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13 Luglio 2018

Disagiati di tutto il mondo unitevi

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Sotto le ideologie novecentesche ci si divideva e confliggeva tra mondi diversi, ma era forte la coesione tra chi apparteneva al medesimo sistema.

Tramontate le ideologie, è stata la volta delle Grandi Cause, ma non si sono dimostrate altrettanto capaci di tenuta: se anche si converge sul riscaldamento globale, ci si divide e accapiglia sul come contrastarlo. Infine, oggi viviamo nell’onda lunga del Sessantotto e nella coda lunga delle idee e nell’indistinto oceano del conformismo globale. Da cui un infinito processo, fintamente creativo, per cui non appena qualcuno elabora e propone A, subito ci si sente in obbligo (sui social come nella cena tra amici) di operare un distinguo, anche solo un A+ o un A-, una mia (e assolutamente non nostra) proposizione che mi consenta di dichiarare «sono diverso da te e sono dunque vivo, unico».

Smarcarsi, anche senza troppa convinzione, diventa una centrale funzione di affermazione del sé. In questo processo si è portati a ignorare legami e connessioni, a bypassare la complessità, a semplificare quello che non può essere semplificato, spinti dal solo obiettivo di vedere affermata la propria opinione. Incuranti dell’analisi e della comprensione delle questioni in campo, costretti a recitare un gioco dialogico, il nostro unico scopo è, di fatto, la prevaricazione dei contenuti altrui.

Il post come operazione artistica

In questa operazione di smarcamento, alla terza, quarta, milionesima mossa di differenziazione dal contenuto precedente (sì, certo… ma…), ecco che, inevitabilmente, si perde qualsiasi interesse per la verità, correttezza, conformità di quanto espresso. L’obiettivo è dire al mondo che si esiste, che si ha un’opinione, che questa opinione è mia e solo mia, non certo quello di condividere con altri un pensiero corrispondente a dei fatti. L’uno vale uno grillino non è che l’assunzione di questa funzione primaria che viene oggi attribuita al contenuto. Il termine fake news resta dentro un’interpretazione ormai superata secondo cui il valore di un’elaborazione intellettuale si misurerebbe in relazione a quanto questa sia capace di descrivere la realtà e di comunicarla ad altri individui. Non è così. Piuttosto, io oggi scelgo di credere a una notizia perché utilizzo questa notizia per meglio raccontare agli altri chi sono e cosa penso. Non solo i fatti non incidono sulle nostre opinioni, ma spesso evidenze contrarie alle mie idee mi portano a rafforzarle.

Come ci insegna Kahneman, siamo portati a giudicare attraverso euristiche che spesso portano involontariamente, ma in maniera del tutto naturale, a male interpretare i dati e a sovrascriverli con altro tipo di informazione. È dunque assolutamente inutile e spesso controproducente provare a rispondere con i numeri alle sparate di Salvini. Soprattutto sui social, la condivisione di certi post, meme, status altrui è in primis un’operazione artistica. Il wall è la tela su cui dipingiamo le nostre uniche e straordinarie opinioni sul mondo. L’estetica vince sulla scienza e sull’etica.

Politici o poser?

Ecco allora che ci si sorprende e indigna per il gradimento di una buona fetta di elettori PD per le politiche migratorie gialloverdi senza pensare che su altri temi (dai vaccini al taglio dei vitalizi) si otterrebbero risultati sostanzialmente simili. Nel momento in cui le idee servono soltanto a distinguerci come individui, non è certo oggi il contenuto a fare la differenza rispetto al cambiamento storico e sociale. Intellettuali e politici sono costretti a essere dei poser. Costantemente chiamati a esprimersi per poter mantenere o acquisire visibilità nel flusso che tutto assorbe e rende anonimo, non resta altro atteggiamento che la continua comunicazione di contenuti che consentano di essere in linea con quanto ci si aspetta da loro (ve lo immaginate un Salvini pro vax?). Quando qualcuno esce dallo schema, vedi le recenti esternazioni di Papa Francesco sulla famiglia, ecco che i fan mostrano immediati il proprio smarrimento, scatta la rettifica, l’ennesimo distinguo, i giornali avrebbero riportato solo una parte del discorso.

Più che disagiati, impotenti

Alla funzione estetica si accompagna quella posizionale. Come già ampiamente descritto da Ventura, il poter elaborare e comunicare determinati contenuti intellettuali è il modo con cui una classe/gruppo/individuo può mantenere la propria posizione e impedire che altre modifichino la propria. I contenuti oggi risultano divisivi anche in questo costringere a una costante competizione e funzionano benissimo in due azioni apparentemente contraddittorie: ti sbatto in faccia la TUA ignoranza E ti sbatto in faccia la MIA ignoranza. La rivendicazione orgogliosa di non sapere è propria di chi sotto sotto ritiene/percepisce che la comprensione/elaborazione di quel contenuto o di quei determinati contenuti poco o nulla modificherebbe rispetto al proprio posizionamento sociale e, in ultima analisi, rispetto al proprio benessere. Svuotati di senso sia rispetto alle possibilità di emancipazione (nel Paese in cui l’ascensore sociale è guasto da anni, tipo quello di Big Bang Theory) ma allo stesso tempo sempre più collegati, nella retorica diffusa, al mercato del lavoro e sempre meno al piacere personale, è inevitabile che i contenuti scolastici e formativi in genere siano considerati inutili quando non dannosi e, dunque, abbandonati.

Drop out e neet vanno a ingrossare le fila di coloro che oggi nulla contano e nulla possono. Questi anni non sono soltanto quelli dell’estrazione del valore (Venturi, Zandonai), ma del prosciugamento del potere dalle masse. Le elites ci sono sempre state, chiaro, ma è difficile immaginare tempi in cui una così ampia maggioranza di esseri umani abbia avuto così poco potere di accesso e cambiamento del reale. Il passaggio da popolo a gente è in gran parte questo. La classe non è soltanto disagiata, ma del tutto impotente. Lo dimostrano il nuovo record negativo di nascite così come il proliferare in letteratura delle distopie, come se nemmeno nell’arte ci si autorizzasse a fare i conti con la realtà storicamente data. Il continuo processo di elaborazione, condivisione, critica di contenuti sui social è l’apoteosi di una prassi solo apparente, della prassi dell’impotenza. Tutto si commenta, su niente si incide.

Non ci resta che la prassi

E allora non resta che la prassi. Che non è l’attività frenetica del criceto che gira nella ruota, non è il ripetersi di riti ormai logori, non è la stanca mimesi delle gesta di un tempo, ma un’azione precisa, specifica, immersa nel proprio tempo, all’inizio al limite anche individuale, che diventa poi di gruppo, sicuramente ben direzionata, ovvero dotata di intenzione che non può essere altra dalla cara vecchia trasformazione del reale. Riuscire nel cambiare la propria realtà storica (l’organizzazione in cui si lavora, il quartiere in cui si abita, la scuola dei propri figli, la nazione di cui si è cittadini) è la prova che si è capaci e dunque potenti.

È nella e solo nella prassi che si produce, riacquisisce, redistribuisce il potere. La percezione di insicurezza e la paura del migrante non si combattono a colpi di statistiche o di commenti arguti, quelle non sono che operazioni estetiche, ludiche, prevaricanti. Insicurezza, paura, aggressività, rancore possono essere contrastati solo ed esclusivamente con un dispositivo, sempre a quello alla fine dobbiamo ritornare, non a caso il grande assente di questo nostro tempo. Non ci resta che il lavoro, ragazzi. Il lavoro.


Immagine di copertina: ph. Lionel Gustave da Unsplash

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