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Oltre ‘diversità e inclusione’, come smontare l’ipocrisia delle istituzioni culturali

How to Institute è la seconda tavola rotonda organizzata da Art Workers Italia (AWI) nell’ambito di Hyperunionisation, un progetto che promuove la costituzione di una rete transnazionale di gruppi, istituzioni e organizzazioni che tutelano i diritti dellз lavoratorз della cultura in Europa e nel mondo.

La tavola rotonda – che ha avuto luogo il 12 dicembre 2020 – è stata moderata da Justin Randolph Thompson, e ha ospitato gli interventi di Arlette-Louise Ndakoze (SAVVY Contemporary, Berlin), Emmanuelle Nsunda (Afrofeminism in Progress, Liège and Brussels) e Mawena Yehouessi (Blacks to the Future, France).


Dopo l’indagine sull’analogia tra le rivendicazioni delle art workers e quelle dellз gig workers avviata con la tavola rotonda How to Strike, il secondo appuntamento si è concentrato sull’analisi di nuove forme e pratiche istituzionali, intese come strategia per far emergere i valori che sono respinti dai canoni e dalle narrative dominanti, ricalibrando il valore attribuito allз lavoratorз culturalз e alle comunità marginalizzate. Ma anche come tattica per proporre un’alternativa all’accesso e all’integrazione delle soggettività marginalizzate nelle strutture preesistenti, per favorire un cambiamento radicale anche dall’interno ma considerando le limitazioni che questo può comportare.

La conversazione ha analizzato le diverse forme istituzionali di canonizzazione e narrazione storica, che continuano a nascondere xenofobia, razzismo e sessismo. Chi dirige le istituzioni, infatti, nella maggior parte dei casi è disinformatə sulle realtà locali, che continuano ad essere marginalizzate e razzializzate. Di conseguenza, la tavola rotonda ha proposto una riflessione sulle buone pratiche e le strategie “fai da te”, per favorire i processi di collettivizzazione e auto-formazione fuori dalle strutture preesistenti e dai loro criteri di validazione e riconoscimento del valore artistico e culturale. Allo stesso tempo la conversazione ha voluto affrontare il significato e le potenzialità di nuove etiche e metodologie per la formazione di instituzioni che non si conformano agli standard, e che sono, invece, generative di nuovi immaginari.

[I LIMITI DELL’ACCESSIBILITÀ]

I criteri che regolano l’accessibilità e su cui si radicano i processi di marginalizzazione sono spesso costruiti a partire da parametri occidentali, imperialisti e razzisti, e implicano gerarchie basate su una nozione distorta di  “progresso” che portano alla disumanizzazione del cosiddetto “Altro”. Molte istituzioni si fondano su tali modelli escludenti e li riproducono, contribuendo alla perpetuazione di canoni occidentali che determinano in modo arbitrario a quali pratiche e produzioni si possa attribuire valore (artistico, culturale, storico, etc). Sebbene questi stessi valori siano suscettibili di cambiamenti nel corso del tempo, essi sono così profondamente interiorizzati e normalizzati da garantire la continuità  dell’episteme occidentale e della sua egemonia culturale. Di conseguenza anche le pratiche che provano a sfidare il canone vanno spesso incontro a facili processi di cannibalizzazione e ad ambigue forme di tokenismo da parte delle istituzioni. Lavorare con istituzioni di questo genere implica, pertanto, una sottomissione a questo sistema di produzione di conoscenza e di valore, il quale confina lз operatorз culturalз all’interno di regole di condotta che mancano di complessità e impediscono di riconoscere il valore e la qualità di approcci plurali.

Fornire ai membri delle comunità oppresse ed emarginate l’accesso alle istituzioni, senza ripensare radicalmente il ruolo e la costituzione delle stesse, non è però  sufficiente. Per affrontare simili problemi e carenze è necessario, innanzitutto, comprendere la mentalità conservatrice che, a monte e in modo molto specifico, definisce le competenze e i loro margini. Diventa fondamentale assumersi il compito di costruire un linguaggio nuovo e ridefinire i termini stessi dell’accesso, piuttosto che conformarsi alla nozione di marginalità che i valori eurocentrici e nord atlantici hanno costruito. Si tratta di costruire forme di resistenza, indirizzate a una partecipazione che sia in grado generare cicli di non staticità e piattaforme periodiche di discussione critica, per impedire ciò che Mawena Yehouessi definisce la “soddisfazione delle abitudini”. Queste mirano, mirano, infatti, a una soddisfazione risolutrice, appiattiscono e omologano, sottraendosi così all’impegno della complessità.

