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7 Agosto 2018

Restare disumani, la distopia dei confini occidentali

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Di recente a una conferenza di geografia politica mi è capitato di seguire una presentazione in cui si accennava a Refugia, il progetto pensato da alcuni accademici per “risolvere” la “crisi dei rifugiati” e su cui è stato scritto un articolo dall’Indipendent.

Si tratterebbe di creare una o più regioni autonome in cui segregare i migranti richiedenti asilo, che in questi innovativi campi di concentramento potrebbero vivere e lavorare. Pochi giorni dopo, a un’altra conferenza, ho sentito citare Mussolini da parte di un professore americano esperto di Europa e Unione Europea.

La sua presentazione riguardava la svolta populista di diversi paesi dell’Unione e delle conseguenze che questo sta avendo sulla gestione dei confini esterni della UE e sulle vite dei e delle migranti. Il riferimento al duce serviva (credo) a rafforzare l’idea che queste nuove forme di populismo non vadano sottovalutate, e che dobbiamo preparaci ad affrontare tempi duri. Ho cercato di ragionare in modo analitico su quello che sta in effetti succedendo, in particolare nel panorama italiano e rispetto alla frontiera mediterranea.

Può essere utile guardare alla genealogia della gestione delle frontiere per comprendere le trasformazioni in atto e per capire le implicazioni delle svolte discorsive rispetto al tema dell’immigrazione e del controllo del confine.

I più recenti eventi che hanno riguardato le operazioni di ricerca e soccorso (SAR) nel Mediterraneo, e il coinvolgimento di attori della società civile, nello specifico organizzazioni non governative (ong), nell’organizzazione delle operazioni di salvataggio, rappresentano un cambiamento sia delle politiche di confine, sia dei discorsi a esse legati, e quindi alla legittimità o meno dei diversi approcci al controllo delle frontiere, così come degli attori che le promuovono.

Per comprendere questi aspetti è importante osservare come è cambiata la gestione del confine Mediterraneo negli ultimi anni, in particolare a partire dall’iniziale svolta “compassionale” che ha temporaneamente caricato di emotività il dibattito europeo, e quello italiano, sulla questione migratoria e più nello specifico sui rifugiati, a partire da una serie di tragedie in mare avvenute dal 2010 in avanti.

La sovra-rappresentazione delle morti in mare, la scelta di molti media di mostrare determinate immagini – come ad esempio la famosa fotografia di Alan Kurdi riverso su una spiaggia turca, insieme alla presa di consapevolezza collettiva della guerra in Siria come di una tragedia di grandi dimensioni, hanno fatto sì che la gestione del confine del mare Mediterraneo diventasse una questione umanitaria (sugli effetti perversi della sovra-rappresentazione mediatica degli aspetti drammatici delle migrazioni ci sarebbe da aprire tutto un altro discorso).

Con l’operazione Mare Nostrum lanciata nell’ottobre del 2013, il governo italiano ha dato una risposta pratica all’indignazione – ancorché di corto respiro – di gran parte della cittadinanza in seguito al naufragio del 3 ottobre 2013 al largo di Lampedusa, che è costato la morte a 366 persone. Mare Nostrum, essendo un’operazione di controllo ma anche di soccorso in mare, ha sancito l’inizio del cosiddetto “confine umanitario” e della sua istituzionalizzazione.

L’operazione, così come l’indignazione dei cittadini europei, è durata poco. Alla fine del 2014 Mare Nostrum ha finito di operare ed è stata sostanzialmente sostituita dall’operazione Triton, gestita direttamente dall’agenzia europea di controllo delle frontiere Frontex, che non ha di fatto nessun obiettivo specifico di ricerca e soccorso, ma è un’operazione militare di controllo e sicurezza. Le navi mercantili e i pescherecci si sono inizialmente ritrovati a dover colmare il vuoto del soccorso, con tutti i problemi che questo implicava rispetto sia alle conseguenze sulle loro attività, sia all’adeguatezza delle loro imbarcazioni. Dopo qualche tempo, anche per loro è diventato insostenibile cambiare rotta per andare a recuperare i barconi alla deriva.

Questi passaggi hanno coinciso con un aumento delle morti in mare, e hanno motivato la discesa in campo delle ong come attori non istituzionali nella gestione del confine mediterraneo. È infatti proprio dalla fine del 2014 che le navi delle ong – inizialmente solo due: Médecins sans Frontières e Sea Watch – hanno iniziato a pattugliare il mare con l’obiettivo di offrire un primo soccorso a migranti in situazioni di difficoltà e di trasferirli in “porti sicuri” secondo le convenzioni internazionali.

Si può dire che sia stata proprio la svolta umanitaria del governo del confine a permettere l’entrata in scena delle ong, legittimando una determinata modalità operativa e la necessità di effettuare ricerca e soccorso, per poi esternalizzarli ad attori non istituzionali per diverse ragioni che vanno dagli alti costi di gestione dell’operazione Mare Nostrum alla difficoltà di giustificare una spesa così ingente in un panorama economico già problematico, e in un clima politico e sociale in cui la commozione per i morti in mare ha lasciato presto il posto a chiusura e razzismo.

