1

E: Bifo, la mutazione connettiva. Dialogo con Franco Berardi Bifo

Lo scorso agosto portavo sempre con me un libro del filosofo Franco Berardi Bifo, dal titolo E: la congiunzione. Il libro era già uscito in inglese nel 2015, e in spagnolo nel 2017, ma Not lo ha da poco ripubblicato in italiano in una versione ampliata.

L’ho portato con me al tramonto e nella canicola, su uno scoglio di fronte al mare e tra le rocce di un fiume. Le pagine a tratti s’inerpicano lungo sentieri impervi, ma restano accessibili anche a chi non si occupa di filosofia. Dentro questo libro si parla di empatia, specie nelle prime pagine. Che cos’è l’empatia? Come funziona? E poi: che cosa è cambiato nel modo in cui reagiamo agli altri e nella nostra sensibilità di homo sapiens, all’accadere di quella che Bifo definisce la «mutazione tecnoculturale»? Quale nuova dinamica e quale esperimento ha luogo dentro la coscienza di ciascuno di noi, se «nell’attività comunicativa (reti sociali, navigazione di Internet, eccetera) l’io fornisce dati relativi al sè, e la macchina globale registra l’attività caotica dell’io e la trasforma in un ordine numerico del sé»? Infine: che cosa rivela della Cina di oggi un vecchio appunto del filosofo tedesco Martin Heidegger, risalente agli anni Quaranta del secolo scorso? E come può il sistema nervoso sopportare l’urto deformante della catastrofe ambientale, economica e psichica?

È curioso notare come la figura del filosofo Bifo col tempo sia divenuta bersaglio di haters. Gli haters in sostanza rimproverano a Bifo di essere un pessimista e un uccello del malaugurio. In realtà, libri di Bifo come il precedente Heroes e il presente E: la congiunzione non solo non invecchieranno, io credo, ma resteranno accanto a noi come vecchi e fedeli amici. Perché? Che cosa ce li rende vicini e simpatetici? Vediamo. Bifo prova a spiegare come funziona la mente umana. La mente è per Bifo come un processo asintotico, che tende cioè a un punto, una conclusione, senza che questa conclusione venga mai raggiunta e catturata, fatta nostra. Al contrario della mente umana, la macchina sa come giungere a una conclusione. Lo scarto tra le due performance deriva dal fatto che nell’uomo, accanto all’intelligenza, sopravvive l’ombra fuggevole della coscienza, il pensiero che riflette su di sé, mentre la macchina è pura intelligenza e computazione. Secondo Bifo nella mutazione digitale in corso «la performance dell’automa è sempre più in grado di simulare la performance della mente umana, dall’altro la mente umana funziona sempre di più in maniera automatica». Ciò che Bifo osserva è l’azione di «strutture di interazione automatica fra gli organismi umani, la cattura di immense quantità di dati e infine la diffusione del flusso digitale attraverso miliardi di terminali come lo smartphone». È grazie a tale architettura planetaria costituita di reticoli e reticoli che si va formando «l’automa cognitivo globale», il quale, dichiara Bifo, cresce e si rafforza al prezzo del dolore psichico, della demenza, del comprimersi della coscienza, del venire meno dell’empatia e di quel piacere che gli uomini hanno sempre ricavato dal contatto e dalla pelle. I libri di Bifo ci sono amici proprio perché si fanno carico di analizzare e denunciare questa nostra, intima sofferenza, in un passaggio senza precedenti dell’evoluzione umana.

A settembre il libro è ancora con me, con la sua buffa e misteriosa sovraccoperta di plastica trasparente. Una mattina mi trovo sul terrazzo di una casa a Bologna, la città dove Bifo ha vissuto una prima parte della sua formazione e dove abita tuttora. Sono trascorsi una decina di giorni da quando ho chiuso l’ultima pagina di E: la congiunzione. A Bologna fa ancora molto caldo. Mi sento stanco, scarico. Ho dimenticato gran parte di ciò che ho letto. Ma di che cos’è che parlava quel libro folgorante?, mi chiedo. A fatica rimetto insieme i ricordi, poi riprendo tra le mani il libro, sfoglio di nuovo le pagine che avevo segnato con delle orecchie, quindi butto giù qualche domanda per Bifo, scusandomi via email perché avrei preferito scrivere una traccia più brillante. Ecco l’intervista.  

