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9 luglio 2018

Le donne non sono (più) un Noi. La differenza si fa conflitto

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Declinare il conflitto in termini di genere significa per me riflettere sul femminismo, in quanto movimento politico che mette a tema la subordinazione sociale costruita sulla base del genere sessuale, e pensare il femminismo a partire dalla categoria di conflitto.

Forse è superfluo ricordare, in premessa, che parlare di conflitto non è lo stesso che parlare di violenza. Se il conflitto è una forma universale dell’interazione umana, che si genera ovunque, a tutti i livelli, in forma spontanea o organizzata, la violenza si può considerare una modalità distruttiva di gestione del conflitto, dove a prevalere è la percezione dell’altro come nemico, con la determinazione di annientarlo.

È dunque completamente diverso guardare al conflitto come dimensione essenziale dell’agire femminista, e guardare alla violenza maschile contro le donne. La violenza basata sul genere non è, come alcuni vorrebbero, una sorta di esito necessario in una supposta guerra dei sessi, che ha il suo doppio speculare nelle battaglie femministe per la liberazione o l’emancipazione. È invece la manifestazione di una dominazione secolare fondata sulla diseguaglianza tra uomini e donne nei diritti e nell’accesso alle risorse materiali. Non a caso è un fenomeno che pare intensificarsi proprio nei momenti in cui avviene una rottura, a livello individuale o collettivo, con i modelli di subordinazione femminile.

Il conflitto invece, dicevamo, è una dimensione essenziale, vitale, della condizione umana. Pòlemos è “il padre di tutte le cose”, diceva Eraclito. Se decidiamo di spostare questa considerazione dall’ordine cosmologico a quello delle cose umane, e di tradurre pòlemos con la parola conflitto, anziché con quella di guerra, il conflitto diventa la matrice di ogni cambiamento, di ogni divenire, che non può che avere origine nelle differenze – tra gli dei e gli uomini, tra gli schiavi e i liberi, come scrive Eraclito. Ma le differenze, lo sappiamo, sono molte di più.

È proprio postulando una differenza e un conflitto che nasce il femminismo. Nel momento in cui le donne dicono “Noi” si costituiscono come soggetto politico, consapevole della propria oppressione, intenzionato a combattere il sistema da cui questa oppressione ha origine. Il patriarcato, dunque, come sistema di dominio che si esercita attraverso una pluralità di istituzioni interconnesse – politiche, sociali, economiche, culturali – ma che ha il suo nucleo più interno nel controllo maschile sul corpo femminile.

Il conflitto agito dal femminismo si direziona quindi verso una molteplicità di obiettivi: non necessariamente nei confronti dei singoli uomini – il femminismo ha anzi trovato spesso alleati importanti nel mondo maschile – ma nei confronti delle strutture che sostengono il potere maschile, che vanno dalla tradizione del pensiero occidentale – pensiamo alla rivolta di Carla Lonzi contro Hegel, Marx e Freud nel suo Sputiamo su Hegel – allo sfruttamento capitalistico del lavoro femminile produttivo e riproduttivo, fino alle leggi che sanciscono la diseguaglianza tra i sessi. Naturalmente, questo ha significato per ogni singola donna anche agire un conflitto con norme sociali introiettate fin dall’infanzia, quindi rompere con le aspettative del proprio ambiente e della propria famiglia. Pensiamo a Sibilla Aleramo o a Simone de Beauvoir, ma gli esempi sono innumerevoli.

Oggi si sente spesso dire che il femminismo ha smarrito molto del suo potenziale conflittuale, in gran parte a causa della sua compromissione con l’agenda economico-politica del neoliberalismo – Nancy Fraser ha parlato di un femminismo che si fa “ancella” del neoliberalismo. Ma è tutto il femminismo ad essere sotto accusa? Esiste ancora la possibilità di un soggetto femminista che viva all’insegna di un conflitto aperto con l’esistente?

In gran parte questa questione è da ricondurre all’impossibilità di riprodurre quel gesto originario del femminismo, il dirsi “Noi” delle donne, la differenza che si fa conflitto. Le donne non sono (più) un Noi. Non lo sono da quando il femminismo nero, lesbico, postcoloniale, queer ha messo a nudo il privilegio delle donne bianche, eterosessuali, del “primo mondo”. Da quando l’affermazione delle differenze di classe, razza, orientamento sessuale ha mandato in frantumi l’illusione di un soggetto omogeneo del femminismo.

Oggi siamo di fronte a due riattualizzazioni del conflitto nel femminismo, che io credo debbano essere interrogate nelle loro potenzialità e anche nelle loro criticità.

Una è la rinascita, che abbiamo sotto gli occhi, di un femminismo che si dichiara al contempo anti-(etero)sessista, anti-razzista, anti-capitalista: Non Una di Meno, la Marcia delle donne negli Stati Uniti, e tutti i movimenti che nel mondo stanno esprimendo la forza di una lotta contro violenza e sfruttamento, portando l’attenzione anche sulle differenze tra donne e sull’intersezione tra assi di dominio. Le potenzialità di questo attivismo, che è tornato a farsi molto sonoro, sono del tutto evidenti. Arriverei a dire che sono questi gli unici movimenti oggi capaci di contestare la razionalità neoliberale insieme alle “uscite a destra” che ne conseguono: nazionalismo, razzismo, sessismo, omotransfobia.

Il rischio che intravedo è invece che la moltiplicazione delle differenze possa offuscare lo specifico della lotta femminista, trasformata in una battaglia contro tutte le diseguaglianze, dimentica della specifica forma di dominio che è al cuore di ciò che chiamiamo patriarcato.

La seconda forma di conflitto che vedo in atto è quella che impegna quotidianamente componenti diverse del femminismo, in lotta l’una contro l’altra, specialmente nel dibattito intorno a temi particolarmente controversi come la prostituzione, la gestazione per altri, il velo. Qui, se è positivo l’apporto di complessità delle differenti posizioni in campo, la forte polarizzazione degli schieramenti impoverisce però le capacità di lotta comune, trasformando il femminismo stesso in un campo di battaglia.


Immagine di copertina: ph. Sam Manns da Unsplash

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