Basta fare bambini, iniziamo a generare parentele: come evolvere con Donna Haraway

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È inutile negare che i processi antropogenici abbiano avuto delle conseguenze su tutto il pianeta, in inter-azione e in-tra-azione con altri processi e altre creature, fin da quando la nostra specie è diventata riconoscibile (poche decine di migliaia di anni) e l’agricoltura si è diffusa ovunque (qualche migliaio di anni).

Ovviamente, i più grandi terraformatori (e riformatori) sono stati i batteri e i loro parenti, in altrettante inter-azioni e intra-azioni di ogni tipo, comprese quelle con gli esseri umani e le loro pratiche, tecnologiche e non.

La diffusione di piante capaci di disperdere semi milioni di anni prima della nascita dell’agricoltura è un evento che ha trasformato il pianeta, così come tanti altri eventi storici rivoluzionari nell’evoluzione e nello sviluppo ecologico.

Pubblichiamo un estratto da Donna Haraway, Chthulucene (Not)

Gli esseri umani si sono uniti a questa boriosa mischia abbastanza presto e in maniera dinamica, ancor prima che loro (noi) divenissero (divenissimo) le creature in seguito chiamate Homo sapiens.

Per me decidere di usare parole come Antropocene, Piantagionocene e Capitalocene ha che fare con la scala, il tasso di velocità, il sincronismo e la complessità.

Quando prendiamo in considerazione i fenomeni sistemici, sono queste le domande che non dovremmo mai smettere di rivolgerci: quand’è che un cambiamento di grado diventa un cambiamento di tipo? Quali sono gli effetti delle persone (non dell’Uomo) bioculturalmente, biotecnicamente, biopoliticamente e storicamente situate in relazione e in combinazione con gli effetti degli assemblaggi di altre specie e di altre forze biotiche/abiotiche?

Nessuna specie agisce da sola, neanche una specie arrogante come la nostra, che finge di essere fatta da bravi individui che agiscono in base ai copioni della cosiddetta modernità occidentale. Sono gli assemblaggi di specie organiche e di attori abiotici a fare la storia, sia quella dell’evoluzione che tutte le altre.

Non si può continuare a deprezzare la natura svuotandola di ogni contenuto e risorsa, è un processo che non può durare ancora a lungo

Ma esiste un punto di flesso significativo in grado di cambiare le regole del «gioco» per tutti e tutto sulla Terra? Non si tratta solo di cambiamento climatico, ma anche dei danni provocati dalle sostanze chimiche tossiche, dell’attività estrattiva, dell’inquinamento nucleare, del prosciugamento dei laghi e dei fiumi sopra e sotto terra, della brutale semplificazione degli ecosistemi, dei vasti genocidi di persone e di altre creature, e di tanto altro ancora, in una serie di processi collegati tra loro in maniera sistemica che minacciano un grave crollo del sistema dopo l’altro.

La ripetizione può diventare un problema.

In un testo pubblicato di recente intitolato «Feral Biologies», Anna Tsing suggerisce che il punto di flesso tra l’Olocene e l’Antropocene potrebbe essere la distruzione dei refugia a partire dai quali un giorno potranno riformarsi assemblaggi di specie diverse (con o senza gli esseri umani) in seguito a eventi devastanti come la desertificazione, la deforestazione, e purtroppo tanto altro ancora…

Questa idea è affine alle considerazioni di Jason Moore, il coordinatore del World-Ecology Resarch Network, convinto che la natura a buon mercato sia giunta al termine.

Non si può continuare a deprezzare la natura svuotandola di ogni contenuto e risorsa, è un processo che non può durare ancora a lungo: continuare a estrarre risorse dal mondo contemporaneo nel tentativo di rimodellarlo continuamente sta diventando impossibile, dato che gran parte delle riserve della Terra sono state esaurite, bruciate, svuotate, avvelenate, sterminate ed esaurite.

Grossi investimenti e tecnologie terribilmente creative e distruttive possono ritardare la nostra presa di coscienza rispetto a questo fatto, ma la natura a buon mercato è davvero finita.

Anna Tsing sostiene che l’Olocene sia stato un lunghissimo arco temporale in cui non solo esistevano ancora i refugia, ma erano persino abbondanti, e capaci di sostenere il ripopolamento del mondo in tutta la sua diversità culturale e biologica.

Forse chiamare questo scandalo Antropocene è un modo per indicare la distruzione di luoghi e momenti di riparo per gli umani e tutte le creature. Come altre persone, anch’io credo che l’Antropocene sia più un evento limite che un’epoca, più un momento di passaggio che una fissità geologica, proprio come il limite K-T che ha costituito il passaggio dal Cretaceo al Paleogene.

L’Antropocene introduce delle discontinuità drastiche; quello che verrà dopo non sarà come quello che è venuto prima. Credo che il nostro compito sia rendere l’Antropocene il più interstiziale e insignificante possibile: dobbiamo unire le forze e condividere tutte le idee che ci vengono in mente per coltivare le epoche a venire in modo da ristabilire dei luoghi di rifugio.

