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24 Febbraio 2015

Di che cosa parliamo quando parliamo d’innovazione culturale

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Cosa sta succedendo nel mondo della cultura in Italia? Perché si parla sempre di più di “innovazione culturale”? Che le cose si stiano agitando sempre di più, è chiaro. I bandi per l’innovazione culturale come IC, cheFare, Ars e Culturability negli ultimi tre anni hanno fatto emergere dal sottobosco migliaia di progetti che pensano, producono e fanno fruire la cultura in modi radicalmente diversi da quelli ai quali siamo abituati.

Se fossimo abituati a guardare il mondo che ci circonda in modo meno rigido, non ci sarebbe molto da sorprendersi. Negli ultimi 20 anni i sistemi di produzione sono cambiati con una velocità e radicalità tali da rendere la locuzione “nuova rivoluzione industriale” un puro strumento di marketing.

Fino a pochi anni fa le industrie culturali avevano bisogno di apparati produttivi (appunto) industriali, che richiedevano capitali dedicati, grandi strutture ed un sapere tecnico altamente specialistico. In pochissimo tempo, i mezzi di produzione delle industrie culturali sono entrati nelle case di moltissime famiglie, prima nella forma di personal computer e di programmi professionali piratati, poi di centraline multimediali portatili di raccolta, montaggio e distribuzione che usiamo quotidianamente per telefonare, fare acquisti, comunicare con il resto del mondo.

Algoritmi di compressione sempre più sofisticati e sistemi di file peer-to-peer mettono in circolazione gratuitamente o a prezzi bassissimi tutta la produzione culturale, tutto lo scibile umano, in tempo reale.

La natura delle economie occidentali è cambiata completamente, finanziarizzandosi, globalizzandosi e spostando l’accento della produzione del valore sugli asset immateriali.
Aspettarsi che il mondo della cultura continuasse a funzionare come ha fatto nella seconda metà del ‘900 è semplicemente surreale.

Eppure, abbiamo dovuto aspettare l’inizio degli anni dieci del ventunesimo secolo prima che si iniziasse realmente a porsi alcune domande in modo sistematico, a cercare nuove definizioni e a sperimentare soluzioni.

Da un lato, è chiaro che si tratta di un tentativo di risposta, più o meno sistemico, alla crisi economica iniziata nel 2007. Dall’altro, è qualcosa che viene da molto più lontano: da quel percorso di isolamento culturale e di irrigidimento sociale che inizia almeno negli anni ’90. Da un altro ancora, è collegato alla nascita di nuovi settori di produzione di senso nell’attivismo, nato sulla scorta delle politiche neoliberiste che hanno in parte demolito e in parte riorganizzato (impoverendolo) il welfare pubblico dei paesi anglosassoni. È il mondo dell’innovazione sociale, nel quale pratiche e retoriche imprenditoriali si innestano in tentativi di trasformazione progressiva della società, in uno spettro che va dai tentativi di emulazione delle startup della Sylicon Valley appena verniciate da una patina di sostenibilità fino a tentativi militanti di reinventare il sistema delle mutue e delle cooperative.

Nelle università, nell’editoria, nella pubblica amministrazione, nei mondi dell’arte; in tutti i luoghi di elaborazione della cultura in questi anni abbiamo assistito ad una moltiplicazione dei contratti precari. Questo ha portato a forme di conflitto sempre più esplicite tra pochi privilegiati che hanno garanzie e la massa crescente di giovani-non-più-così-giovani che sanno che non potranno mai essere regolarizzati.

Il mondo della cultura oggi è composto da una piccola massa di lavoratori ultra-precari che hanno spesso fatto lunghi percorsi di formazione post-laurea, che parlano diverse lingue e conoscono il dibattito internazionale, che hanno hanno familiarità con gli strumenti digitali e con la trasformazione continua dei sistemi di produzione.

La correlazone tra queste competenze e l’accesso al reddito, tuttavia, è bassissima, e più che in altri settori qui tutto si gioca sulle rendite di posizione.

Questa situazione dovrebbe portare i decisori a riorganizzare completamente e potenziare il sistema dei finanziamenti alla ricerca ed alla cultura. Non si tratta di niente di fantascientifico o rivoluzionario: sarebbe semplice buonsenso in un’economia che si basa, in buona parte, sui sistemi simbolici. Dato che nulla del genere sta accadendo, è facile prevedere che non si arresterà l’emorragia costante di capitale umano altamente formato in fuga dall’Italia verso mercati del lavoro (e prospettive di vita) più dignitosi.

È di questo che parliamo quando parliamo di innovazione culturale. Di riuscire a non mortificare completamente le nuove generazioni, trovando delle formule (organizzative, economiche, sociali, politiche) che permettano alle straordinaria capacità di critica e di produzione simbolica che caratterizzano la cultura italiana di trovare il proprio posto nel mondo.

Per arrivarci, l’Italia dovrà imparare la distinzione tra conservazione e promozione del patrimonio artistico, superando il feticismo che ha sviluppato con le sue rovine.

Una volta abbandonato il dibattito di retroguardia sulle miserie del Web, il resto dell’economia della cultura potrà sperimentare sulle orme del settore musicale, ricercando forme d’integrazione virtuosa tra digitale e materiale, tra prodotto e processo.

Il progressivo avvento delle forme culturali legate alle reti sociali accelererà la scomparsa del ruolo dell’intellettuale del ‘900 a favore di forme più contemporanee in grado di leggere e “curare” la complessità informativa del mondo che ci circonda.

Dal punto di vista delle organizzazioni e delle strategie di sostenibilità economica nella cultura, assisteremo al proliferare di forme ibride. Da un lato si svilupperanno nuovi movimenti mutualistici: una sintesi di tratti caratteristici del mondo cooperativo, dei movimenti sociali e delle reti collaborative peer-to-peer. Dall’altro, si affermeranno forme di impresa che operano nella cultura ricercando sia il profitto che un impatto sociale e culturale dimostrabile. Nel mezzo, una permutazione di tutte le forme possibili di volontariato, di cooperazione e d’impresa.

Inevitabilmente, alcuni dei tanti strumenti che stanno nascendo in questi anni diverranno di prassi: crowdsourcing e crowdfunding, anche per progetti territoriali specifici; si svilupperanno forme di partecipazione societaria come l’equity crowdfunding; è probabile che si svilupperanno forme di bond culturali o artbond; aumenterà l’importanza delle monete complementari (come il Sardex) e delle criptomonete (come il Bitcoin e il Faircoin).

Questi, e altri che non conosciamo ancora, saranno gli attrezzi che ci troveremo ad usare. Per costruire quale futuro? È quello che staremo a vedere.

Una versione più breve è apparsa su Vita MagazineLe immagini dell’articolo sono relative ad opere dell’artista cinese Yue Minjun

@bertramniessen

Immagine di copertina: ph. Pavan Gupta da Unsplash

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