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20 dicembre 2016

Per un’autobiografia oltre la dismissione

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Non amo raccontarmi, se il fine è quello di dimostrare di essere innovatore.
Non lo so, mi stanco facilmente delle mie parole, e per questo non mi riconosco nella parola ‘innovatore’. Sto ai bordi e allo stesso tempo al centro, guardo, e insieme ad altre e altri, dal bordo mi ributto nella mischia (unica nota dal passato: essere stato mediano d’apertura quando giocavo a rugby, il più grande sport di squadra, è forse servito, pronto a buttarmi sulla palla, nella mischia, per poi cercare di riconquistare una visione del campo e far ripartire il gioco. E poi, insieme alla squadra avversaria, andare a bere e festeggiare il terzo tempo).

Immagino un momento di sci-fi, quando in un futuro lontano, chi sarà si interrogherà su questi nostri secoli (come noi lo facciamo per il passato) e si domanderà perché questa gente, attraversata da mille pensieri, costruiva (o rioccupava) edifici tutti uguali, con pareti bianche e tele colorate appese, o statue apparentemente più antiche messe in mezzo alle sale. Si chiederanno, avendo a disposizione solo frammentate notizie, se facevano parte di una sorta di rituale, se questi luoghi erano templi per venerare divinità provenienti da tempi lontani. ‘Scavavano, tiravano fuori cose dalla terra, e poi li mettevano in questi luoghi sacri: non vivevano per il presente, ma nel ricordo dell’età d’oro del passato’

Esagero, naturalmente, ma ormai non più ci interroghiamo su questa nostra ossessione del tempo che fu, un po’ come faceva Atene nel IV sec.a.C., in piena crisi del modello democratico scosso prima da Sparta, Tebe e infine poi da re macedoni (quegli stessi che poi si inventarono museia, come certificazione di una grecità fuori dalla Grecia). In Atene crearono archivi dell’età d’oro (il V sec.a.C.), riversandoci ad esempio le tragedie dei 3 grandi tragediografi oppure inventandosi il culto della Democrazia, segno evidente, nel passaggio dal reale alla sacralità, di una politica fallita.

Forse stiamo attraversando un momento simile, forse gli strumenti per costruire quella parola più volte reiterata, l’identità occidentale, sono ormai consunti, stanchi, incapaci di nuove spinte dinamiche.

Innovazione, se vogliamo usare questa parola (oramai anch’essa segno di una disperazione nella sua continua reiterazione, come spin-off, startup, smartcities, storytelling e mille altre già codici stanchi, intonacature spalmate su edifici vecchi), è per me fondamentalmente la capacità di esprimere un dubbio, ma con il desiderio, su quel dubbio, di costruire, non di celebrare funerali.

Sono cresciuto fra Piazza Fontana e le Brigate rosse, la morte di Pasolini, Giorgiana Masi e Guido Rossa, il ’77, le stragi di Brescia e Bologna, il PCI al 33 %, ecc. ecc.: tutti eventi dei quali, ho negli occhi l’urlo televisivo delle immagini che si infilavano nelle case, iniziando silentemente a spezzare il rito di massa e a creare frastagliate coscienze individuali; poi Craxi, il traslucido e fantasmagorico recupero fittizio per poi arrivare al boom della caduta del muro di Berlino.

Le tende si sono aperte, il re del ‘900 era ormai nudo. Il secolo, dopotutto, era davvero stato breve.

E ci siamo seduti imbambolati di fronte ad una realtà che sempre più vedevamo filtrata dagli schermi (da quello televisivo a quello del computer e del telefonino), divenendo sempre più spettatori. Il mondo dell’orrore non era più nelle ferite della memoria della seconda guerra mondiale (che nostre/i nonne/i ci mostravano ancora sul loro corpo reale, nei loro occhi), nelle musealizzazioni poi degli olocausti, ma diveniva uno spettacolo artificialmente lontano, dalla Jugoslavia all’Iraq, per arrivare oggi alla Siria.

Fermi, ad accettare lo show, non più capaci di toccare con mano il reale, di sentirlo, e di costruire sulla reazione epidermica (perché l’epidermide non sentiva più), un moto di rivoluzione.

