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28 Giugno 2019

Coi ritardi della Riforma del Terzo settore in Italia il non profit rischia la deriva profit

Su Vita, Maria Vella affronta il problema della deriva del non profit verso il profit, che rischia di accomunare l’Italia agli USA anche per colpa dei ritardi nell’attuazione della Riforma del Terzo settore. 
Riportiamo i primi paragrafi dell’articolo, per leggerlo tutto clicca su ‘Vai alla fonte’.


Negli Stati Uniti è in atto un ampio processo di deriva del non profit verso il profit, imputabile al fatto che il fondamentum divisionis del non profit è stato posto nel criterio dell’efficienza. Se si affermasse a livello politico e culturale l’idea per cui le organizzazioni non profit siano semplicemente dei “sostituti funzionali” o dell’agire pubblico o delle imprese private profit, esse non sarebbero più rilevanti. Un rischio che l’Italia sta correndo. Complici i ritardi della politica nell’attuazione della Riforma del Terzo settore.

Chi segue la realtà americana sa che in questi ultimi anni molti ospedali americani non profit stanno diventando profit; la stessa cosa sta accadendo a tante altre organizzazioni che operano in altri settori di attività economica. In altri termini, negli USA è in atto un ampio processo di deriva del non profit verso il profit. Le ONP americane per la promozione assicurativa nel campo della tutela alla salute sono scese dal 65% al 25%, con una forte penetrazione del profit in un campo finora presidiato dal non profit in tutto il territorio statunitense. Le crescenti entrate commerciali, infatti, hanno accentuato la competizione delle imprese profit, attratte dai maggiori utili. Come risultato, si è osservata la crescente sfida del profit al non profit, con un vantaggio considerevole delle prime, privilegiate dall’accesso al mercato dei capitali e la possibilità di poter reperire fondi per investirli, ad esempio, in R&S, in tecnologia, attrezzature fisiche ecc., Finanziamento che, al contrario, le non profit non sono in grado di avere, perché non sono distributrici di profitto (e quindi di dividendi agli investitori) e non sono presenti in Borsa.

Questa tendenza è probabilmente imputabile a un processo basato sul fatto che è stato fissato il fondamentum divisionis delle non profit nel criterio dell’efficienza; di conseguenza, se un’organizzazione profit riesce a dimostrare di essere più efficiente di una non profit, quest’ultima potrebbe essere destinata a chiudere, soprattutto per le capacità delle prime ad un approccio strategico al mercato, con rilevanti vantaggi competitivi (sul fronte delle competenze finanziarie, manageriali ed innovative). Il rischio di oggi è perciò che, se si affermasse a livello politico e culturale l’idea per la quale queste organizzazioni potrebbero essere considerate dei “sostituti funzionali” o delle pubbliche amministrazioni (dell’agire pubblico) o delle imprese private profit, esse non sarebbero più rilevanti, perché basterebbe perfezionare e razionalizzare la pubblica amministrazione da un lato e “umanizzare” un po’ le imprese profit dall’altro per spiazzare completamente il non profit. Un rischio che l’Italia sta correndo.

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