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2 Novembre 2017

Una società di status: dalle aree interne al progetto FICO

In una società di status il tema del ritorno nelle aree interne, rurali e montane sembra essere uno degli argomenti degli ultimi anni. In un impeto appassionato giovani famiglie desiderano ritornare in campagna con nuovi progetti di ruralità. La proposta di trasferirsi è uno scontro di desideri perché le difficoltà oggettive in determinate aree non sono irrilevanti.

In controtendenza con chi incensa l’anno dei borghi e l’aura di autenticità che si vive in questi paesi, l’Italia ha centinaia di paesi che hanno come prospettiva quella di fondersi, di diventare frazione o di scomparire nei prossimi anni. La famosa inversione di tendenza c’è, sul web sembra essere molto più amplificata, ma nella realtà molti paesi ameni e luoghi in cui vale la pena vivere non offrono buone possibilità. Ho l’impressione che per alcuni ci sia l’urgenza di spostarsi e cambiare vita, creare un’attività legata al territorio, purtroppo alcuni navigano a vista. E le possibilità di confrontarsi e tenersi aggiornati tra chi vive in città e in provincia crea ancora una disuguaglianza soprattutto al sud.

Il catalogo degli abbandoni. Eccessive passioni per luoghi remoti, abbandonati, in spopolamento o ruderi. Il ritorno è fotografato attraverso rapide sostituzioni che tendono a disporsi con un atteggiamento normativo. Fragili, privati del tempo, estranei, privi di moventi e attratti dal senso diacronico dei luoghi. Trasferirsi esprime una carica eversiva, sedotti dalla grande narrazione, e in cerca di altre e alte esperienze, in fuga dagli eccessi della città.

L’effetto diacronico dell’apertura di FICO. In una società di status il ritorno in aree depresse, interne, fragili o paludate da parte della mia generazione sembra essere un modo per esprimere un accresciuta responsabilità rispetto ai temi ambientali, ecologici e civici, talvolta anche in maniera superficiale.

L’apertura di FICO nella mia città amplifica e conferma questo senso di confusione. Il ritorno alla terra e al territorio passa attraverso un percorso codificato, normato, storico e ben ponderato. L’apertura di una distretto del cibo, della ruralità, della genuinità in cui l’unica posta in gioco sembra essere quella di essere riconosciuti mi crea uno smarrimento ulteriore. I legami comunitari, così come quelli relazionali oramai in vendita fanno parte delle lacune del nostro tempo.

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