[OLTRE “DIVERSITÀ E INCLUSIONE”]

Ottenere l’accesso non garantisce l’essere ascoltatз o avere la possibilità di influenzare le istituzioni. Le narrazioni e le politiche che dichiarano “diversità e inclusione”, sono spesso fondate su rapporti di potere asimmetrici che rafforzano le strutture gerarchiche e legittimano il potere dell’istituzione di validare e regolare l’inclusione o l’esclusione di organismi e discorsi. Limitare il contributo delle persone oppresse a spazi e discorsi che le inquadrano come aliene, favorisce la loro emarginazione. In questo contesto il contributo di questi soggetti non è valutato in modo equo, e ciò che gli è richiesto nella maggior parte dei casi è di limitarsi a rappresentare l’Alterità, o ricoprire il ruolo di “informanti nativi” – ovvero come soggetti chiamati a tradurre la propria cultura per il ricercatore, “esperto”, o interlocutore occidentale, come da prassi nella ricerca etnografica sul campo. All’interno di questa dinamica, essi sono inquadrati attraverso un ruolo riduttivo che continua a sostenere il discorso eurocentrico ed egemonico.

Nonostante le politiche di inclusione e diversità, le istituzioni, infatti, continuano a dipendere da nozioni di competenza modellate a partire dai canoni e dalle epistemologie occidentali, responsabili della creazione di parametri escludenti che esse si propongono solo apparentemente di mettere in discussione. L’istituzione in realtà tende a non riconosce l’esperienza delle persone oppresse ed emarginate e quindi media, igienizza o scarta del tutto i loro contributi. La loro conoscenza di questi soggetti è adattata all’agenda prestabilita e viene usata arbitrariamente e in modo vampiristico, senza alcuna possibilità di influenzare l’istituzione o il suo approccio alla produzione di conoscenza. Parte di questa struttura è costruita sulla presunta neutralità delle istituzioni che si serve di quei soggetti considerati comunque come “Altri”.

Le narrazioni e le politiche che dichiarano “diversità e inclusione”, sono spesso fondate su rapporti di potere asimmetrici che rafforzano le strutture gerarchiche e legittimano il potere dell’istituzione di validare e regolare l’inclusione o l’esclusione di organismi e discorsi.

Quando allarghiamo la nostra percezione e la nostra prospettiva dall’individuo alla comprensione collettiva del valore e dello scambio, possiamo riconoscere i modi in cui l’istituzione è impegnata in misura considerevole a prendere valore, e non a darlo. Di conseguenza, sarebbe necessario focalizzarci sull’identificazione delle modalità in cui il lavoro è invece valutato all’interno delle comunità marginalizzate e attraverso scambi al di fuori dell’istituzione e delle sue condizioni. Questi parametri di valore ci spingono oltre le strutture capitaliste che vedono il ruolo dellз lavoratoriз culturali nelle arti come collegato a format di business in cui svolgere quello per cui si è pagati. Di conseguenza, comprendere la gamma degli scambi e delle transazioni (monetarie e non) come intrinsecamente eccedenti rispetto a quelli istituzionalmente predefiniti, permette di impegnarsi nel lavoro come esseri culturali non definiti dagli standard di produzione o di remunerazione degli organi istituzionali.

[SULLA VIOLENZA ISTITUZIONALE]

Il tokenismo delle istituzioni consiste nel riconoscere un valore solo esteriore alla nerezza/Alterità. In altre parole, le istituzioni, al fine di soddisfare le proprie politiche di inclusione, proiettano un valore sull’identità dei soggetti razzializzati piuttosto che sul lavoro da essз svolto. Si tratta di una forma di essenzialismo, che l’istituzione chiede di performare a questi soggetti, sminuendone il lavoro e generando un conflitto tra la necessità di essere riconosciutз (per poter sopravvivere all’interno del sistema) e quella di rimanere fedele ai propri valori e alla comunità di appartenenza. Infatti, lз lavoratorз oppressз ed emarginatз rischiano di essere “inclusз” come meri simboli per dare all’istituzione una parvenza di eticità e diversità. Essз sono inoltre costantemente chiamatз a educare l’istituzione sulle questioni razziali: una forma di sfruttamento che presuppone una competenza innata e non valuta l’investimento  emotivo e le ripercussioni sulla salute mentale che questo comporta.

In aggiunta, vi è una diffusa diffidenza verso la “neutralità” e dunque la “professionalità” dellз lavoratorз razzializzatз, in quanto si teme che possano applicare una sorta di “piano di vendetta” consistente nell’esporne i meccanismi razzisti dell’istituzione, una volta validatз all’interno della stessa, e quindi sfruttando la propria posizione e visibilità. Di conseguenza, imponendo processi estenuanti di negoziazione e trascurando i costi personali che questi comportano, le istituzioni esercitano  una violenza continua sui corpi neri e sulle loro comunità.