Scrivi che nell’ambiente digitale la vita non vibra con la vita, perché lì non si realizza quella congiunzione fatta di «frammenti in vibrazione con altri frammenti in vibrazione». Leggendo ho avuto l’impressione che questo termine che tu usi, «vibrare», non sia casuale o qualunque. Io avverto un’ascendenza: il mondo hippie, la cultura psichedelica, etc. Mi sbaglio? 

La cultura hippie è mai esistita? Non lo so, ma quel che ci rimane di più incancellabile dell’esperienza che vivemmo negli anni ’60, gli anni della mia formazione intellettuale, politica, estetica, sentimentale, è proprio quel nucleo indefinibile di lentezza dei corpi e di estrema velocità delle intuizioni. Anche il concetto di rifiuto del lavoro, quella espressione provocatoria che fu cruciale per la cultura ribelle operaista, nasce da questa commistione di piacere dei sensi e radicalismo esistenziale. Allora sono un vecchio hippie, d’accordo. Per questo non sono mai riuscito a prendere sul serio i rituali dell’accademia, del potere, delle istituzioni. E hai ragione nel dire che la parola “vibrazione” richiama in modo inequivocabile quelle atmosfere. Lo so, e ho esitato un po’ a usarla, perché mi dà fastidio tutto quel ciarpame New Age che ha trasformato la radicalità psichedelica in cretinismo pubblicitario. Però poi mi sono detto chi se ne frega. La parola vibrazione (l’oscillazione di un corpo sensibile alla ricerca asintotica di un punto di stabilità che non giungerà mai) rende perfettamente il punto che mi interessa: la congiunzione.

 Treccani descrive le cronopatologie come «un insieme di disturbi e sindromi che originano da alterazioni dei processi fisiologici di un organismo dovuti, in genere, al cattivo funzionamento dell’orologio biologico circadiano». Tu che cosa intendi nel tuo libro per cronopatologie?

La definizione di Treccani concerne quel che sappiamo della cronopatia fin quando ci limitiamo a un discorso sugli stati interni di un corpo. Ma oggi abbiamo a che fare con una dimensione diversa della patologia: quella che dipende dal rapporto tra corpo ed ecosfera, o più precisamente tra mente e infosfera. Non dobbiamo mai dimenticare che l’informazione non è soltanto una relazione immateriale tra noto e ignoto, tra probabile e improbabile; è anche uno stimolo materiale che giunge dall’esterno e mobilita il sistema nervoso.

Quel che ci rimane di più incancellabile dell’esperienza che vivemmo negli anni ’60 è quel nucleo indefinibile di lentezza dei corpi e di estrema velocità delle intuizioni

Quanto più intensa è la stimolazione, tanto più il sistema nervoso si attiva per decodificare i segnali, per elaborarne il senso, per accoglierne e assorbirne l’impatto emotivo. Negli ultimi cinquanta anni l’infosfera è stata sottoposta a un’accelerazione straordinaria, a un’espansione e intensificazione senza precedenti. Quante informazioni riceveva nel corso della sua intera esistenza un uomo del diciannovesimo secolo, per quanto colto, attento, esposto ai flussi di informazione scritta e orale? Cento volte di meno di quante ne riceve oggi un ragazzo di sedici anni in una settimana con il suo cellulare perennemente in mano, con i diecimila schermi luminosi che gli ordinano tassativamente di comprare una lozione per non diventare calvo. Personalmente credo che si dovrebbero vietare gli schermi in luoghi aperti al pubblico, con pene corporali per i trasgressori. Si tratta di un’aggressione ininterrotta al cervello umano. 

