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13 Maggio 2019

La democrazia culturale è piacere, non burocrazia

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Forse il primo a concepire un’idea realmente democratica della cultura in Italia è stato proprio Giulio Andreotti che intuì la forza del cinema come industria, prima ancora che come prodotto culturale. Fu grazie alla sua visione globale – o come va di moda dire oggi (anzi ieri) globalizzata – che quello che restava di Cinecittà riprese vita e con lei una delle più rilevanti esperienze culturali del Novecento, il neorealismo italiano (e pace all’anima di Giacomo Debenedetti).

Andreotti seppe gestire al meglio la tensione tra la cultura italiana e l’industria americana: lasciò il giusto spazio alla prima (limitandosi in fondo a qualche rimbrotto poco elegante, come nel caso di Vittorio De Sica e di Ladri di biciclette) e diede praterie all’industria americana, che portò produzioni e dollari freschi a Roma con l’avvento di quella che poi fu definita la Hollywood sul Tevere.

Giulio Andreotti. Il cinema visto da vicino di Tatti Sanguineti è un documentario fondamentale sulla politica culturale democristiana e andreottiana del secondo dopo guerra.

Sanguineti smonta le facilonerie con cui negli anni si è costruito il mito del Divo belzebù (non che fosse un santo, chiaramente) e non solo restituisce un’ennesima sfaccettatura di un uomo non banale e tra i più potenti politici italiani (furono proprio le sue pratiche in ambito culturale a preparare quello che sarebbe stato lo zoccolo duro del suo consenso elettorale e, va da sé, clientelare), ma osserva da un punto di vista insolito l’esperienza del neorealismo italiano che fu a tutti gli effetti l’ultimo grande momento di democratizzazione culturale, più grande ancora di quello che sarebbe stato il cinema post New Hollywood americano, riducibile in sostanza a un grosso baraccone (Mario Monicelli dixit) buono giusto per il consumo.

Bisognerebbe infatti chiarire che con la fine degli anni Settanta e dell’esperienza cinematografica in parte minoritaria se non di nicchia della New Hollywood, si esauriscono quelle che possono essere definite azioni culturali di democratizzazione sociale capaci di agire sul contenuto come elemento fondante per generare un cambiamento sociale attivo.

Un atteggiamento, una visione di cultura, che nascono con la Rivoluzione francese, o meglio con l’Encyclopédie di Diderot e della compagnia di giro degli illuministi, e che si snoda con la diffusione del romanzo ottocentesco arrivando fino all’esplosione incontrollata della musica rock, oggi ampiamente ridimensionata a soprammobile dei nostri buoni (e patetici) sentimenti.

Il giorno in cui Bob Dylan ha deciso che il suo tour sarebbe stato never ending ha deciso infatti solo per sé stesso e non più per coloro che lo ascoltavano, ormai ridotti alla stregua di una setta di nostalgici. E il giorno in cui – sempre Bob Dylan – vinse il Premio Nobel per la letteratura lui nemmeno si presentò, e giustamente.

Il contenuto resta, certamente, ma ha sempre più le sembianze del cadavere nella stanza e tendiamo a preoccuparci di più della sua puzza che di chi possa essere stato l’assassino. Ci si guarda attorno straniti: forse è colpa di quel tizio vestito in maniera improbabile che confonde di continuo l’italiano con l’inglese (e viceversa), o forse invece è colpa di quell’altro un po’ agé e con la camicia a quadretti che da tempo si preoccupa più degli spettatori che dei cittadini (come gli disse in faccia un severissimo Jean-Marie Straub qualche estate fa).

Ognuno è catalogato e indicizzato sulla base di un algoritmo tanto evoluto quanto lo era la Stasi nella Repubblica Democratica Tedesca

Fatto è che, ridotta la diffusione democratica della cultura (non quella consumistica) ad asfittiche salette per onanisti – quello che legge, quello con le cuffie, quello che va al festival alpino di poesia, quello con la rivista autoprodotta, ma patinata e quello che va in periferia a vedere le imprese sociali che colorano i muri eccetera eccetera … – si è pensato (inopinatamente) che la democratizzazione potesse avvenire a braccetto con il consumo, ossia attraverso l’evoluzione degli strumenti o, meglio ancora, degli apparati.

