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15 Gennaio 2019

4 domande per 66 critici: l’inchiesta di Vanni Santoni sulla critica letteraria in Italia

Riportiamo la parte iniziale dell’articolo dello scrittore Vanni Santoni che inaugura su L’Indiscreto una grande inchiesta sullo stato della critica e del romanzo in Italia, tra lo spazio sempre più angusto sulla carta stampata e le risposte tentate dalla rete.

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(Da L’Indiscreto)

Il campo letterario sta vivendo un momento di grave mutazione: da un lato la critica trova sempre meno spazio sui giornali; dall’altro, la rete sopperisce come può a questa chiusura. A partire da tali riflessioni, abbiamo pensato di realizzare una grande inchiesta: raccolti sessantasei critici, gli abbiamo posto quattro domande su questioni chiave intorno al romanzo italiano e alla critica stessa.

1. la funzione d’indirizzo della critica

Due idee, decisamente concrete, si aggirano per il campo letterario: che ci sia sempre meno spazio per la critica nei medium tradizionali, e che la rete stia sopperendo a questa mancanza, ancorché secondo modalità differenti. Con L’Indiscreto abbiamo allora pensato di incrociare questi due spunti e realizzare una grande inchiesta, convocando i maggiori critici militanti italiani, poi i giovani accademici già convocati da La Balena Bianca per la sua riflessione sui romanzi italiani del decennio passato, e ancora vari giornalisti culturali, scelti tra coloro che hanno lavorato con maggior qualità e consistenza sulla letteratura italiana contemporanea, e abbiamo posto a tutti loro quattro domande su questioni che reputiamo di grande attualità e rilievo intorno al romanzo italiano e alla critica stessa.

L’articolo sarà pubblicato in quattro parti, una per ogni domanda, da oggi fino al 10 gennaio. Per completezza riporteremo in ogni post le quattro domande; quella a cui rispondono ogni volta i critici sarà in grassetto.

***

1) Scrisse, attraverso un suo personaggio, Pynchon, che nel secolo a venire la critica letteraria sarebbe stata ancor più importante perché si sarebbero prodotti più libri per meno lettori, e dunque la funzione d’indirizzo dei lettori e selezione del canone sarebbe stata decisiva. Concorda? Come crede debba essere interpretata, oggi,  questa funzione? Come può reagire la critica al paradosso dell’aumento della sua utilità rispetto alla diminuzione pratica degli spazi espressivi?

2) In un altro ampio pezzo di cui sto raccogliendo i contributi – e in cui gli interpellati sono gli scrittori – sto trovando conferma al fatto, di per sé intuibile, che molti dei nostri scrittori contemporanei abbiano trovato le proprie stelle polari in libri di scrittori esteri, spesso letti in traduzione, più che del canone italiano, e quasi sempre in romanzi (esistendo del resto canoni più forti del nostro in questo specifico genere). Quali crede che siano gli effetti di questa crescente globalizzazione delle influenze?

3) Uno dei dibattiti letterari che emergono ciclicamente è quello intorno alla possibilità (o all’esistenza) di un “grande romanzo italiano”, con particolare riferimento alla letteratura italiana successiva alla Seconda Guerra.

Prima di tutto: a suo avviso un GRI è possibile? Se no, perché? Se sì, di cosa cosa potrebbe o dovrebbe parlare un “grande romanzo”, e in che modo?

A suo avviso ci sono libri che possano meritare il titolo? Se sì, quali? Se no, considerando che nelle altre maggiori tradizioni letterarie si possono indicare più candidati, crede che ciò si debba all’assenza, nella nostra letteratura, di una tradizione forte in questo senso, e quindi della minor disponibilità di modelli?

È plausibile che, nella sopravvenuta egemonia del romanzo (almeno nelle forme scelte da chi scrive) e nella globalizzazione delle influenze si arrivi al superamento di tale limite?

Dall’altro lato, non dovrebbe forse un qualunque “grande romanzo” farsi già trans-nazionale? (vengono alla mente, come esempi tra i più immediati e recenti, coincidenti con altrettanti “grandi romanzi” di autori esteri, I detective selvaggi 2666 di Roberto Bolaño, Europe central di William T. Vollmann, Abbacinante di Mircea Cărtărescu, Austerlitz di W.G. Sebald)

4) Nella rassegna Da zero a dieci, la rivista letteraria “La balena bianca” ha chiesto a dieci giovani critici italiani di indicare quelli che a loro avviso sono i libri del decennio passato. È emersa una lista* in cui, al netto delle menzioni multiple, figurano circa quattro romanzi (un quarto dei quali “ibridi”) per ogni raccolta di racconti o prose. Una proporzione meno favorevole al romanzo di quella espressa dall’editoria in sé, ma che comunque riflette una decisa egemonia di tale forma. Che riflessioni le ispira questa proporzione?
Commenti (o integrazioni) alla lista?

Le risposte alla prima domanda:

Simone Barillari

Mi sembra che la perdita di spazi per la critica letteraria sia la misura più semplice e spietata della perdita di importanza della letteratura – e della parola scritta – nella definizione dell’uomo contemporaneo. Gli spazi si sono ridotti sia sui giornali (funzione di indirizzo dei lettori), sia nelle grandi case editrici, che non pubblicano quasi più testi di critica letteraria (funzione di selezione del canone).

Quanto alla funzione di indirizzo, la profezia di Pynchon è stata fatta – significativamente – prima dell’avvento di internet, che ha determinato un processo di disintermediazione, e dell’ascesa delle grandi piattaforme digitali, che hanno implementato i sistemi di profilazione. Google, Facebook e Amazon disegnano il nostro profilo di consumatori mentre noi consumiamo – siamo disegnati dalla mano che stiamo disegnando, come in un angosciante quadro di Escher – e ci autorizzano continuamente a essere ciò che siamo, a volere tutto ciò che vogliamo, ci inducono ad attribuire autorevolezza a chi la pensa come noi più che a cambiare pensiero davanti a chi si dimostra autorevole. Google, Facebook e Amazon hanno più potere su di noi di qualsiasi critico, hanno un potere tanto più grande quanto più anonimo e più meccanico, e ci condannano ripetere all’infinito le scelte che abbiamo fatto – come tante marionette algoritmiche mosse da lunghe stringhe di numeri e costrette a rifare sempre gli stessi passi.

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Immagine di copertina: Wikimedia Commons

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