Ho assistito a una scena rivoltante all’aeroporto di Palermo, una decina di giorni fa. Una famigliola padre madre bambina di sette anni bambino di tre, seduti al tavolo in attesa del volo. Li ho osservati per quaranta minuti, senza distogliere lo sguardo. Immobili, il bambino e la bambina non hanno mai smesso, per un solo istante, di guardare i due piccoli schermi cellulari che i due criminali che li hanno messi al mondo mettevano a loro disposizione. Sono del tutto certo del fatto che la generazione che cresce davanti al piccolo schermo del cellulare sarà sempre più incapace di vita cosciente e di vita erotica. Ma per fortuna credo che non raggiungeranno la maggiore età perché si suicideranno quasi tutti, e quelli che non si suicideranno saranno uccisi all’uscita dalla scuola da un difensore dei sacri valori della tradizione.

Fonte: “Alice è il diavolo. Sulla strada di Majskovskij. Testi per una pratica di comunicazione sovversiva”. Edizioni L’Erba Voglio. 1977.

 

Il problema non è che in quegli schermi si vedono scene raccapriccianti o diseducative, niente di tutto questo. Non ha nessuna importanza il contenuto dello schermo. Il problema è che il cervello umano, sottoposto a un bombardamento ininterrotto di stimolazioni a-significanti, perde la capacità di elaborare intellettualmente gli stimoli informativi e a maggior ragione perde la capacità di elaborarli emotivamente. Lo so, lo so che c’è sempre qualcuno che a questo punto ti dice: eh quante storie, anche Platone riteneva che la scrittura faceva male perché impediva la memorizzazione. Platone non aveva tutti i torti: la mutazione cognitiva prodotta dalla diffusione della scrittura ha certamente relegato la memorizzazione in uno spazio secondario rispetto ad altre funzioni. Ma ora la mutazione tende a paralizzare non solo la memoria, non solo la capacità di orientamento (sostituita dai GPS), ma anche la facoltà di parola, e soprattutto la facoltà di elaborazione cosciente ed emotiva.

Credo che stiamo parlando di un collasso psico-cognitivo che paralizza la facoltà di auto-coscienza, di riflessione, di creazione.

 Che cos’è la «mutazione connettiva»?

Quando usiamo la parola mutazione intendiamo un effetto che non si limita a trasformare la superficie del comportamento, ma agisce sulla struttura e sul corredo genetico stesso. In questo caso parliamo della struttura cognitiva. L’esposizione della mente a un ambiente di tipo connettivo (cioè a un ambiente in cui i flussi semiotici sono composti di unità sintatticamente formattate, in modo da poter essere compatibili con macchine digitali e funzionali a processi di ricombinazione) produce una trasformazione dell’operatività cognitiva che ha carattere profondo e irreversibile. 

La mutazione connettiva non trasforma soltanto i comportamenti, ma agisce sulla stessa dinamica della cognizione e dell’emotività. 

Scrivi che «la catastrofe etica contemporanea non è una crisi dei valori civili condivisi». E allora in che crisi ci troviamo?

Appunto, stavo parlando di una trasformazione che investe le modalità dell’elaborazione emotiva. Io non credo che l’etica abbia molto a che fare con i valori morali. Non esistono valori morali, esistono convenzioni legate al comportamento, all’interazione, al rapporto con l’altro. L’etica si fonda sulla capacità di percepire il piacere e il dolore, non su astratti valori. Ma la capacità di provare piacere e dolore dipende dai tempi e dai modi di esposizione dell’epidermide allo stimolo. Se acceleriamo lo stimolo oltre un certo limite, la capacità di provare piacere e dolore si contrae fino a scomparire. Credo che la capacità di godere dell’ambiente e dei corpi si sia contratta fino all’irrigidimento, e ugualmente la capacità di provare sofferenza per la sofferenza degli altri tende a contrarsi fino a scomparire. L’an-empatia, l’anestesia sono la radice di un’insensibilità crescente verso la sofferenza altrui, ma anche verso il piacere dell’altro. In questo consiste, credo, la radice dell’attuale catastrofe etica che è prima di tutto la catastrofe psichica che si manifesta come an-empatia. 