In quello stesso lasso di tempo, dagli anni ’70, il modello di critica marxista aveva preso piede nelle nostre discipline umanistiche, facendo saltare di per sé – o semplicemente per il fatto di generare alterità – il sistema precedente: entrato nelle università, cresciute generazioni, per poi accomodarsi e lentamente spegnersi dentro le strutture, dimenticando forse che il fine non era conquistare l’accademia, ma da lì divenire portatori costanti di riflessioni generative, come elemento sano di costruzione, non di critica descrittiva.

Non a caso la disciplina ‘guida’ (per il valore che anche eccessivamente abbiamo voluto dare, come strumento di autocatalogazione identitaria), la storiografia, si è irrigidita, è diventato semplice strumento di proto-storytelling, descrittivo, non analitico. Ultimo vero storiografo, a mio parere, è stato Carlo Ginzburg nella sua capacità, attraverso l’invenzione della microstoria addirittura di anticipare fenomeni come quelli della glocalisation, capendo come il piccolo (e la somma dei piccoli) contrastasse, o meglio nutrisse, la narrativa del macro evento globale. Siamo passati per il revisionismo storico, che non era però disciplina reale, ma conato disperato di alcune parti di riaggiustare la storia, di accettare Berlusconi (ma anche Bush, con Fukuyama e Huntington), di spiegare le ragioni della caduta di un muro che però era venuto giù da solo, per sfinimento.

E siamo tornati, per colmare il vuoto che c’era fra le parti al di qua e al di là del muro (ci siamo ritrovati con un terzo mondo, mentre il primo e il secondo avevano celebrato l’unione, dimentichi dei loro ‘screzi’ precedenti), alle leggende di Troia, a riesumare antichi miti di fondazione nello scontro con l’Islam, a dare volti ai novelli eroi, confondendo Bush, Blair e Saddam e Ahmadinejad o Osama Bin Laden, con quelli di Brad Pitt e Colin Farrell (senza dare volto vero alle controparti di Achille e Alessandro).

Il mito, e la retorica anche qui dello storytelling, sta prendendo il posto della storiografia. Inebetiti, guardiamo lo schermo. E poi ‘lo schermo esplose… le immagini presero vita… le storie divennero infinite. Lo spazio e il tempo si fecero transitori’ (Marco Magurno, Diorama).

Innovazione allora parte innanzitutto da questo, dal saperci consapevolmente ad uno spartiacque: e le liquidità di Baumann e i non-luoghi di Augé questo sono, una presa d’atto della palude, non strumento di ricostruzione. Da quelle sollecitazioni però ora dobbiamo, attraverso quel dialogo nuovo al quale lo stesso novantenne polacco ci invita, rimetterci al lavoro per individuare gli strumenti per riprendere piede sulle terre, quelle nostre, tutte, solcando mari mediani (mediterranei), riappassionandoci ai flussi, che ci ricolleghino oltre i dis-astri, per ritrovare le costellazioni di riferimento.
Il tempo della descrizione è finito.

Come? Riprendendo la cultura come elemento principale di ripensamento, facendola uscire da quello stato di stampella dello Stato in crisi (e ancora oggi considerata come semplice industria verso una futura sostenibilità dai tavoli europei). Dobbiamo, consci del suo superamento – come dice Farinelli, far riesplodere i luoghi della cartografia moderna (musei, biblioteche, scuole, accademie, dove si mostra e si categorizza il sapere) e generare, sempre sul loro essere stati spazi fondamentali di costruzione, nuovi flussi che attraversino questo nostro nuovo essere società mista, meticcia. Dobbiamo degentrificare il centro della smart city (perché a me smart city richiama sempre smart arse?), per ricomporre costruzioni di senso che passino dalle periferie della società post-industrializzata (oh, il lavoro, per le quali erano nate), o per i paesi in via d’abbandono, esprimendo nuovi moti per le terre. Senza finte, senza rifugiarsi in archeologie industriali trendy, pienamente consci che la dismissione (con omaggio a Ermanno Rea) passa per una seria considerazione dello stravolgimento del mondo del lavoro.

Ecco, che questi nostri saperi e consapevolezze nutrano le regole di un nuova oikonomia, di case e terre abitate con la loro memoria come elemento immaginifico del futuro.