Si è attuata in questo modo una sorta di semplificazione dell’accesso all’oggetto culturale, ma al tempo stesso – e le parole ‘apparato’ come ‘piattaforma’ non possono non indicarcelo – se ne è burocratizzato l’uso.

Ognuno è catalogato e indicizzato sulla base di un algoritmo – tanto evoluto quanto lo era la Stasi nella Repubblica Democratica Tedesca – capace però, a differenza del Ministero per la Sicurezza di Stato tedesco, di garantire felicità e un’immensa disponibilità di musiche, libri, film, performance e che chi più ne ha più ne metta.

Il problema però non è l’algoritmo – che anche se non sappiamo come funziona pazienza – (del resto a chi interessa come riuscivano a cablare così bene gli appartamenti a Berlino o a Mosca?), ma il fatto che l’immensità dei dati a disposizione resta – per assenza di consapevolezza – accessibile a sempre meno persone perché la stragrande maggioranza non è in grado di desiderare più di quanto già desidera. E molte volte questo limite è decisamente troppo poco per la presunta posizione nella scala evolutiva di un essere umano.

Tutto ciò non è certo sintomo di snobismo, ma solo di populismo con tutte le derivazioni in ambito democratico che ci tocca subire. O meglio, con tutto quello che ci tocca far subire a chi sta peggio di noi. Perché c’è sempre qualcuno – grazie a Dio – che sta peggio di noi, come sostiene brillantemente ed efficacemente la storica della cultura Tiffany Watt Smith in Schadenfreude (UTET): ovvero la gioia per le disgrazie altrui (a breve su cheFare una lettura di Paolo Gervasi, ndr).

Ora, in sostanza, saremmo nell’era dei big data – doppio termine che ricorda più che altro un panino con nel mezzo un finto e composito pezzo di carne -, ma pare invece che ci si trovi privati di qualunque contenuto. Nulla infatti risulta all’appello, se escludiamo la perenne nevrosi citazionistica che accomuna produttori e consumatori culturali ormai assimilabili a vacche da latte in mungitura, e che oltretutto li obbliga all’interno di recinti (ritornano le vacche) distributivi e strumentali totalmente invalicabili nella loro meravigliosa (si fa per dire) immaterialità.

La situazione è insomma un po’ come la mucca rushmore dei Pink Floyd e un po’ come diceva Woody Allen: il latte, come tutte le cose che una volta facevano bene, ora fa solo male.

Quindi, salvo abbandonare ogni possibile idea di democratizzazione culturale e affidarsi a cose più rassicuranti come l’identità, le guerre di religione e i ministri in divisa militare, sarebbe necessario immaginare un percorso di riapertura che, superata la sbornia (tutta italiana) per la resilienza, immagini una resistenza che serva finalmente a qualcosa, e soprattutto che possa portarci oltre le tristezze del chilometro zero. Una resistenza che ci porti oltre l’ipocrisia seduttiva dell’innovazione come giustamente avverte Fabio Merlini nel suo pamphlet L’estetica triste (Bollati Boringhieri). L’euforia performativa per le merci e per tutto quel che vi appartiene non è infatti altro che l’elemento tipico di un feticismo depressivo di un mondo a tal punto manomesso che tende ad appartenerci sempre meno.

Allora riassumendo: contenuti non ce ne sono, spazi di cittadinanza ancor meno e in pratica il mondo sta per trasformarsi in un luogo ospitale giusto per gli orsetti d’acqua. Vladimir Il’ič Ul’janov detto Lenin cade a fagiolo: che fare?