È interessante anche la distinzione che tu metti a fuoco tra desiderio e piacere, tanto più interessante perché «desiderio» è una parola chiave, sui cui si è molto scritto e ricamato, ma forse non comprendendo fino in fondo come funziona il desiderio… 

La questione del desiderio è stata centrale nell’evoluzione filosofica degli ultimi cinquant’anni, da quando il pensiero di Deleuze e Guattari influenzò una generazione di ricercatori e di attivisti. Ma in che modo ha agito questo concetto? E’ una questione che mi riguarda molto personalmente, perché credo che per molto tempo, dopo la scoperta del pensiero di Deleuze e Guattari, ho finito per attribuire al desiderio una centralità e un’unicità che mi hanno portato a perdere di vista i limiti fisici e psichici dell’organismo cosciente e sensibile. Il desiderio è la forza trainante nei processi di interazione, di attrazione, di conflitto. D’accordo. Ma la potenza del desiderio non è infinita, come qualche volta abbiamo finito per credere. Essa è limitata da fattori organici come l’invecchiamento e tecnici. 

Abbiamo creduto che la potenza desiderante della soggettività fosse infinita. Non è vero. Quel che viviamo oggi è proprio una contrazione della potenza desiderante, conseguente all’invecchiamento dell’organismo collettivo, all’esaurimento delle energie nervose.

Che cosè il «sé datificato»?

Sul concetto di datificazione ha scritto cose importanti Alejandra Lopez Gabrielidis, una ricercatrice argentina che vive a Barcellona. La datificazione è il trasferimento di porzioni sempre e più rilevanti dell’individualità alla macchina connettiva, sotto forma di dati. Pensiamo a quanto della nostra esistenza relazionale, emotiva, psichica, sociale, politica viene trasferito alla macchina informatica in forma di dati. Pensiamo a quel che comporterebbe la perdita dei nostri dati personali nella vita sociale: se domani scomparissero tutti i dati informatizzati che ci individuano, tutte le password che ci permettono l’ingresso nella macchina interattiva, eccetera. Il sé datificato è il fantasma digitale che ci permette di interagire socialmente, ma che investe in modo sempre più invasivo anche la sfera emozionale, affettiva.

Il desiderio è la forza trainante nei processi di interazione, di attrazione, di conflitto. D’accordo. Ma la potenza del desiderio non è infinita

Che cosa intendi quando parli della separazione dell’intelligenza dalla coscienza?

Come possiamo distinguere l’intelligenza dalla coscienza? Direi che l’intelligenza è la facoltà di compiere scelte cognitive tra alternative decidibili. L’intelligenza ci permette di scegliere tra due possibilità che si possono specificare in maniera discreta, distinta, e al limite digitale. L’intelligenza è una facoltà funzionale alla soluzione di problemi, alla massimizzazione del vantaggio competitivo.

La coscienza è invece la facoltà di compiere scelte tra alternative logicamente indecidibili. La scelta etica, la scelta estetica, la scelta erotica implicano l’esercizio di una facoltà che non si riduce alla logica. Il problema è che nella società contemporanea, che apprezza soprattutto la funzionalità e la competitività nel perseguimento di scopi predefiniti, intelligenza e coscienza tendono a divergere fino al punto che sempre più spesso la scelta più intelligente, più funzionale al perseguimento di scopi quantificabili (il profitto) richiede una sospensione della coscienza, ovvero contraddice apertamente una scelta etica. Potremmo parlare al proposito di una sorta di cinismo sistemico: l’intelligenza cinica è capacità di perseguire efficacemente un fine del quale la coscienza riconosce l’intollerabilità etica o la ripugnanza estetica. 

C’è un’osservazione tratta dai quaderni neri di Martin Heidegger, scritti negli anni Quaranta, nella quale si dice, in sostanza, che il comunismo, se avesse prevalso in Cina, avrebbe reso la società cinese libera di offrirsi alla tecnica. Ci ha visto lungo, Heidegger…

Nell’edizione italiana di E, la congiunzione (che non corrisponde perfettamente a And Phenomenology of the end, che uscì in inglese nel 2015 e in spagnolo nel 2017, perché contiene una parte su Caos e Automa che non c’era nell’edizione originaria) mi occupo di Cina, partendo dalla lettura di un autore che si chiama Yuk Hui, del quale Nero-editore ha pubblicato il libro Cosmotecnica. Yuk Hui sostiene una tesi che da molto tempo avevo in mente, ma che non ho mai osato sostenere pubblicamente, per la semplice ragione che non posso leggere la lingua cinese, e dunque non posso prendermi la libertà di fare affermazioni su quella civiltà che in larga misura si differenzia dalla civiltà occidentale per ragioni che sono di tipo semiotico. Ma adesso c’è un filosofo (e ingegnere), che pur vivendo in Occidente, pur avendo studiato la filosofia tedesca, è di formazione cinese, il quale sostiene una tesi molto vicina a quella che da anni coltivo segretamente. E allora mi posso permettere di dire quello che penso attribuendolo a Yuk Hui. Ma cosa penso di così misterioso e imbarazzante?