Parte del lavoro da fare nelle istituzioni è legato innanzitutto al riconoscimento delle storie e della violenza che esse rappresentano nella forma, nel contenuto e nella metodologia, per ricostruirne e riposizionarne l’intero sistema valoriale. Questa posizionalità è necessaria per problematizzare i presupposti di accessibilità e ospitalità su cui si fondano le istituzioni, ponendo l’accento invece sull’affidabilità e la responsabilità, volte a un necessario processo di demistificazione su basi etiche e sociali.

[COSTRUENDO NUOVI CONTESTI]

Le istituzioni dovrebbero impegnarsi a ripensare i propri format e facilitare lo sviluppo di approcci non tradizionali e non eurocentrici. Questo implica anche una riformulazione dei criteri di finanziamento e di assunzione per considerare e valutare approcci diversi. Piuttosto che lavorare principalmente con soggetti che, seppur provenienti da ambienti oppressi, hanno già avuto successo, ma che spesso sono estranei al contesto locale, le istituzioni dovrebbero prendere maggiormente in considerazione persone con background differenti (che spesso non rispondono a criteri elitari e ristretti di valutazione dell’esperienza e delle qualifiche), per sostenere le comunità, lз lavoratorз e lз professionistз localз, sottorappresentatз e in difficoltà.

La collaborazione con le comunità e lз lavoratorз emarginatз dovrebbe essere sviluppata in maniera orizzontale, in modo che l’istituzione lasci loro la possibilità di decidere i termini del proprio coinvolgimento e di prendere parte ai processi decisionali sulle modalità di utilizzo dei finanziamenti. L’ascolto delle esigenze specifiche delle comunità locali inoltre, non dovrebbe portare a forzare un inquadramento che le definisce come interne o esterne al discorso nazionale, ma tener conto della complessità e della natura intersezionale delle loro lotte.

L’impegno deve andare oltre la semplice programmazione: la pratica curatoriale non dovrebbe limitarsi a ciò che il sistema già offre, ma ripensare ciò che è necessario per le persone e lз operatorз, e andare oltre i singoli eventi, fornendo risorse per la creazione di spazi sicuri per le persone, in cui incontrarsi e discutere. Ciò favorisce anche un approccio collaborativo tra comunità marginalizzate e professionistз, e aiuta gli individui a sentirsi parte di un’entità collettiva e, in quanto tale, capace di sottrarsi allo sfruttamento simbolico e si proteggere allo stesso tempo lз singolз lavoratorз dal logoramento, attraverso la condivisione delle lotte e dei loro costi emotivi. È fondamentale  che le istituzioni e lз lavoratorз si impegnino in maniera critica e trasparente in pratiche concretamente antirazziste e nello smantellamento del privilegio bianco, affinché la violenza sistemica possa essere costantemente identificata e contrastata dall’interno.

Coloro che sono impegnatз nella costruzione di piattaforme, reti e formazioni istituzionali beneficiano di scambi collettivi ingrasso di modificare le dinamiche che sottendono il riconoscimento di valore e le stesse strutture organizzative. Nella definizione delle proprie condizioni di lavoro è fondamentale essere consapevolз di tutte le dimensioni critiche che portano alla costituzione di una struttura indipendente. La collettività è incentrata su valori di reciprocità, scambio e sostegno e la sua formazione necessita di tempistiche che sono spesso in contrasto con le richieste del capitalismo. I contributi collettivi che muovono dall'”esterno” verso l’interno delle istituzioni hanno l’opportunità di impegnarsi nella problematizzazione delle strutture e dei sistemi di accesso, per cambiare prospettiva e portare alla luce quelle nozioni cruciali che le istituzioni troppo spesso trascurano o negano. È questo un caso in cui l’apporto di tuttз lз lavoratorз culturalз, piuttosto che dellз singolз, è fondamentale. Ma la costruzione di nuovi protocolli e modelli deve accompagnare la sfida anche dall’interno delle istituzioni già esistenti, al fine di promuovere una crescita etica rilevante e diffusa.

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ART WORKERS ITALIA è un’associazione autonoma e apartitica nata nel 2020 da uno s forzo di immaginazione politica per dare voce allз lavoratorз dell’arte contemporanea in Italia. AWI collabora con espertз del settore legale, fiscale e amministrativo, enti di ricerca e università, istituzioni dell’arte e della cultura per costruire strumenti di tipo etico, contrattuale e giuridico a tutela dellз art workers.

AWI opera in coordinamento con le altre iniziative del lavoro culturale in Italia e all’estero per riformare il settore e renderlo più inclusivo, sostenibile e trasparente, combattendo le diverse forme di precariato e sfruttamento che attualmente lo contraddistinguono. AWI agisce per il riconoscimento del lavoro e la sua regolamentazione, per una più equa distribuzione delle risorse e per favorire l’accessibilità a fondi e opportunità. In un’ottica rivendicativa, AWI ambisce a essere un punto di riferimento per art workers, organizzazioni no-profit ed enti pubblici e privati in Italia, ponendosi come interlocutrice di policy maker e istituzioni.