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16 Gennaio 2017

Ripensare il mondo con Ivan Illich?

Con i suoi scritti Illich ha attaccato le fondamenta del “sistema tecnico” mettendo in discussione il ruolo di stampella degli “esperti” nei settori più vari: dall’educazione alla medicina, dalla politica all’economia, dalla sociologia all’ingegneria.

Rileggerlo oggi, studiarlo, portare all’atto le sue feconde lezioni: ecco la sfida

Nel 2014 – un tempo remoto ormai secondo il principio di accelerazione assoluta del nostro tempo – la casa editrice Hermatena inaugurava una nuova collana dal titolo programmatico “Ripensare il mondo” coordinata da Aldo Zanchetta con il volume curato da Gustavo Esteva, cofondatore dell’Università della Terra di Oaxaca, dal titolo Ripensare il mondo con Ivan Illich (Hermatena, Riola 2014).

Il testo si compone di saggi brevi che pur non avendo l’intenzione di fornire una ricostruzione complessiva del pensiero di Illich permettono comunque al lettore di accedere ad alcuni aspetti essenziali del pensiero di questo autore. Gli autori dei saggi hanno tutti conosciuto personalmente Illich e nessuno di loro è rimasto indifferente alla sua carica umana, al suo potente pensiero.

Per J.M. Sbert: «una delle intuizioni più profonde di Illich continua a essere senza dubbio il sospetto che certi strumenti distruggano la gioiosa convivenza tra gli uomini, che creino un guscio artificiale che ci rinchiude e ci isola dagli altri e dalla natura. Questa alienazione e l’ideale contemporaneo di un mondo super asettico, nel quale tutti i contatti fra le persone, così come fra le persone e il loro ambiente siano il risultato della previsione e della manipolazione che inesorabilmente coltiva, produce e scolarizza il mondo fino a non lasciare alcunché di esso» (p. 37).

Per E. J. Burkhart, Illich ha chiarito che: «in un mondo malsano tutti noi che partecipiamo all’economia dei servizi ingrassiamo sulla decomposizione della società, praticando il cannibalismo sociale» (p. 49).

Per A. Escobar Illich è stato soprattutto un demolitore critico di certezze, soprattutto quelle dominanti dell’euro-modernità e ritiene sia: «assolutamente necessario preservare e rilanciare il lavoro di questo illustre autore e la sua etica di una immaginazione radicale e dissidente» (p. 61).

Per R. V. Herrera è indispensabile tornare a dialogare con Illich perché: «nutrirsi delle sue idee fornisce sostegno, orientamenti e retrospettiva ai popoli originari, alle comunità delle campagne e dei barrios urbani che chiedono autogoverno, autonomia e sovranità alimentare, ai movimenti culturali e di resistenza che difendono le lingue native, le sorgenti acquifere, le coltivazioni, la libertà di possedere, conservare e scambiare le sementi native e i saperi tradizionali. A coloro che difendono i propri territori e la loro biodiversità» (p. 82).

Per T. Shanin: «Illich non era un utopista. Non pensava che il mondo pre-industrializzato fosse ideale né che i processi di industrializzazione e globalizzazione fossero semplicemente e totalmente ‘sbagliati’. Era un realista che non cercava semplicemente di accettare o rifiutare, ma voleva scoprire un’immagine del passato e del presente più reale, più complessa e più contraddittoria. Non accettava nemmeno i nuovi miti del postmodernismo. La sua attenzione si concentrava sull’«immaginazione morale e politica a rischio di estinzione» (p. 189). Illich non era un “guru” e non cercava di essere preso in considerazione come autorità unica e sola. Per Shanin non «c’è spazio per nessun illichismo. Ma disconoscere i suoi meriti sarebbe ancor più sbagliato» (p. 201).

L’ora della leggibilità di Ivan Illich
Leggendo il libro per intero e meditando su tutte le sollecitazioni e i ricordi che gli autori ci propongono, emerge una figura di intellettuale solare, fraterno, disponibile, le cui intuizioni di pensiero possono essere sviluppate ed applicate in ogni aspetto della vita sociale. Un autore-miniera ancora tutto da interpretare e da capire. Ma se questo ritratto è attinente al vero perché questo libro – di grandissimo interesse – non ha avuto le attenzioni che meritava, soprattutto da parte di coloro che dovrebbero occuparsi di questi argomenti a livello professionale?

Nella prefazione al libro di Ivan Illich Genere. Per una critica storica dell’uguaglianza (Neri Pozza, Vicenza 2013), Giorgio Agamben sosteneva l’ipotesi che fosse giunta per questo autore l’ora della leggibilità. A suo giudizio l’opera di Illich «è genuinamente filosofica, come filosofico è il suo metodo, l’archeologia, che egli sviluppa in modo autonomo rispetto a Foucault» (p. 7). Allo stesso tempo però, conclude il suo ragionamento con un presagio: «questa [leggibilità] non sarà possibile fino a quando la filosofia contemporanea non si deciderà a fare i conti con questo maestro celeberrimo e, tuttavia, ostinatamente tenuto ai margini del dibattito accademico» (p.17).

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