Quindi, mentre il soccorso nel Mediterrano passava alle ong, le istituzioni europee rilanciavano un approccio securitario alla gestione del confine con l’operazione Triton, e il confine umanitario diventava affare più sociale che politico.

Diversi osservatori hanno analizzato come l’idea stessa del confine umanitario e quello che questo concetto rappresenta, al di là dell’ovvia utilità di un intervento che ha l’obiettivo di salvare vite umane in pericolo, possa avere l’effetto perverso di depoliticizzare il confine stesso e la questione migratoria. Paolo Cuttitta, ricercatore all’Università di Amsterdam, spiega come il processo di depoliticizzazione consista nella tendenza degli attori istituzionali di negare il carattere puramente politico delle policy, presentandole come processi necessari e neutrali.

Focalizzando l’attenzione sui soccorsi, l’intervento umanitario rende scontato il fatto che il confine sia un luogo pericoloso il cui attraversamento può essere fatale. Inoltre, le implicazioni politiche del confine vengono messe in secondo piano rispetto agli aspetti tecnici che riguardano i metodi di ricerca e soccorso, la spartizione delle acque, la definizione dei porti sicuri, le quote di accoglienza dei diversi paesi dell’Unione, il protocollo di Dublino, ecc.

Rispetto a questo dibattito, è senz’altro interessante notare come la depoliticizzazione dei processi di gestione del confine finisca per privare gli attori che in esso si muovono, i e le migranti, della loro essenza politica. Uno dei problemi fondamentali riguarda senz’altro la rappresentazione, nel discorso pubblico politico e mediatico, che vuole i e le migranti o vittime (dei conflitti da cui scappano, degli scafisti, del mare, della tratta, ecc), o criminali; rifugiati e aventi diritto a richiedere asilo, o pericolosi migranti economici; o ancora suddivisi in categorie per provenienza geografica e di conseguenza associati a conflitti la cui narrazione è spesso filtrata da media che decidono di volta in volta a cosa dare importanza. In ognuno di questi casi il risultato è quello di categorizzare le persone e di operare un processo di distanziamento: non si dà nessuna importanza alle individualità, ai percorsi, le motivazioni, i progetti che spingono i e le migranti a partire e ancor meno a scegliere una destinazione. Se a questo processo di omogenizzazione si aggiunge il rischio di depoliticizzazione, il risultato è la totale negazione dei e delle migranti come soggetti politici, e della mobilità come pratica di (r)esistenza.

Continuando la cronologia degli eventi legati al soccorso in mare, a partire dal novembre del 2016 è iniziata una ormai nota campagna di delegittimazione e in certi casi di pura diffamazione del lavoro delle ong. Iniziata con articoli apparsi sul think tank alt-right danese Gefir, questa campagna è stata presto rilanciata dai media e dai politici italiani, anche a seguito della circolazione di un report di Frontex in cui si parlava delle operazioni di SAR condotte dalle ong come di un potenziale pull factor dell’immigrazione illegale verso l’Europa. Secondo gli analisti di Frontex il fatto di sapere dell’esistenza di navi addette al soccorso in mare sarebbe un incentivo per affrontare la rischiosa traversata del Mediterraneo, sospetto di fatto smentito dai dati. Nonostante la scarsa credibilità delle accuse e la difficoltà di provare effettive connessioni tra ong e scafisti, in Italia il dibattito si è acceso subito con toni forti e provocatori. Le navi di soccorso sono state definite i “taxi del Mediterraneo”, tra tutti anche dall’attuale ministro Di Maio, sono state lanciate accuse di collusione con il business dell’immigrazione illegale, ed è stata messa in discussione l’affidabilità e la legalità delle ong coinvolte nel SAR, per quanto riguarda sia le loro fonti di finanziamento, sia la loro condotta in mare. Nei mesi successivi i giornali (compreso La Repubblica) titolavano “ecco chi ci porta i profughi a domicilio”, la Lega presentava un’interrogazione all’Unione Europea, la procura di Palermo apriva un’indagine su una dozzina di ong con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata all’immigrazione clandestina, alcune navi venivano sequestrate e la maggior parte delle operazioni di soccorso era bloccata.

Ora, a un anno e mezzo di distanza dall’inizio di questa campagna di delegittimazione dell’operato delle ong nel Mediterraneo, l’indagine della procura di Palermo è stata archiviata per mancanza di prove, nessuno è riuscito a fornire dati né evidenze dell’effetto incentivante della presenza delle navi di soccorso sugli attraversamenti, non sono state riscontrate procedure di finanziamento illegali né provate condotte scorrette.

Qual è stato quindi il risultato di questo attacco politico e mediatico al confine umanitario? Forse per capire la portata di questo processo può essere utile ragionare su quello che negli studi di confine si chiama border regime, cioè la logica di gestione dei confini che dà forma a determinate procedure, tecnologie, e pratiche di sorveglianza. Questa logica non è ovviamente indipendente dalle relazioni di potere, e si integra di volta in volta con il discorso politico e mediatico, con le paure e le emergenze che da esso scaturiscono, e di fatto, oggi, con il bisogno di sicurezza e l’espressione di razzismo fomentati da un crescente populismo pericoloso e scellerato.