Qualcuno prova a reagire riflettendo ad esempio sugli archivi e più in generale sull’enorme massa di contenuti prodotti in passato e pensando in questo modo di cavalcare la tigre agendo sulle qualità impressionanti degli strumenti immateriali. Praticamente come i bambini brasiliani con le carriole a raccogliere rottami nelle discariche. Diciamo che ad essere ottimisti tutto ciò può al massimo risultare consolatorio.

Altri invece ipotizzano un’improvvisazione continua in cui il contenuto fluttua e va colto l’attimo in un mondo in cui nulla appartiene più a nessuno, in cui tutto è finalmente open. E anche in questo caso l’immagine delle grandi borghesie mondiali che vanno ad assistere a magnifici spettacoli operistici fa pensare allo scuoiamento del 99% che accede al 1% prima ancora che a quello delle povere bestiole ridotte a pellicce da una sera. Quindi che tutto sia disponibile anche no.

La democrazia culturale non può nascere sulle basi dei modelli precedenti e non può sostenersi attraverso una struttura analogica, ma ancor meno con una struttura binaria

Poi ci sono quelli che si esaltano per l’arte contemporanea e insieme per il Festival di Sanremo e che mischiano l’alto e il basso con il risultato che tutto è basso. E questi in fondo alle volte ci azzeccano – quasi mai – ma quando lo fanno di solito gli va molto bene. Ma va bene giusto a loro e andrebbe fatto notare, prima o poi, che a questo gruppo appartengono anche i Berlusconi, ma anche Jovanotti, Beppe Grillo, ma anche Jeff Koons, Donald Trump, ma anche Steve Jobs. Ma anche appunto, Veltroni ci aveva visto giusto, peccato non si fosse accorto di essere davanti a uno specchio.

La democrazia culturale dunque resta un’utopia (finale debole tutto sommato) o qualcosa che può funzionare solo per nicchie nelle società più evolute? Qualcosa di impossibile oggi in Italia come sostiene anche Gianni Canova, nel suo saggio in uscita nei prossimi mesi da Bompiani? Diciamo che per certi versi la democrazia culturale non può nascere sulle basi dei modelli precedenti e non può sostenersi attraverso una struttura analogica, ma ancor meno con una struttura binaria.

La leva possibile sta possibilmente in quello spazio che sta tra il pensiero e il dire, tra il fare e fare azione. Qualcosa dunque di molto piccolo, ma non di nicchia; di trasversale, ma non di ingombrante. Un lavoro insieme certosino e occasionale in cui il professionismo non serve a nulla e l’improvvisazione crea solo confusione.

È necessario prima di tutto recuperare l’esperienza del passato come elemento diretto. Il Novecento non può essere consegnato ad una schematizzazione incapace di affinare e perché no, di adeguarsi all’occasione come fosse un semplice strumento d’uso.

La lettura del Novecento come secolo chiuso e ideologico risulta infatti ancor più ideologica di quanto sia stato il secolo, ed è spesso solo rappresentativa di una contemporaneità che avrebbe un bisogno assoluto di espandersi e includere, mentre invece tende ostinatamente ad evitare ogni contraddizione in nome di un presunto fluire verso chissà poi quali progressive sorti.

Non si tratta certo di dare del tu al Novecento come direbbe Matteo Renzi, ma di prenderlo per quello che è, un tempo utile per il nostro presente, un tempo da cui recuperare le energie e le splendide contraddizioni che sembrano oggi perdute in nome di un pudore sociologico disperatamente statistico e frigido.

Non è certamente più possibile immaginare una cultura condivisa o come si dice al bar mainstream, però è certamente immaginabile dare forma e corpo a tutto quello che abbiamo lasciato cadere per strada. Infinite rifrazioni e sfocature provenienti dal passato ci dicono che è possibile ancora oggi aprire spazi anche in un mondo apparentemente rimpicciolito e gommoso che pare ossessivamente impegnato solo ad accogliere per respingere.

Quella che un tempo era egemonia culturale oggi può essere al massimo una serata di varietà, un colpo di culo buono per un po’ di spettacolo e nulla più. Qualcosa insomma che sta tra i giochi di Carsten Holler e il vulcano meccanico di Silvio Berlusconi, nulla di più.

