio perché spinti ad innovare.


Immagine in apertura: Manuela Viera-Gallo, Welcome to capitalism, 2008


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