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25 Giugno 2019

Le opere di Street Art potrebbero essere considerate beni comuni

Giovanni Maria Riccio su Artribune si interroga sulla Street Art e sulla possibilità di trattare le opere come beni comuni: né pubbliche né private, ma una risorsa per i territori e le persone che ne godono.

L’articolo inizia con una considerazione sulla definizione di Street Art, che per includere generi artistici diversi come le tag e i graffiti murali, come le opere di grandi artisti realizzate attraverso un gesto illegale e quelle invece commissionate e autorizzate dalle amministrazioni nei quartieri interessati da operazioni di rigenerazione urbana o semplice riqualificazione, rischia di diventare talmente generica da includere anche le statue equestri e altre opere pubbliche.

Ma la Street Art, intesa come gesto di riappropriazione artistica dello spazio sociale, ha un chiaro e specifico fondamento politico.

Giovanni Maria Riccio affronta la questione del conflitto tra le opere accessibili a tutti e i muri, privati, sui quali sono state realizzate: come comportarsi quando il proprietario di uno stabile dai muri dipinti vuole cancellare le opere o demolire i muri?

Oltre le regole sul diritto d’autore e sulla proprietà privata, il suggerimento è quello di considerare la problematica nell’ambito della preservazione e tutela delle opere di arte urbana, nello specifico contesto in cui sono state realizzate.

In questa prospettiva, due strade alternative sono percorribili: potrebbe servire una legge che vincoli i proprietari degli immobili a richiedere un’autorizzazione alla Soprindenza competente prima di procedere alla cancellazione o demolizione. Oppure, si può immaginare di disporre vincoli di interesse storico-artistico su interi quartieri: si pensi a San Lorenzo a Roma o a Shoreditch a Londra.

Per leggere l’articolo su Artribune clicca su ‘Vai alla fonte’.


In copertina una fotografia di Berit Watkin scattata a Shoreditch, Londra. Da Flickr

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