Tuttavia se si riduce quella pratica ossessiva che dal like fino alla visualizzazione si trasforma nella perenne seduzione sociale – come ha individuato nei suoi studi il filosofo francese Gilles Lipovetsky – è forse ancora possibile recuperare uno spazio relazionale sincero. Una relazione che si faccia essa stessa vero elemento culturale attorno a cui è possibile aprire spazi comuni e condivisi.

Altro non c’è che non siano i nostri corpi

Non sarà certo una mostra di design a cambiare verso al tracollo climatico e tanto meno l’ambiziosa quanto ingenua carte blanche di Tomás Saraceno di qualche mese fa al Palais de Tokyo (On Air), che ragiona attorno all’effimero (giusto qualche anno dopo Renato Nicolini), potrà restituire nuova consapevolezza rispetto alla natura che ci circonda, anzi.

È invece il conflitto che si genera tra il pubblico o meglio tra i cittadini che va letto e interpretato, è quello che si porteranno a casa come elemento di possibile apertura. La noia dell’installazione, le didascalie al buio e scritte in piccolo, il tizio alto che non fa vedere nulla e quello basso che cammina tra i piedi come la ragazza alla biglietteria bellissima e sorridente (a Parigi) e via dicendo. È attorno a queste relazioni dirette e immediate che si genera qualcosa di nuovamente possibile. Altro non c’è che non siano i nostri corpi.

Questo tipo di relazione è stata a lungo rimossa a fronte di un desiderio spesso superficiale di relazione a distanza più ampia, ma anche falsificata dall’uso di una serie di strumenti distorsivi che lavorando su più piani l’hanno resa in un certo senso consumabile come una vampata.

Le ore passate a scriversi via chat e a mandarsi messaggi audio, abbreviare e distorcere le parole come primitivi e poi non contenti, come passaggio successivo, confondere sentimenti e deludere aspettative con ricadute non banali sulla propria e altrui autostima.

Abbiamo spezzato cuori mai sentiti battere e abbandonato persone che non abbiamo mai conosciuto. Per non parlare poi di quando ci si è fidati e di tutto quello che non si è capito. Per non parlare del cane si diceva una volta.

I desideri non si sa mai quali possano essere, e di moralismi proprio non se ne sente il bisogno, ma sarebbe meglio provarci per davvero e ritrovare la leggerezza che permetteva a David Gilmour di entrare nei Pink Floyd a 22 anni sostituendo Syd Barrett, o la stesso desiderio giovane che fece innamorare Susan Sarandon di Louis Malle, ma anche di Franco Amurri, l’indimenticato regista de Il ragazzo del Pony Express con Jerry Calà.

Tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta abbiamo assistito a un riflusso politico e culturale, poi con il tempo ci si è accorti che qualcosa negli anni Ottanta in fondo si era costruito, anche solo perché ci si era divertiti. La reazione iniziale sono stati i depressivi anni Novanta e la paralisi post prandiale più che post undici settembre che ha stretto l’Occidente spaventato dai propri stessi privilegi. Ora che inizia a scricchiolare con decisione tutta la casa forse può tornare un po’ più di respiro. Certo bisogna essere consci che il materiale è sì molto, ma che sarà al tempo stesso tutto necessario senza spreco alcuno. E tutto vuol dire più chiaramente partire da zero.

Ci saranno enormi difficoltà di impatto, di numeri in generale, ma non va dimenticato che ancora oggi in cultura cosa sia l’impatto non è dato con precisione anche perché misurare l’onda lunga (che non è una coda) del piacere e del divertimento e quindi dell’inevitabile apertura democratica che porta con sé non è facile in una linea temporale idealmente illimitata.

Del resto come sosteneva Andreotti i voti non si contano, ma si pesano e la democrazia è anche principalmente un inizio più che un progetto concluso, belzebù compreso.

Leggi tutti gli articoli di Giacomo Giossi per cheFare


Immagine di copertina: Renato Mambor, Uomo invisibile

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