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3 Ottobre 2017

L’Italia alla prova della crescita inclusiva

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Il 2017 sarà probabilmente ricordato come l’anno del ritorno alla realtà associato ad un senso di forte straniamento. Da certi punti di vista, l’Italia può essere considerata come un pugile suonato che si rialza dopo un knockout. Siamo rimasti al tappeto per quasi un decennio e solo ora ri-iniziamo a prendere conoscenza. L’arbitro ci dice che va tutto bene (il PIL è tornato a crescere, il numero degli occupati è tornato a livelli pre crisi, si registra una maggiore fiducia nel futuro), che possiamo riprendere il combattimento, eppure noi sappiamo, sentiamo, che non è così. La testa ci fa male, i muscoli sono intorpiditi e le gambe faticano a muoversi.

Difficile competere conciati così. Per non ricadere subito a terra, oltre a riprendere conoscenza, dobbiamo capire cosa ci è successo e cambiare strategia. Ce la faremo?

I dieci anni che abbiamo passato in stato di semi incoscienza sono carichi di conseguenze. Il tema non è tanto la botta che abbiamo preso (quella è stata forte per tutti), ma che per molti versi ci siamo illusi che il “dopo la crisi” sarebbe stato come prima. Forti di questa illusione ci siamo aggrappati ad un passato che non poteva ritornare, piuttosto che adattarci ad un nuovo mondo, negando ogni evidenza e facendo il minimo indispensabile per stare a galla.

Ora, messo da parte l’alibi della crisi, non possiamo fare altro che accettare la realtà e rimboccarci le maniche. Gli equilibri su cui si fondava il nostro sistema di welfare non reggono più. Le strategie su cui si fondava la competitività delle nostre imprese non reggono più. Ci troviamo a fronteggiare contemporaneamente rischi di carattere sociale ed economico.

Lavoro senza prosperità e nuovi poveri

I dati sul mercato del lavoro ci dicono che sì siamo tornati a livelli di occupazione pre crisi, ma il PIL è rimasto 7 punti percentuali sotto quello di 10 anni fa. Come scrive Francesco Saraceno in questo articolo per Il Mulino, abbiamo ritrovato il lavoro ma non la prosperità. Il lavoro che si è creato è, semplificando, tendenzialmente di peggiore qualità. In media meno pagato, più discontinuo, meno capace di generare futuro per i lavoratori, le imprese e l’economia nel suo complesso, perché creato in settori a bassa produttività e basso valore aggiunto.

Considerate le caratteristiche del nostro sistema di protezione sociale (ancora fortemente legato all’idea di un lavoro stabile e a tempo indeterminato e ad una idea di famiglia “standard”), questo si traduce in una moltiplicazione di forme di esclusione. Se prendiamo i lavoratori autonomi, scopriamo che 1 su 2 è a rischio di non ricevere un assegno di disoccupazione in caso di necessità, mentre 2 su 5 risultano non essere coperti da forme di assicurazione in caso di malattia. In una situazione peggiore si trovano le donne, con 1 lavoratrice su 2 a rischio di non ricevere sussidi di maternità.

I dati sulla povertà assoluta e relativa ci raccontano una storia ancora più grave. 5 milioni di italiani vivono al di sotto della soglia di povertà assoluta. Praticamente 1 italiano su 6 vive in condizioni di deprivazione materiale o è considerato a rischio povertà (a seconda degli indicatori che si prendono in considerazione, la quota varia da 8 a 12 milioni di persone; una buona rassegna di dati è contenuta in questo rapporto di ricerca del progetto europeo (PIE News – Poverty, Income and Employment News, recentemente pubblicato).

La “novità”, rispetto al recente passato, è che invece di estendere diritti ed opportunità in Italia siamo riusciti ad estendere il rischio povertà. Tradizionalmente il tema si poneva infatti soprattutto per la popolazione più anziana. Oggi invece sotto i riflettori ci sono under 35 (2.2 milioni di persone al di sotto della soglia di povertà assoluta), donne (1 su 3 a rischio di esclusione sociale) e bambini (anche qui 1 su 3 risulta a rischio esclusione sociale).

