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10 Febbraio 2017

L’impresa giovane è «ibrida». Il sociale non ha più confini

Sant’Ambrogio non sta solo nelle chiese e nelle vie del centro di Milano. Al santo patrono è dedicata anche una cascina che si trova in una delle tante periferie della sfavillante smart city meneghina. In uno slargo tra il passante ferroviario e viale Forlanini, con vista sull’omonimo parco, sorge, da secoli, Cascina Sant’Ambrogio, una delle tante ex fattorie che oggi punteggiano il tessuto urbano e che sono state oggetto di rigenerazione.

A gestire Sant’Ambrogio è un’associazione – CasciNet – che, come recita la dichiarazione di missione, si occupa di “studiare, tutelare e valorizzare l’identità storica, artistica e ambientale di Cascina Sant’Ambrogio”. Fin qui nulla di strano finché non ci si addentra nelle attività dell’associazione. Da lì in poi tutto si fa più ibrido ed è proprio da questa ricombinazione di valori che nascono nuove forme di organizzazione di impresa a finalità sociale.

CasciNet infatti ha trasformato gli spazi della cascina in “hub multiservizi di innovazione agricola, culturale e sociale” dove si trova uno spazio di coworking, un incubatore di imprese, laboratori di restauro, una foresta commestibile fruita e cogestita,
servizi sociali per persone escluse e l’immancabile eventologia cultural-ricreativa milanese. Troppe cose – e pure diverse – per un’associazione che per di più ha siglato un accordo con il Comune di Milano impegnandosi a “garantire 190.000 euro tra investimenti obbligatori e facoltativi nella manutenzione straordinaria per il recupero della Cascina”.

Eppure CasciNet è sempre meno un’eccezione. È sì una “buona pratica”, figlia però di una mutazione profonda che riguarda ormai da decenni “il sociale” – associazioni, cooperative, fondazioni che formano il terzo settore – ma che più recentemente investe, in senso più ampio, il modo in cui si produce valore nella nostra società.

Per cui a essere chiamate in causa sono tutte le istituzioni e i confini che tradizionalmente ne sanciscono l’identità: il privato dal pubblico, il nonprofit dal for profit, il mercato dal dono. Ad essere particolarmente scossa è l’identità delle organizzazioni sociali perché un conto è riconoscerla tracciando un perimetro, inevitabilmente ristretto, per collocare al suo interno tutte le forme giuridiche che sono “terze” rispetto alle istituzioni dominanti dello stato e del mercato. Ben diverso è costruire l’identità all’interno di un percorso evolutivo che restituisce la vitalità di un comparto che ormai non è più sperimentazione ma un vero e proprio comparto, ben diverso dalle origini.

Per avere conferma si può guardare anche ai dati di sistema perché restituiscono un quadro che evolve sempre più per differenza più che per assimilazione. Il nonprofit è fatto di volontari? Vero, sono quasi 6 milioni secondo gli ormai vetusti dati Istat del 2011 che dovrebbero essere aggiornati grazie al nuovo censimento permanente, ma al loro fianco opera quasi 1 milione di lavoratori retribuiti.

E ancora: il sociale vive di donazioni private e contributi pubblici? Vero, ma quasi il 20% dei 63,9 miliardi di entrate avviene attraverso scambi di mercato con famiglie, cittadini, imprese, altre organizzazioni non lucrative. E infine: il nonprofit eroga i suoi servizi a soci di associazioni, organizzazioni di volontariato e cooperative sociali? Vero, ma con consistenti eccezioni, considerando che sono oltre 20 milioni gli “utenti disagiati” (persone malate, povere, disabili, immigrate, ecc.) che usufruiscono delle loro attività senza alcun vincolo associativo.

Il tema dell’identità che emerge non per via statutaria, ma per l’impatto derivante dalla gestione di concrete attività segnala quindi un elevato grado di cambiamento che procede sia per spinte interne sia per effetto di trasformazioni della società di cui il terzo settore è parte integrante. Un cambiamento che ridisegna le organizzazioni alle fondamenta in funzione della diversa natura che assumono i bisogni – sempre più personalizzati e sempre meno intermediati dai corpi sociali tradizionali – le motivazioni delle persone che vi operano – con ruoli anch’essi sempre più ibridi tra produttore, consumatore e finanziatore – e non ultimo le tecnologie che sono sempre meno supporti e sempre più parte dell’umano, in particolare della sua dimensione relazionale.

 

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