Sostengo che le tecnologie di comunicazione non solo influiscono sulla cosmologia di base di una civiltà, ma anche sulle modalità di elaborazione cognitiva. E dunque la civiltà cinese si differenzia da quella occidentale per ragioni che sono (almeno in parte) legate alle modalità di apprendimento del linguaggio. Sostengo che il doppio sistema di apprendimento linguistico (orale e scritto, distinti e non sovrapponibili) produce un effetto di ispessimento della sfera cognitiva comune. Nel processo di individuazione occidentale, condividiamo con la mente degli altri suoni significanti che poi trascriviamo, secondo un principio di corrispondenza fonetica. Nel processo di individuazione cinese invece si condividono due corpi semio-mnestici differenti: quello dei suoni e quello dei segni ideografici. La mente cinese dispone di un corpo comune fondato su due distinti processi di apprendimento e memorizzazione. Questo spiega forse perché nella cultura cinese la dimensione collettiva appare primaria, mentre nella cultura occidentale appare primaria la percezione di sé come individuo che entra in rapporto con altri sé individuali. Non sto parlando di caratteri etnici naturali, sto parlando della formazione di un’episteme di base specifica, che risulta dall’azione di una tecnica comunicativa oppure di un’altra. Per questo Heidegger dice, un po’ enigmaticamente, che l’adesione alla tecnica introduce il popolo cinese al collettivismo. E per questo Yuk Hui cita Heidegger. 

Le tecnologie di comunicazione non solo influiscono sulla cosmologia di base di una civiltà, ma anche sulle modalità di elaborazione cognitiva

Il collettivismo cinese ha preparato il terreno per l’avvento dell’automa cognitivo globale. Tu hai mai viaggiato in Cina? Che esperienza è stata? 

Sono stato in Cina nell’inverno del 1987, poi nell’estate del 1988, poi nell’estate del 1993. Mia moglie lavorava all’università di BejDa, e io andavo a trovarla non appena mi era possibile. Ho passato diversi mesi a Pechino, ho viaggiato un po’ a Shanghai, Tianjin, Huanzhou… era il periodo in cui la Cina usciva dal maoismo ed entrava pienamente nella trasformazione denghista. Tra la prima volta che ci sono stato e l’ultima, il cambiamento della città era notevole, quasi drammatico. Ma niente a confronto di quello che è accaduto in seguito, mi par di capire. Sia ben chiaro: ero molto curioso, parlavo con i colleghi italiani o comunque occidentali. Ma ero solo un turista, perché chi viaggia in Cina senza sapere la lingua non può capire la questione più importante di tutte, che a mio parere si annida proprio lì: nel rapporto tra lingua e scrittura, nella specificità del processo di memorizzazione e quindi nella specificità del processo di individuazione.

Quando leggo le cose che scrivono sulla Cina giornali come La Repubblica mi viene da vomitare. Non so, qualche giorno fa c’era un giornalista di cui non ricordo il nome, che parlava del villaggio in cui è nato Mao Tze Tung, ripetendo banalità che si dicono qualche volta dal barbiere. Ci sono eccezioni notevolissime, naturalmente: Simone Pieranni o Gabriele Battaglia sanno di quello che parlano. Ma quelli che ripropongono ogni volta i loro discorsetti da seconda elementare sul totalitarismo collettivista cinese e sui diritti umani, dovrebbero studiare un po’ non dico il cinese, ma almeno François Jullien o Joseph Needham, o anche soltanto i magnifici libri che Renata Pisu scriveva decenni fa, quando per scrivere sulla Cina dovevi avere capito qualcosa di più del catechismo liberale. Non intendo affatto negare che il collettivismo cinese sia una forma politicamente oppressiva, non intendo negare che lo Stato cinese si comporti in maniera brutale contro le minoranze etniche e politiche. Il punto non è questo. Il punto è che non si può parlare di Cina con il manuale delle giovani marmotte liberal-democratiche. Le manifestazioni politiche della società cinese (e quelle della società occidentale, naturalmente) sono la superficie sotto cui si stratificano millenni di storia cosmotecnica, che hanno prodotto un sistema cognitivo specifico (e anche uno specifico psichismo). 

