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31 Ottobre 2019

Trent’anni di cultura privatizzata sulla pelle dei lavoratori

Riportiamo i primi paragrafi di un articolo / denuncia pubblicato sul magazine online Jacobin Italia il 31 ottobre 2019. Clicca sul bottone in fondo per leggere l’articolo completo.

Ieri, nella Sala Stampa della Camera dei Deputati, il collettivo Mi Riconosci? ha presentato i dati della sua inchiesta “Cultura, contratti e condizioni di lavoro”, e oltre ai dati numerici (un campione di 1.546 situazioni lavorative), risuonavano nella stanza anche le testimonianze di cui sopra. Testimonianze e numeri che hanno già attirato l’attenzione di parte della stampa nazionale: qui vogliamo raccontare l’altra parte della storia.

«Insomma, grandi possibilità per l’iniziativa privata nel settore dei Beni culturali, per la prima volta con un quadro di norme chiare e ben definite. Affari, ma anche cultura» scriveva La Repubblica nel 1995, esaltando la legge, votata all’unanimità dal Parlamento, che solo due anni prima aveva introdotto i servizi aggiuntivi per i Musei italiani ma, con lo stesso testo, li aveva resi obbligatoriamente esternalizzati e aveva sancito la possibilità di utilizzare volontari «ad integrazione del personale di Musei, Archivi e Biblioteche statali». Rileggere gli articoli di quegli anni oggi ha qualcosa di grottesco. Come grottesco è il silenzio dei Ministeri dei Beni Culturali e del Lavoro sui dati presentati ieri alla Camera: stipendi medi molto al di sotto degli 8 euro l’ora, professionisti specializzati che vivono sotto la soglia di povertà, lavoro nero (“volontari” pagati con rimborsi spese falsi) diffusissimo, oltre tre quarti delle partite Iva aperte non per scelta ma come condizione obbligata per poter lavorare.

Quali sono le condizioni che hanno reso possibile un quadro a tinte tanto fosche in un settore in cui il primo datore di lavoro è e resta lo Stato?

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