Supersfruttamento e taylorismo digitale

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Una delle caratteristiche peculiari della terza rivoluzione industriale consiste nel fatto che le tecnologie digitali non si limitano a incrementare l’estrazione di plusvalore relativo – in quanto generano aumenti di produttività che riducono la parte di giornata lavorativa necessaria a produrre il valore dei mezzi di sussistenza del lavoratore – ma, nella misura in cui favoriscono l’estensione illimitata del tempo di lavoro, aumentano anche la produzione di plusvalore assoluto.

L’idea di Marx secondo cui – a causa dello sviluppo delle forze produttive – il profitto capitalistico dipenderà sempre più dall’aumento della produttività del lavoro e sempre meno dall’estensione della giornata lavorativa, non funziona più. Ciò non solo perché le nuove tecnologie hanno consentito il decentramento produttivo nei paesi in via di sviluppo, che offrono, oltre ai bassi salari, la possibilità di imporre orari di lavoro massacranti, ma anche perché nei paesi capitalisti sviluppati il lavoro sta assumendo forme che tendono a cancellare il confine fra tempo di lavoro e tempo di vita, fino a ridefinire lo statuto dell’individuo come «agente economico a tempo pieno», per usare una definizione di Jonathan Crary.

Crary è autore di un libro in cui ipotizza addirittura che il capitalismo digitale si prepari ad andare all’assalto dell’unica barriera naturale che appaia ancora in grado di impedire la colonizzazione dell’intera vita quotidiana da parte del processo di valorizzazione, vale a dire il sonno. Citando alcune ricerche in campo militare che mirano a ottenere un soldato immune dal sonno per periodi prolungati (giorni o addirittura settimane), Crary sostiene che un simile mostro sarebbe il modello del lavoratore perfetto.

Così come il soldato insonne è il soggetto ideale per interfacciarsi con una macchina bellica costituita in misura crescente da apparati non umani che, pur necessitando del contributo di operatori viventi, esigono che costoro si adattino alle loro modalità di funzionamento, il lavoratore dell’era digitale deve a sua volta svolgere i propri compiti interfacciandosi alla Rete, una mega macchina che ignora qualsiasi limite spazio-temporale; di qui l’opportunità di dotare entrambi di strumenti (farmaci, droghe o altro) che gli consentano di sbarazzarsi della invalidante necessità fisiologica di trascorrere un terzo della propria vita in stato di incoscienza.

Per inciso ciò vale anche per quei consumatori che, per il solo fatto di passare gran parte del proprio tempo online, svolgono la funzione di produttori di informazioni, cioè della preziosa materia prima del processo di valorizzazione delle internet company. Dopo avere abbattuto i confini fra sacro e profano, naturale e culturale, meccanico e organico, e dopo avere mercificato tutte le necessità fondamentali della vita, si chiede Crary, vedremo dunque il capitale andare all’assalto dell’ultima barriera che si oppone al suo domino totale, quella fra sonno e veglia?

Che tale dubbio non sia solo frutto di fantasie apocalittiche, è confermato alla pletora di articoli che i media americani dedicano al peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori, si tratti di dipendenti di multinazionali hi tech, personale di catene commerciali o lavoratori «autonomi».

Da una ricerca condotta su un campione di colletti bianchi risulta, per esempio, che la gente passa in media più di sei ore al giorno a controllare la posta elettronica, e che ciò non avviene solo durante le ore trascorse in ufficio ma anche in automobile, a casa, nei giorni di vacanza, alla sera prima di andare a letto, al mattino appena svegli mentre si sta in bagno o si fa colazione e, qualche volta, anche di notte quando capita di svegliarsi.

Una delle imprese all’avanguardia nell’estendere oltre ogni limite l’intensità e il tempo di lavoro dei propri dipendenti è Amazon. Questa società incarna il modello organizzativo che tutte le altre imprese americane – e non solo – sognano di poter imporre ai propri dipendenti, cioè farli lavorare giorno e notte – un modello che considera normali picchi di 80 ore di lavoro settimanali, penalizza coloro che non sono disposti ad accettare simili ritmi e invita i dipendenti a fare la spia, denunciando i colleghi «pigri».

Condizioni simili, se non ancora più dure, sono frequenti nel settore dei servizi arretrati (logistica, grandi magazzini, fast food e altri esercizi commerciali) laddove impera il doppio vincolo: 1) di venire incontro alle esigenze di consumatori che, non seguendo più gli orari standard dell’era fordista, pretendono di mangiare o acquistare prodotti in orari atipici, 2) di tagliare i costi di lavoro riducendo l’organico ed eliminando i turni, per cui capita che un dipendente si trovi a dover chiudere un esercizio per riaprirlo pochissime ore dopo. Ecco perché, visto che molti dipendenti vivono lontano dal posto di lavoro, non è raro che siano costretti a dormire tre o quattro ore nel retrobottega dell’esercizio.

