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26 Febbraio 2019

I primi 5 anni del Regolamento per i beni comuni: a che punto siamo?

«Un bilancio ragionato di un’incredibile sperimentazione».
È questo il sottotitolo che appare nell’articolo in cui Donato Memmo racconta per Labsus la nascita e i primi 5 anni del Regolamento per i beni comuni
Riportiamo qui di seguito i primi paragrafi del testo, per leggerlo tutto clicca su ‘Vai alla fonte’. 


Sono già trascorsi cinque anni da quel 22 febbraio 2014 quando, in una sala gremita e vivace, il Comune di Bologna, Labsus e la Fondazione Del Monte presentarono il primo schema di regolamento sulle forme di collaborazione tra cittadini e amministrazione per la cura e la rigenerazione dei beni comuni urbani.
Moltissime cose sono successe nel frattempo, e neppure noi che eravamo in prima linea in questa sperimentazione potevamo prevedere quale impatto il lavoro avrebbe generato dentro e fuori dalla nostra città.
Le incognite infatti erano molte: il Regolamento sarebbe stato riconosciuto dai cittadini come uno strumento per abilitare e sostenere le loro istanze di partecipazione attiva? E l’Amministrazione, avrebbe trovato la forza di assecondare il cambio di paradigma all’interno di un quadro normativo e organizzativo non concepito per condividere con i cittadini idee e risorse?
Cinque anni di esperienze rappresentano un tempo giusto per tracciare un bilancio ragionato dei successi e dei punti deboli di quella che è nata e ancora va considerata una sperimentazione, come tale bisognosa di attento monitoraggio e costante manutenzione.

Una chiave
Una delle ragioni per cui si decise di elaborare uno strumento normativo per stimolare, raccogliere e sostenere pratiche di amministrazione condivisa era la constatazione che, nonostante il principio di sussidiarietà orizzontale, tali pratiche rischiavano di non avere diritto di ingresso all’interno dell’amministrazione. L’iper produzione normativa, la percezione dei soggetti del controllo alla stregua di entità imperscrutabili, minacciose e vendicative e la costruzione per compartimenti stagni delle strutture organizzative sono i fattori principali che impedivano o rendevano inquieto il transito di tali esperienze all’interno della prassi amministrativa dell’ente locale. Serviva quindi una chiave che, aprendo all’attivismo civico la porta d’ingresso, consentisse al principio di sussidiarietà orizzontale di gettare una sfumatura cromatica nuova, utile ad interpretare e reinterpretare norme, procedure e scelte organizzative.


L’immagine di copertina viene dalla Pagina Facebook di Labsus

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