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2 Marzo 2018

Quattro anni di Strategia nazionale Aree Interne

A quattro anni dal suo lancio ufficiale, La Strategia Nazionale Aree Interne ha finalmente assunto una sua solidità, contribuendo a diffondere una cultura dell’attenzione alle aree che finora sono state considerate marginali o residuali per il futuro del paese, tanto nelle strutture istituzionali quanto nell’opinione pubblica, e restituendo un po’ di fiducia ai giovani che le abitano.  La legge di stabilità del 2018 ha previsto uno stanziamento che consentirà di estendere ad altre 700mila persone, distribuite in 24 aree interne del Paese, i benefici legati al percorso a oggi già intrapreso da 48 aree; in totale, a Strategia conclusa, saranno 72 le aree interne coinvolte, per 1.077 Comuni e 2.072.718 abitanti. Ma a fronte di questi risultati, quella di riportare al centro delle politiche pubbliche il tema delle aree interne rimane, per molti versi, una scommessa, e permangono difficoltà tanto interne, le gravi debolezze nella progettazione locale, che esterne, i ritardi e la scarsa attenzione” della politica e delle Amministrazioni pubbliche.  Ne parla Filippo Tantillo, ricercatore e coordinatore scientifico del team di supporto al CNAI.

La diga del Vajont e il successivo passo Sant’Osvaldo rappresentano, per coloro che provengono dalle valli venete, la porta di accesso alle Dolomiti Friulane, un territorio che, con i suoi 7,1 abitanti per kilometro quadrato, è forse il meno popolato dell’intero paese. Dopo il Castello di Miramare a Trieste, il “Vajont” è l’attrattore culturale più visitato dell’intera regione Friuli Venezia Giulia, e conta circa 50 mila presenze l’anno. I turisti, i curiosi, i viaggiatori, che salgono all’invaso lo fanno lungo la strada che parte da Longarone, in provincia di Belluno, il paese che nella notte del 9 ottobre 1963 fu investito dalla gigantesca ondata proveniente dalla diga, che provocò quasi 2000 morti. La gran parte di questi visitatori, dopo un giro sulla struttura in cemento armato e al centro visite, prende la via del ritorno ripercorrendo la stessa strada di salita, e scende verso le valli venete. Solo in pochi proseguono la strada che si addentra nell’angolo forse più selvaggio delle alpi, le Dolomiti Friulane, dal 2009 dichiarate patrimonio naturale dell’umanità dall’UNESCO, dove la Strategia Nazionale delle aree interne lavora da quasi un anno alla costruzione di una strategia d’area.

Il “Lis Aganis” di Maniago, un ecomuseo che associa 60 realtà del territorio, tra comuni, scuole, associazioni di volontariato, imprese del ricco distretto della coltelleria, si è dato la missione, tra le altre, di ricucire quell’evento tragico, quella lacerazione, alle trame culturali ed economiche dell’area, attraverso la ricostruzione di una narrazione partecipata che risale lungo quelle vie d’acqua che da sempre hanno plasmato la geografia e l’economia del territorio, e hanno rappresentato le vie di comunicazione con l’esterno.

Ricostruire le relazioni, aprirsi verso l’esterno, senza perdersi, è il tema intorno il quale il territorio, con il supporto del Comitato nazionale e della Regione, sta disegnando una strategia volta a contrastare lo spopolamento dei borghi e l’abbandono dei pascoli, che in alcuni paesi sembra aver raggiunto il punto di non ritorno: l’invecchiamento della popolazione, il crollo verticale dell’agricoltura e dell’allevamento, unito ad una desertificazione delle scuole, sono elementi che sono sentiti come una grave ipoteca per il futuro. La diffusa consapevolezza di questa fragilità ha spinto l’area a ragionare sul come creare nuove opportunità di lavoro per attrarre nuovi abitanti. Ma oggi sono pochissimi quelli che conoscono questo territorio, le bellezze che offre, la buona qualità delle strutture, un servizio sanitario ben organizzato e orientato al benessere della popolazione, anche se non ancora completamente in grado di rispondere ai bisogni di tutti i cittadini (e sul quale sta lavorando la Strategia). Si tratta, in altre parole, di strutturare una proposta turistica, tutt’oggi molto debole, che possa permettere all’area di trasformarsi in una “destinazione”, facendo leva sulla propria autenticità, anche drammatica, attraendo un turismo esperienziale e riflessivo. Non solo un’operazione di marketing, quindi, ma innanzi tutto di organizzazione dell’offerta, sostenendo l’integrazione dei pochi operatori presenti sull’area e affiancandoli con nuove cooperative di giovani. E, partendo da quelle esperienze di comunità, che come l’Ecomuseo, ripercorrono e ricostruiscono il senso di abitare in queste aree, estrarre elementi utili per la comunicazione verso l’esterno e per il marketing turistico.

A quasi 4 anni dal suo lancio, la Strategia Nazionale Aree Interne ha assunto una sua solidità, è vista come strumento nuovo dai cittadini ed amministratori e ha contribuito non poco a diffondere una cultura dell’attenzione alle aree che finora sono state considerate marginali o residuali per il futuro del paese, tanto nelle strutture istituzionali quanto nell’opinione pubblica, restituendo un po’ di fiducia ai giovani che le abitano. La legge di stabilità del 2018 ha previsto uno stanziamento consentirà di estendere ad altre 700mila persone, distribuite in 24 aree interne del Paese, i benefici legati al percorso ad oggi già intrapreso da 48 aree; in totale, a Strategia conclusa, saranno 72 le aree interne coinvolte, per 1.077 Comuni e 2.072.718 abitanti. Fino ad oggi sono 19 le aree che sono arrivate ad esprimere in maniera strutturata le proprie intenzioni di cambiamento attraverso la redazione di un documento di strategia, e altre 35 sono in procinto di farlo. Sono 14 le aree che sono entrate in fase di attuazione, e sei di queste sono già partite.

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Foto: Flickr

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