Le discipline umanistiche (o quelle che chiamavamo tali) hanno un ruolo fondamentale se sanno uscire dalle loro teche di autodescrizione, di autobiografia: se, sul loro sapere positivisticamente/crocianamente costruito e poi marxianamente (e derivati) rielaborato, sanno come riprendere gli oggetti dalle vetrine degli archivi universitari o dei musei, e riaccompagnarli in un loro ruolo di stimolatori di sensi, riprendendo possesso fisico delle terre umanamente abitate. Andando però già oltre il mito dell’interdisciplinarietà, pseudo-fratellanza fra discipline mai esistita: già qualcosa sta accadendo, senza che ce se ne accorga, quando, mentre continuiamo a celebrare messe per Gramsci o Foucault, il divario creatosi all’inizio dell’800 fra scienze ‘dure’ e ‘umanistiche’ si sta ricomponendo. Basti pensare a come si stiano adottando modelli della biologia per capire le scienze umane, dai memi al recentissimo stigmergy, recuperando, in fondo, Darwin.

In questo poi il mondo dell’infosfera, con le possibili conseguenze che sta provocando anche fisiologicamente sulle dinamiche del nostro cervello, sta stravolgendo quel sapere, con una società dell’informazione la cui chioma sta divenendo troppo pesante rispetto alle ‘sue radici concettuali, etiche e culturali. La mancanza di equilibrio è palese’ (Luciano Floridi).

Cultura è ricerca, è abbattimento degli steccati, è ultradisciplinare: è anche tucididianamente istorìe, ricostruzione di senso rispetto ad un passato per costruire nuovi vocabolari che ridefiniscano i luoghi. Passando da quanto già si sta facendo nei vari settori della creatività vera, quella che si confronta con la rigenerazione urbana e agricola, con open design (a 360 gradi), con open data, con musei fuori dai musei; con il teatro che, trascinandoci fuori dalla mischia e tenendoci per un attimo ‘sospesi’, ci rialleni a trovare il gesto e la parola per ricatturare lo spazio intorno a noi, così come la letteratura e/o la poesia; per realizzare spazi nuovi, con quella vivida ricerca di un senso di cittadinanza nuova, ripartendo dalle scuole (Sacco), per rideclinare lo Stato in Strato, per dirla alla Bergonzoni, nella consapevolezza dei mille volti che compongono il noi.

Un processo di cura, come ci ricordano Salvatore Iaconesi e Oriana Persico, dove ‘il cancro è la metafora della perdita di senso della nostra società contemporanea, e dell’unica cura possibile… nella possibilità di ritrovare il senso nelle reti di relazioni tra esseri umani’.

Una cura che, aggiungo, sappia contemplare (sembrerebbe assurdo) il conflitto come strumento di continua rimozione dei limiti, di naturale e serena ricerca di uscita dalla stasi. Rompere, per creare lo spazio del noi. Il tutto lavorando su linee di crescenza, come suggerisce Ilda Curti, per risanare un corpo malato mentre abbiamo in testa già quello sano.

Scegliere, basta semplicemente scegliere.

Come è emerso, non sono bravo a scrivere autobiografie, a fare selfie, a guardarmi allo specchio: questo non significa che non mi piaccia un confronto con me stesso, è che lo trovo monotono raccontarlo ad altri. In questo mentre, speso fin dai tempi dalla laurea e del dottorato in archeologia classica dentro all’università, ho passato 11 anni a Londra – a farmi contaminare da nuove teorie – per poi sbarcare sempre in un’università ma del Sud Italia. L’Inghilterra mi è servita per aprire nuovi sguardi, che poi ho voluto risperimentare nelle terre forse più silenti dell’Italia: di lì ho iniziato a gettare lo sguardo oltre gli scavi e i musei, fuori da luoghi che sentivo sempre meno parte di una contemporaneità, chiusi nella celebrazione drammaturgica di sé stessi. Il percorso di costruzione di Matera 2019 ha aperto ulteriori finestre, che hanno costretto a mettersi in discussione, ad uscire dalla università, a capire come cultura fosse sedersi indistintamente intorno ad un tavolo, senza etichette da professori o discepoli. Da quel mondo accademico sono ora fuori definitivamente, in un momento della vita che di solito non accetta riti di passaggio: ma rimettersi in gioco, fa parte di quelle scelte, di quelle necessità di spostarsi ai bordi per ritrovare un centro, nuovo.

Questa quindi non è autobiografia, o se lo è, è frutto di un’autobiografia collettiva, di pensieri che condivido ormai quotidianamente con persone curiose delle terre e dei mari di mezzo. Con loro – e loro sanno, attraverso il pensiero che continuiamo vicendevolmente a nutrire – sono condivise queste righe. Con loro siamo già oltre la dismissione.


Immagine di copertina: ph. Jared Erondu da Unsplash

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