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6 Marzo 2017

Il futuro della produzione culturale

In La cultura in trasformazione, (Minimum Fax, 2016), raccolta di saggi dedicata interamente al tema della trasformazione culturale, Jacopo Tondelli scrive di cosa è successo al mestiere del giornalista: con l’istruzione di massa che ha spalancato le porte verso tutte le professioni intellettuali rendendole facilmente “raggiungibili”; l’ingrossamento delle fila degli aspiranti giornalisti dovuto al rafforzamento dello “stereotipo positivo, quasi mitico del lavoro del giornalista”; la rivoluzione tecnologica con conseguente diffusione dei mezzi di produzione e distribuzione delle informazioni (appunto, basta un laptop) rendendo obsolete tutte le strutture preesistenti. Tutto condito poi dall’arrivo della crisi economica, la peggiore dal 1929, che ha imposto tagli drastici e rallentato i finanziamenti al mondo della cultura sia nel pubblico che nel privato.

Mi viene in mente la volta che ho scoperto come iniziò la carriera di Michele Serra, cioè facendo il dimafonista (quello che trascriveva i pezzi degli inviati). Pensai che tra quando ha iniziato lui, gli anni ‘70, e oggi non ci sono solo quei quarant’anni, ma una distanza culturale siderale, che a osservarla ora fa quasi ridere.

I lavori culturali spariscono? Mettendola così verrebbe da fare spallucce e tenersi i dubbi tipici di un periodo di transizione. La fruizione cambia e si riorganizzeranno i modi di produzione culturale, per questo vale la pena stare al passo anche se ora come ora la prospettiva è grigia sia per il portafogli che per l’ego di una “professione declassata”. Ma nello stesso libro curato da cheFare, Roberto Casati fa quello che fanno i bravi filosofi, cioè parte dalle definizioni e per capire dove va la cultura prova a tracciarne i labili confini. «Ci sono dei concetti “ombrello” sotto i quali ricadono molte nozioni tra loro imparentate», e non succede solo col con le scienze umane e col termine “cultura”, anche il termine “pianeta” «ha cambiato significato molte volte, ma il fatto che il termine stesso non sia cambiato ci permette di dare un senso, forse una seconda vita», al lavoro di chi ci ha investito il proprio tempo e i propri studi.

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