Come si fa a sopportare una vita simile? Secondo il «New York Times» la gente ricorre agli stessi rimedi usati dagli studenti che vogliono migliorare le prestazioni psicofisiche nell’imminenza di un esame: nella fascia di età fra i 25 e i 45 anni starebbe rapidamente aumentando il consumo di prodotti come l’Adderall, un farmaco a base di anfetamina che viene prescritto per le sindromi da deficit di attenzione. I danni collaterali dell’uso prolungato di tali sostanze sono ben noti ma, come spiega all’intervistatore del Times una donna che lavora nel settore delle tecnologie sanitarie, farvi ricorso è obbligatorio se si vuole reggere a una competizione in cui vige la legge della sopravvivenza del più adatto, cioè del lavoratore più performante.

Abbiamo appena descritto una serie di modalità di intensificazione dello sfruttamento del lavoro strettamente basate sull’uso delle nuove tecnologie, ma tutto ciò non giustifica ancora il ricorso al termine «taylorismo digitale». Per dare un senso non puramente metaforico al termine occorre altro. L’organizzazione scientifica del lavoro teorizzata da Taylor consisteva in una serie di metodi di quantificazione-misurazione di ogni gesto lavorativo che servivano a individuare il «modo migliore» (cioè più veloce, efficiente e produttivo di valore per l’impresa) di effettuare una determinata mansione.

Negli ultimi decenni si era sostenuto che il taylorismo fosse tramontato assieme alla fabbrica fordista, finché non si è cominciato a capire che le tecnologie digitali – soprattutto il software – incorporano regole, procedure e schemi cognitivi che sono in grado di controllare/disciplinare i comportamenti del lavoro «creativo» non meno di quanto la catena di montaggio riuscisse a fare nei confronti del lavoro fordista (con il non trascurabile vantaggio di provocare assai meno resistenza). È allora che si è iniziato a parlare di «taylorismo digitale», un concetto che ben si adatta a un fenomeno come il quantified self movement.

Inventata nel 2007 da Gary Wolf e Kevin Kelly, la definizione quantified self movement si riferisce alla capacità dei dispositivi indossabili – come gli smartphone e altri devices – di raccogliere dati su salute, gestualità, performance fisiche e mentali di chi se ne serve, mettendo in luce come ciò offra la possibilità di sviluppare una sorta di autoanalisi della vita quotidiana allo scopo di «migliorarsi» (cioè di diventare sempre più performanti e competitivi), e di aiutare altre persone a imitare le nostre best practice pubblicandole in rete.

Di questo movimento esiste una versione New Age che ha il suo guru in Mikey Siegel, un ex ingegnere della NASA. Costui ritiene che tenere traccia dei propri passi, consumo di calorie, sonno, numero di volte in cui si controllano le mail, ecc. sia un potente strumento per realizzare un «allargamento della coscienza», vale a dire un’attenzione focalizzata sul proprio sé paragonabile a quella che si ottiene attraverso la meditazione.

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Un estratto da La variante populista di Carlo Formenti

Combinando queste due pratiche, sostiene Siegel, anche noi occidentali riusciremo finalmente a capire che le cause delle nostre sofferenze, paure e angosce stanno nella nostra psiche e non nel mondo che ci circonda (cioè non nella miseria, disuguaglianza, sfruttamento, violenza, oppressione provocate dal capitalismo!).

A parte le divagazioni pseudomistiche, è evidente che la posta in palio di tutto ciò consiste nel delegare allo stesso lavoratore la funzione di misurare, controllare e incrementare la propria produttività, mettendola continuamente a confronto con quella di colleghi e amici, i quali si trasformano così automaticamente in concorrenti. Taylorismo digitale significa esattamente questo: ottenere il massimo di produttività attraverso l’autocontrollo e l’autodisciplina di lavoratori addestrati ad avvalersi della consulenza operativa, psicologica e morale dei propri gadget tecnologici.

Il capitalismo digitale si appropria gratuitamente di una quota crescente delle prestazioni dei produttori/consumatori. Altrove ho sostenuto che tale quota arriva al 100% nel caso degli utenti delle maggiori piattaforme online, nel senso che tutti noi, per il semplice fatto di trascorrere buona parte del nostro tempo online per acquistare merci e servizi, comunicare e socializzare offriamo gratuitamente alle internet company la materia prima dei loro processi di valorizzazione.

Tornando invece al tema dell’intensificazione dello sfruttamento dei lavoratori dipendenti, e dell’integrazione fra plusvalore relativo e plusvalore assoluto, mi pare il caso di ricordare come in molte imprese hi tech americane accada sempre più spesso che i dipendenti vengano invitati a svolgere lavoro gratuito nel fine settimana, per esempio aiutando gli addetti al magazzino a impacchettare e spedire prodotti ordinati online. L’adesione a tali inviti è «volontaria», ma chi rifiuta di lavorare gratis o pretende addirittura di percepire straordinari viene additato al disprezzo dei colleghi: ecco qualcuno che non farà mai carriera, visto che per un manager lavorare 80 e più ore a settimana è del tutto normale.


Immagine di copertina: ph. Sam Beasley da Unsplash

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