Sono dati che fanno impressione, anche considerando il fatto che queste statistiche potrebbero non tracciare redditi provenienti da forme di economia informale o da attività illecite (che, come sappiamo costituiscono una componente rilevante del nostro PIL). Se ci aggiungiamo invece la questione dell’integrazione dei migranti, il quadro diventa ancora più complesso.

Crescita inclusiva e lotta alle diseguaglianze

Che fare dunque per affrontare un futuro che si prospetta sempre più incerto, anche per via dell’altro lato della medaglia che globalizzazione ed innovazione tecnologica comportano?

Le nuove parole d’ordine sono, a livello internazionale, crescita inclusiva, lotta alle disuguaglianze e ruolo delle città. L’OECD in particolare ha prodotto una serie di report su questi temi. Il paradigma della crescita inclusiva si basa sulla necessità di non considerare come due questioni separate crescita e coesione, ma come obiettivi da perseguire congiuntamente, lavorando sulle sinergie che possono crearsi tra questi due domini di policy. Le ricerche sino a qui concentrano l’attenzione sia su misure macroeconomiche (le politiche fiscali, che dovrebbero essere caratterizzate da una maggiore progressività e capacità redistributiva), sia su misure puntuali relative alle politiche del lavoro e quelle volte a favorire il dinamismo delle piccole e medie imprese.

Per quanto riguarda il lavoro, le raccomandazioni sono legate soprattutto a riforme dei sistemi di protezione sociale per fare in modo che si riducano le disparità di trattamento tra le diverse forme di lavoro, estendendo le forme di protezione sociale a tutti i lavoratori, andando oltre i regimi contributivi (almeno per avere accesso a livelli minimi di protezione) e considerando i singoli lavoratori e non le imprese come beneficiari delle forme più significative di protezione. A questo sforzo di protezione, dicono gli esperti, occorre poi collegare un analogo investimento sul fronte della formazione, per garantire che anche i lavori più a rischio possano ad investire sulle proprie competenze.

L’inclusione passa dalle città

Le politiche più “inclusive”, non sorprendentemente, sono quelle che trovano una declinazione e concretizzazione a livello locale e regionale. Proprio per questo motivo, sempre in seno all’OECD, si è costituita una coalizione di Sindaci desiderosi di tradurre in misure concrete questi orientamenti.

Nel “Paris Action Plan For Inclusive Growth In Cities” si identificano 4 filoni di lavoro su cui puntare per ridurre le diseguaglianze: sistema educativo (con un focus sulla qualità dei docenti, sul contrasto alla dispersione e segregazione scolastica ed una attenzione particolare alle politiche per la prima infanzia); qualità del lavoro (con un focus sulle forme di fragilità che escludono persone dal mercato del lavoro, sui lavori che guadagnano poco e fanno lavori routinari e sull’integrazione dei migranti); qualità dell’ambiente urbano (con un focus sull’accesso alla casa e alla qualità degli spazi pubblici, degli  spazi sociali e delle infrastrutture di trasporto, soprattutto in periferia); accessibilità dei servizi (a partire dalle cure sanitarie e l’accesso alle risorse).

Il ruolo cruciale delle città e delle regioni nel giocare questa partita è riconosciuto anche dalla inglese RSA – Royal Society for the encouragement of Arts, Manufactures and Commerce che per promuovere il concetto di crescita inclusiva ha dato vita una commissione di esperti incaricata di definire una strategia nazionale all’altezza della sfida da affrontare. Il report “Making Our Economy Work For Everyone” contiene una serie di indicazioni molto utili sulle caratteristiche di iniziative place based e concettualizza la necessità di investire in “infrastrutture sociali” in grado di sviluppare le capacità di individui, famiglie e comunità per consentire loro di partecipare attivamente alla crescita di economia e società.

