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27 Maggio 2019

La guida a tutte le performance della Biennale di Venezia

Su Artribune Maria Paola Zedda passa in rassegna tutti gli appuntamenti della Biennale di Venezia con le arti performative.
Riportiamo i primi paragrafi dell’articolo, per leggerlo tutto clicca su ‘Vai alla fonte’. 


La queer utopia invade il Giardino delle Vergini. Report e immagini delle performance in Biennale

Al centro del focus sulla performance svoltosi nel corso dell’opening della Biennale di Venezia, nell’ambito della mostra a cura di Ralph Rugoff, You May Live in Interesting Times, il corpo e la voce. Questi sono stati i protagonisti di un percorso che abita il crinale scivoloso dell’autenticità, e che indaga su come il linguaggio e l’architettura della rappresentazione possano riaffermare o rifiutare le convenzioni. Il programma, al confine tra danza e performance, è articolato in diversi luoghi e sezioni: la queer utopia di boychild, Paul Maheke, Victoria Sin, orchestrata in piccoli palchi, come teatrini delle apparizioni, nel verde e bucolico spazio del Giardino delle Vergini, al termine dell’Arsenale; le processioni di Zadie Xa e di Nastio Mosquito, nell’area dei Giardini; le stanze segrete di Eve Peake and Florence Stantion all’interno del Piccolo Teatro dell’Arsenale.

L’ARCHITETTURA

Al Giardino delle Vergini, l’architettura dei contesti di fruizione, tre palchetti neri rettangolari di uguali dimensioni, ha trattenuto i lavori in uno spazio e in un tempo estremamente misurati, distanti dalla ricerca di dispositivi di visione aperti, che animano le attuali riflessioni sulla coreografia espansa, condizionando il rapporto tra spettatore e performer. Se la struttura dell’impianto allestitivo ha presentato alcune rigidità, i lavori offerti dal palinsesto invitano ad abitare una zona fluida, queer, uno spazio di confine tra autenticità e finzione giocando, inaspettatamente senza eccessi, sulla misura e sul paradosso, sul rapporto tra interno ed esterno, sull’attraversamento di identità in transizione.

LA PERFORMANCE DI VICTORIA SIN

Victoria Sin, drag queen canadese di origine asiatica, ha presentato If I had the words to tell you we wouldn’t be here now, un lavoro sul potere simbolico dell’attribuzione di un nome come atto di dominazione sull’altro e di costrizione e assegnazione delle identità. Nella sua pratica, Victoria riflette “sul linguaggio, su come questo sia uno strumento che definisce noi stessi e il nostro ambiente, creando separazioni, categorie, confini, sistemi binari e anche nazionalismi. (…) Molta parte del mio lavoro”, ci racconta, “riguarda le forme e i modi in cui il corpo sociale è sempre categorizzato e la violenza insita nell’atto di attribuzione di un nome, che ci definisce dalla nascita prima che noi stessi possiamo trovare una nostra definizione.  Un atto che limita e ingabbia la creazione dei diversi sé e delle loro transizioni in una esistenza”.

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In copertina una foto dalla pagina Facebook di Victoria Sin

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