Se consideriamo il border regime non soltanto come un assemblaggio di tecnologie e pratiche, ma anche di discorsi e narrazioni sul significato del confine e sulla legittimità di attraversarlo o meno, possiamo vedere meglio gli effetti dello spostamento dell’attenzione mediatica, politica e popolare dalla fase di compassione per i e le rifugiati/e a questa nuova fase di esplicito razzismo, chiusura e de-responsibilizzazione.

Come già accennato, la reazione iniziale ai frequenti naufragi, all’esodo siriano e alle immagini drammatiche delle morti in mare ha dato il via al border regime umanitario, legittimando in effetti una mobilitazione per rendere l’attraversamento del confine il meno pericoloso possibile. Questo passaggio, come sottolinea il filosofo canadese William Walters, “si cristallizza come un modo di governare questa nuova e allarmante situazione, e cerca di compensare la violenza sociale incarnata nella logica di controllo delle migrazioni”, finendo per renderla accettabile.

Il passaggio successivo, cioè la messa in discussione del confine umanitario, fino ad arrivare alla chiusura dei porti azzardata dal nuovo ministro degli interni, rappresenta senz’altro una nuova svolta discorsiva e pratica che ha necessariamente delle conseguenze nella logica di governo dei confini dell’Unione Europea.

Che border regime si sta prefigurando quindi, a partire dagli eventi che hanno investito la frontiera Mediterranea negli ultimi anni? Il timore è che dal confine umanitario si stia passando a un confine disumanizzato, dove se già i e le migranti erano stati privati del loro agire politico, ora vengono quasi completamenti messi da parte. La rappresentazione dei soggetti subalterni è un tema essenziale per capire il discorso contemporaneo sulle migrazioni, in quanto terreno principale in cui le pratiche di umanizzazione e disumanizzazione sono prodotte incessantemente, come ha mostrato Judith Butler. Chi non ha il potere di autorappresentarsi viene più facilmente escluso dalle rappresentazioni altrui, e questo processo di disumanizzazione produce distacco, allontana il rischio di empatia, rende possibile l’accettazione della violenza e della morte.

In questo quadro chiudere i porti non viene quindi visto come un abominio che va contro qualsiasi principio di diritto umanitario e anche solo di etica e compassione, ma diventa un esercizio di forza, un tecnicismo che si va ad aggiungere alle altre regole (come il codice di condotta per le ong), pratiche (come l’esternalizzazione del controllo ai paesi di provenienza dei e delle migranti) e procedure (come i respingimenti) di esercizio della sovranità territoriale espressa attraverso il confine.

Le pratiche e i discorsi si nutrono e si rinforzano a vicenda, legittimando l’inasprimento sia dei toni sia delle policy e aprendo la strada a nuove inquietanti logiche di gestione dei confini e dell’immigrazione.

Mi sono chiesta spesso, ultimamente, come si possa ri-politicizzare i confini e metterli in discussione, riaprire uno spazio di conflitto e contestazione che incida sulle politiche. Le proteste al Brennero, a Ventimiglia e la resistenza degli abitanti di tanti luoghi di sbarco, come ad esempio Lampedusa, ci mostrano che questo spazio c’è, ma rimane marginale e marginalizzato. L’insicurezza ontologica che domina i discorsi politici e mediatici sta mettendo a dura prova le democrazie occidentali e ancor più l’Unione Europea, vittima del suo stesso fallimento nel costituire un attore politico omogeneo e liberale.

È necessario insistere nel contrastare le bugie, i dati inventati, le bombe mediatiche, i discorsi da bar e i proclami politici. È anche necessario essere presenti fisicamente per ri-umanizzare i confini e la relazione con chi li attraversa, supportare chi presta soccorso e trasgredire il più possibile l’assurda chiusura delle frontiere.

Refugia non è e non potrà mai essere una soluzione, sarebbe meglio se non fosse neanche un’idea contemplabile, e non esiste ragione sensata per impedire alle persone di muoversi (questo articolo dell’Atlantic lo spiega con una chiarezza disarmante).

Nel drammatico quadro dato delle conseguenze del riscaldamento globale nei paesi del sud del mondo, il futuro distopico di un mondo occidentale protetto da confini che diventano tecnologie sempre più raffinate per la selezione di flussi umani o di merci, e operano quella che Mezzadra e Neilson hanno brillantemente definito come “inclusione differenziale”, va ostacolato in tutti i modi, a partire da forme di resistenza che mettano al centro i soggetti migranti e le disuguaglianze sistemiche che sono alla base delle migrazioni di massa. Al tempo stesso bisogna inventarsi un nuovo linguaggio, libero da stereotipi, da razzismo e pregiudizi, e lottare per diffonderlo nel quotidiano e usarlo come arma contro l’ombra sempre più buia gettata dall’ignoranza e dalla chiusura nella fase che stiamo vivendo.


Immagine di copertina: ph. Zahid Hasan Joy da Unsplash

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