Molto rilevante è, in questo senso, l’accento posto sulle azioni per prevenire la formazione di una domanda di servizi sanitari e socio sanitari e sullo sviluppo delle comunità locali facendo leva su volontariato, associazioni giovanili, enti di secondo livello, imprenditori ed innovatori sociali.

La sfida sta nel comprendere come bilanciare e integrare questo set di politiche inclusive alle più tradizionali agende per la crescita economica (che prevedono investimenti in ricerca e sviluppo, innovazione, imprenditoria, capitale umano, infrastrutture, promozione internazionale, etc). Considerando questi due elementi come complementari e necessari, e non alternativi.

Alla ricerca di utopie concrete

Riuscirà l’Occidente ad autoriformarsi? Basterà una versione più sociale dell’economia di mercato per consentire alle nostre società di rigenerarsi? Riusciremo a coniugare qualità della vita, prosperità e democrazia, apertura e solidarietà, libertà e diritti?

Dipenderà, molto probabilmente, da quanto riusciremo ad agire seriamente e velocemente, con azioni incisive in grado di rigenerare sicurezza e fiducia. Sia come sia, l’aspetto indubbiamente positivo di questa fase è che, dopo un lungo sonno della ragione, si è ufficialmente aperta una stagione di caccia a quelle che Rutger Bregman definisce felicemente “utopie per realisti”: soluzioni radicali in grado di far fronte ai problemi più urgenti della contemporaneità.

In cima alla sua agenda troviamo l’introduzione di un reddito di base per tutti, la settimana lavorativa da 15 ore, strumenti concreti per contrastare la povertà, indicatori in grado di misurare i progressi della società meglio del PIL, abolizione dei confini. Obiettivi che possono sembrare irraggiungibili, ma che potrebbero tradursi in realtà proprio grazie ad una nuova ondata di innovazioni tecnologiche e sociali. Se saremo capaci di orientarle verso la produzione di bene comune.

La rotta è tracciata, dunque. È tempo di una stagione di forte sperimentazione, per trovare le giuste risposte. Il punto di partenza sono ancora una volta le città. E’ qui che stanno prendendo forma i test più coraggiosi. La sperimentazione sul basic income in corso in Finlandia è stata fonte di ispirazione per analoghe iniziative in 3 province dell’Ontario, in diverse realtà locali olandesi, nelle periferie di Barcellona ed in Scozia. Le misure testate sono sempre più sofisticate – vengono valutate diverse tipologie di contributo per individui e famiglie, diversi servizi di supporto, differenti forme di incompatibilità con altri sistemi di protezione –  e prevedono variabili di controllo multi criterio – che prendono in considerazione sia effetti economici che impatti sul benessere psico fisico.

Reddito minimo a parte, soprattutto in Nord America, è in corso un rinascimento urbano che si basa proprio sulla capacità di perseguire percorsi di sviluppo inclusivo capaci di fare leva su una molteplicità di energie (si vedano, a titolo di esempio, l’agenda progressista della New York di De Blasio – che punta su cultura e manifattura digitale e piccole e medie imprese – così come i piani di Boston, e Pittsburgh, per fare degli esempi).

In Europa per certi versi la leadership sembra averla presa Barcellona, ma in realtà assistiamo ad una nuova stagione di riflessione sul ruolo dei beni comuni urbani che ha non ha confini (da tenere d’occhio il lancio della piattaforma http://www.commoning.city/, che conterrà un database molto ricco alimentato da più di 100 città). In Belgio, in questo senso, ha fatto parlare di sé la cittadina di Ghent, segno che questo non è solo pane per i denti delle grandi metropoli.

Il futuro di queste esperienze locali dipenderà in gran parte, soprattutto per le sperimentazioni, da come i governi regionali e nazionali sapranno recepirli, mettendo in discussione se stessi e le politiche più tradizionali ed accettando di delegare a livello locale sempre più funzioni.