Perché dici che coloro che soffrono di Alzheimer sono «l’esempio migliore di un’umanità senza memoria di sè e senza empatia che sta emergendo»?

Tanto per cominciare perché la questione dell’invecchiamento è gigantesca, dal punto di vista antropologico, economico, politico e soprattutto psichico. Il libro che pubblicherò il prossimo autunno, The Third Unconscious, con l’editore inglese Verso, è centrato su questa questione. L’Alzheimer è una metafora, ma è anche un fenomeno sociale senza precedenti: un esercito di vecchi incapaci di autonomia personale si aggira ai bordi di una società che non è in grado di elaborare psicologicamente questa presenza.

Io giravo il mondo e scrivevo di tutto

L’incapacità di fare i conti con la morte, di riconoscere la morte come amica, l’accanimento terapeutico che obbliga le persone a sopravvivere a sè stesse… questi sono i temi che mi interessano, forse perché sono sull’orlo della decrepitezza e considero essenziale l’interruzione consapevole della propria sopravvivenza oltre i limiti della dignità, cioè dell’autonomia. È una questione di cura di sé che non possiamo ignorare.

Quel passaggio sull’Alzheimer si trova nelle ultime sezioni del libro, dove si parla anche di neuroingegneria psichedelica. Anche questo passaggio meriterebbe un approfondimento, ma non voglio tediarti oltre e forse è preferibile che il lettore scopra da sé i tanti rivoli in cui si diffonde questa opera. Piuttosto, ho una curiosità personale, che ha a che fare con un altro momento della tua storia: negli anni Ottanta hai fatto parte della redazione di una grande rivista di musica, Musica 80.  Di che cosa ti occupavi? 

Io non avevo una specifica conoscenza del mondo musicale, in quegli anni che erano gli anni della new wave.  Da ragazzo ho studiato il piano, ma nel ’68, dopo dieci anni di Bach e di Chopin, avevo smesso di ascoltare musica. Ho saltato il decennio dei Rolling Stones, e ho ricominciato dopo il ’77, con Lou Reed e David Bowie. Musica ’80 si occupava di quello che stava accadendo nell’incontro tra evoluzione musicale, movimenti sociali, culture non occidentali, droghe psichedeliche, esperienze estreme. Bolelli era la figura chiave della rivista, e Franco aveva una conoscenza del mondo musicale che io non avevo. Lui stava a Milano e scriveva di musica. Io giravo il mondo e scrivevo di tutto. Nei primi anni ’80 stavo a New York e raccontavo la scena punk, il Lower east side, le droghe. Poi andai in Polonia nell’ottobre del 1980 e scrissi di Solidarność, degli studenti cattolici, di Perski Markt, dove c’era un mercato semi-clandestino di dischi di David Bowie e di John Coltrane.

Ci scrivevano un sacco di belle teste: Franco Bolelli, Dario Fiori, Gianni Sassi, Maurizio Torrealta, Riccardo Bertoncelli. Avevate una redazione fisica? V’incontravate? E com’era lavorare con queste persone? 

Ci incontravamo poco. Ciascuno se ne andava per la sua strada. Andavamo a trovare Bolelli nella sua casa di viale Gioia 63 e parlavamo con lui. Non era più il tempo dei collettivi redazionali che discutevano e vivevano insieme e litigavano e stavano in una soffitta a parlare per notti intere. Era un’epoca in cui ciascuno se ne andava per la sua strada, più o meno felicemente.

E prima, nel ’75, hai fondato la rivista A\Traverso. Ti piaceva lavorare nei giornali? E se sì, qual era la fonte della gioia e del piacere che ne ricavavi?