Al momento la Terra è piena di rifugiati, umani e non umani, senza più rifugio. Per questo credo che un nome eclatante (a dire il vero più di un nome) per definire questa situazione sia giustificato: e dunque Antropocene, Piantagionocene, Capitalocene (termine che è stato di Andreas Malms e di Jason Moore prima ancora di essere mio).

Dobbiamo sempre tenere a mente quali storie raccontano altre storie, quali concetti pensano altri concetti

Insisto anche sul fatto che abbiamo bisogno di un nome per raggruppare le forze e i poteri dinamici e sinctoni di cui le persone costituiscono una parte, all’interno dei quali sono in gioco l’esistere e il progredire.

Forse è solo attraverso l’impegno intenso e le forme di collaborazione e di gioco con tutti i terrestri che saranno possibili nuovi ricchi assemblaggi multispecie in grado di ospitare anche gli umani.

Io chiamo tutto questo Chthulucene – passato, presente e futuro. Queste tempospettive reali e possibili non hanno nulla a che fare con Cthulhu, quel mostro misogino da incubo razziale creato dallo scrittore di FS H.P. Lovecraft, ma piuttosto con diverse forze e poteri tentacolari grandi quanto la Terra e altre cose accumulate sotto nomi come Naga, Gaia, Tangaroa (divinità esplosa dalle acque di Papa, la dea della Terra), Terra, Haniyasu-hime, Donna Ragno, Pachamama, Oya, Gorgo, Raven, A’akuluujjusi e tanti altri ancora. Il «mio» Chthulucene, per quanto aggravato dalle sue radici greche che lo ancorano a un tempo e a un luogo, in realtà imbriglia una miriade di temporalità e spazialità diverse e una miriade di entità-in-assemblaggi intra-attivi, compresi gli assemblaggi più-che-umani, altro-dagli-umani, inumani e umani-co- me-humus. Naga, Gaia, Tangaroa, Medusa, la Donna Ragno e tutte le loro parentele sono solo alcune delle migliaia di forze che scorrono in un filone FS che Lovecraft non avrebbe mai potuto immaginare né sfruttare, ovvero le reti della fabula speculativa, del femminismo speculativo, della fantascienza e del fatto scientifico.

Dobbiamo sempre tenere a mente quali storie raccontano altre storie, quali concetti pensano altri concetti. Che si tratti di matematica, visioni o narrazioni, dobbiamo tener conto di quali figure raffigurano figure, quali sistemi sistematizzano sistemi; è importante.

Tutti questi nomi che ho elencato sono troppo grandi e troppo piccoli, così come tutte le storie del mondo sono troppo grandi o troppo piccole. Come mi ha insegnato Jim Clifford, abbiamo bisogno di storie (e di teorie) abbastanza grandi da contenere le complessità e mantenere gli argini e i confini aperti e affamati di nuove e vecchie connessioni ca- paci di sorprenderci.

Per vivere e morire bene da creature mortali nello Chthulucene è necessario allearsi con le altre creature al fine di ricostruire luoghi di rifugio; solo così sarà possibile ottenere un recupero e una ricomposizione parziale e solida della Terra in termini biologici-culturali-politici-tecnologici. Ma questa ricomposizione non avverrà se non saremo capaci di includere il lutto e il cordoglio per le perdite irreversibili, me lo hanno insegnato Thom van Dooren e Vinciane Despret.

L’estinzione non è solo una metafora, il collasso del sistema non è un film catastrofista. Basta chiederlo a qualsiasi rifugiato.

Abbiamo già avuto a che fare con un numero devastante di perdite, e ce ne saranno molte altre ancora. La prosperità non può derivare né dalla convinzione di essere immortali né dal- la nostra incapacità di con-divenire insieme ai morti e agli estinti. C’è molto da fare per l’Araldo dei morti di Orson Scott Card. E c’è ancora più lavoro per il mondeggiare di Ursula Le Guin in Sempre la valle.

Sono una compostista, non una postumanista; siamo tutti compost, non postumani. Il confine segnato dall’Antropocene/Capitalocene significa molte cose, compreso il fatto che l’immensa distruzione irreversibile è attualmente in corso, non solo per gli undici miliardi e rotti di persone che si ritroveranno sulla Terra verso la fine del XXI secolo, ma per un’infinità di altre creature. (Undici miliardi è un numero impensabile ma ponderato, che costituisce una previsione valida solo se i tassi di natalità mondiali resteranno bassi come adesso. In caso di aumento della natalità, può succedere di tutto.)

L’estinzione non è solo una metafora, il collasso del sistema non è un film catastrofista. Basta chiederlo a qualsiasi rifugiato di ogni specie.