In Europa, un ruolo non marginale lo continuerà a giocare, auspicabilmente, la Commissione Europea. Già oggi molte delle azioni più innovative sono finanziate da iniziative come Urbact prima e Urban Innovative Actions. Si auspica che l’Agenda Urbana Europea riesca, nel prossimo ciclo di programmazione, a rilanciare questi sforzi su scala ancora maggiore.

Una via italiana allo sviluppo inclusivo?

E l’Italia, in tutto questo? Ce la farà il nostro pugile suonato a riprendersi?  Abbiamo le carte in regola per tornare a risplendere. E potremmo anche scoprire di essere meglio di quanto crediamo in questa nuova disciplina della crescita inclusiva. Certo dobbiamo rimetterci in forma, dimagrire un bel po’, cambiare allenatore, diventare più rapidi e incisivi, imparare a valorizzare delle tecniche e dei muscoli a cui sino ad oggi abbiamo dato forse troppo poca attenzione.

Abbiamo tutto però. Una città, Milano, che si sta distinguendo per la sua capacità di coniugare innovazione e inclusione (si vedano l’ebook “Agenda Milano. Ricerche e pratiche per una città inclusiva” e l’articolo di Tommaso Vitale ed Emanuele Polizzi  “Governo collaborativo e catene relazionali diffuse. Spunti a partire dal caso di Milano”, per una rassegna non esaustiva delle esperienze più significative), creando spazi per lo sviluppo di nuove economie urbane e dando corpo ad un diverso percorso di sviluppo.

Abbiamo una serie di esperienze di innovazione sociale distribuite lungo tutta la penisola, da Torino a Palermo, passando per Bologna, Napoli e Bari, animate da organizzazioni che rigenerano spazi ed edifici inutilizzati (Ilda Curti, Michele D’Alena).

Abbiamo identificato modelli di intervento nelle periferie, basati su leggerezza, ascolto e protagonismo di cittadini e associazioni (Federica Verona). Abbiamo capito che le organizzazioni adatte per affrontare questo tipo di avventure sono ibride e coesive (Paolo Venturi, Flaviano Zandonai) e abbiamo toccato con mano il potere trasformativo delle esperienze di innovazione culturale (con cheFare e Culturability che hanno dato corpo e voce a una nuova ondata di protagonisti)

Abbiamo messo a punto un modello di azione per riaccendere energie nelle aree più interne del Paese (Fabrizio Barca), dovremmo “solo” avere il coraggio di investirci seriamente.

Abbiamo chiaro cosa serva fare, a livello macro, per combattere le disuguaglianze (Associazione Etica ed Economia), così come cosa voglia dire dotarsi di una rigorosa politica per lo sviluppo delle nostre aree urbane, come avviene nella maggior parte delle economie avanzate ma ancora non compiutamente nel nostro Paese.

Abbiamo contribuito a sviluppare solidi indicatori per misurare i nostri progressi (ASVIS, L’Italia e gli obiettivi di sviluppo sostenibile. Rapporto di ricerca e database di indicatori).

Non ci manca nulla, dunque, per confrontarci alla pari su uno scenario globale. Dobbiamo “solo” creare il consenso necessario attorno a queste opzioni. Siamo pronti a farlo?


Articolo scritto in occasione della prestazione a Milano del progetto Commonfare/PIE News  all’interno dell’iniziativa “Commonfare: l’innovazione sociale dall’Europa ai contesti urbani”. L’incontro si svolgerà il 4 Ottobre 2017,  a partire dalle ore 9.30, nella sala Giardino d’inverno dell’Acquario Civico di Milano, in via G.B. Gadio 2.

Durante la giornata verranno raccontati altri quattro progetti europei attivi su Milano: OpenCare, EMPATIA, OpenAgri, Sharing Cities.

Tutte le info qui: http://pieproject.eu/2017/09/28/from-european-programs-to-metropolitan-interventions-commonfare-in-milan-october-4-2017/

Immagine di copertina: ph. Davide Cantelli

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