Lo Chthulucene ha bisogno di uno slogan, o anche più di uno. Oltre a gridare «Cyborg per la sopravvivenza sulla Terra», «Corri veloce, mordi più che puoi» e «Taci e impara», io suggerisco il «Generate parentele, non bambini!».

Generare e riconoscere le parentele è la parte più complicata e urgente di questa proposizione.

Le femministe sono state le prime a sciogliere i presunti legami naturali e necessari tra sessualità e genere, razza e sesso, razza e nazione, classe e razza, genere e morfologia, sesso e riproduzione, persone che riproducono e persone che compongono (qui il debito specifico è con le melanesiane alleate con Marilyn Strathern e la sua parentela etnografica).

Se vogliamo l’eco-giustizia multispecie, un tipo di giustizia che possa anche accogliere una popolazione umana diversificata, è tempo che le femministe prendano le redini dell’immaginazione, della teoria e dell’azione per sciogliere ogni vincolo tra genealogia e parentela, e tra parentela e specie.

Noi, gli esseri umani di ogni luogo, dobbiamo rivolgerci alle urgenze intense e sistemiche che abbiamo davanti

Batteri e funghi non fanno che fornirci metafore, ma le metafore non bastano: le metafore fondate sulla natura non sono sufficienti. Qui c’è da fare un lavoro da mammiferi, insieme ai nostri collaboratori e co-lavoratori simpoietici biotici e abiotici.

Dobbiamo generare parentele in sinctonia e in simpoiesi. A prescindere da chi e cosa siamo, dobbiamo con-fare, con-divenire, con-creare insieme gli «Earthbound» (ringrazio ancora Bruno Latour in modalità-anglofona per questo termine).

Noi, gli esseri umani di ogni luogo, dobbiamo rivolgerci alle urgenze intense e sistemiche che abbiamo davanti; eppure, come ha scritto Kim Stanley Robinson in 2312, fino adesso abbiamo vissuto nei tempi del «Dithering», i tempi della Titubanza (un arco temporale che in questo romanzo di fantascienza va dal 2005 al 2060… forse è una prospettiva troppo ottimista?), vale a dire uno «stato di agitazione incerta».

Forse Titubanza è un nome più adatto rispetto ad Antropocene e Capitalocene! La Titubanza verrà incisa e inscritta in ogni strato di roccia, ed è già dentro gli strati mineralizzati della Terra.

Le creature sinctonie non si agitano nella titubanza, ma compongono e decompongono, attività pericolose quanto promettenti.

L’egemonia umana non è un evento sinctonico, questo è poco ma sicuro. Come hanno scritto le artiste ecosessuali Beth Stephens e Annie Sprinkler sull’adesivo che hanno creato per me, compostare è così sexy!

Il mio intento è far sì che il «kin», la parentela, significhi qualcosa di diverso, qualcosa di più che entità legate dalla stirpe o dalla genealogia. Per un po’ questo pacato intento di defamiliarizzazione potrà sembrare solo un errore, ma un giorno (se la fortuna ci assiste) sembrerà che le cose siano sempre state così.

Generare parentele significa generare persone, non necessariamente intese come individui o esseri umani. All’università rimasi colpita dal gioco di parole tra kin e kind formulato da Shakespeare nell’Amleto: le persone più kind, ovvero le persone più premurose, non erano necessariamente i membri della famiglia. Generare parentele – making kin – ed esercitare la premura verso l’altro – making kind – (intesi come categoria, cura, parentele senza legami di sangue, parentele altre e molte altre ripercussioni) sono processi che ampliano l’immaginazione e possono cambiare la storia.

Gli antenati si rivelano degli sconosciuti molto interessanti; le parentele sono estranee, inspiegabili, inquietanti, attive

Marilyn Strathern mi ha spiegato che all’inizio la parola relatives («familiari» in italiano, N.d.T.) indicava delle «relazioni logiche» e ha assunto il significato di «membri della famiglia» solo nel Seicento: questa ipotesi è tra le mie preferite in assoluto.

Allargare e ridefinire la parentela è un processo legittimato dal fatto che tutte le creature della Terra sono imparentate nel senso più profondo del termine, e già da tempo avremmo dovuto iniziare a prenderci più cura delle creature affini come assemblaggi e non delle specie una alla volta. Kin è un genere di parola che unisce. Tutte le creature condividono la stessa «carne» in maniera laterale, semiotica, genealogica.

Gli antenati si rivelano degli sconosciuti molto interessanti; le parentele sono estranee (al di fuori di quella credevamo essere la famiglia o la gens), inspiegabili, inquietanti, attive.

È troppo per un piccolo slogan, lo so! Ma proviamoci. Nel giro di un paio di secoli, forse gli esseri umani sul pianeta torneranno a essere due o tre miliardi, dopo un lungo percorso in cui avranno contribuito ad aumentare il benessere di un’umanità diversificata e delle altre creature, intese come mezzi e non solo come fini.

Perciò, generate parentele, non bambini! È importante il modo in cui le parentele generano altre parentele.

Note