Non ho mai lavorato nei giornali. Non sono un giornalista e non ho mai pensato di fare un lavoro giornalistico. A/traverso era una rivista, un genere espressivo che è stato centrale nel secolo ventesimo ma forse non esiste più. È la cosa che mi rende la vita più difficile, questa scomparsa della rivista. La rivista non informa, non porta notizie, non dice la verità o la menzogna su questo o su quello. La rivista suggerisce stili di vita, di pensiero. Sperimenta linguaggi che poi entreranno nella vita quotidiana. Non credo che le riviste online, come questa che ci pubblica, siano esattamente la stessa cosa. Non solo perché manca la carta, la materialità del segno grafico su carta. Ma anche perché il pubblico che legge su questo schermo è distratto dallo schermo stesso, dalla tastiera, dal click, dalla navigazione, dal rumore infinito di Internet. 

Perdonami, ho un’altra curiosità. So che per un periodo hai vissuto in Messico. Dove, esattamente? Come ci eri finito? Sbaglio o non ne hai mai scritto? E che cosa hai imparato e scoperto vivendo in Messico?

Ho provato a scrivere del mio primo viaggio in Messico, nell’autunno del 1981, ma non ci riesco, perché occorrerebbero doti che forse non ho. La mia destinazione era a Huautla. Volevo conoscere il fungo della psilocibina, che non avevo mai preso. Mi fermai a Città del Messico dove all’Università Autonoma c’era un seminario di Robert Gordon Wasson, il più grande micologo di tutti i tempi, forse. Poi incontrai un antropologo padovano che si chiamava Paolo. Raggiungemmo Huautla, comprammo venticinque funghi a testa da una signora che parlava zapateco. Prendemmo i funghi in un posto che si chiamava Hotel Kennedy, passammo la notte in un delirio di allegria rumorosa e di scoperte silenziose. Poi ripartimmo e ci accaddero alcune avventure che non posso raccontare qui, perché Mescalito non mi ha ancora dato l’autorizzazione. Forse un giorno ci riuscirò, ma non adesso.

Prendemmo i funghi in un posto che si chiamava Hotel Kennedy, passammo la notte in un delirio di allegria rumorosa e di scoperte silenziose

Poi sono tornato in Messico tante volte negli anni ’80 e di nuovo nel primo decennio del secolo. Oaxaca è la città dove preferisco fermarmi. C’è un alberghetto che si chiama Golondrinas. E’ magnifico, non perdetevi la colazione. Passavo qualche giorno là, poi prendevo un autobus per San Agustinillo, sulla costa pacifica. L’ultima volta che ci sono stato era il 2014, con il mio amico Mitra Azar. Non so se ci tornerò, ma se qualcuno capita a Oaxaca mi scriva se c’è ancora l’hotel Las Golondrinas, e se è ancora quel posto magico che io ricordo.

Qual è stato il tuo primo computer e che rapporto avevi con quella macchina? 

Ho usato per la prima volta un Macintosh negli anni intorno al 1985, ma non era mio. Era quello che avevano comprato i ragazzi che facevano Mongolfiera, una rivista bolognese con la quale collaboravo allora. Poi nel 1989 ho comprato il mio primo Classic, che ho continuato a usare fino al 1995. Ma sai, prima dei computer avevo avuto una Valentine Olivetti rossa, che mi aveva accompagnato nelle latitanze, nei viaggi notturni in treno. La polizia me la sequestrò nei giorni del sequestro Moro, ma gli feci notare che la lettera “m” era difettosa, e i comunicati sarebbero stati piuttosto strani: “abbia o sequestrato l’onorevole  oro”. Comunque non me la restituirono mai, mi piange il cuore pensare che è arrugginita nel sottoscala di un commissariato.

Ho cominciato a scrivere questa intervista seduto su un terrazzo a Bologna, la tua città. Da lì vedevo la distesa ondulata dei coppi, il ritmo zigzagante e garbato con cui i tetti e le case si accostano l’una contro l’altra. Ma è soprattutto camminando per strada o entrando nei bar sotto i portici, vedendo certi studenti e studentesse di vent’anni, che Bologna mi appare come la città che paradossalmente meno corrisponde al ritratto di umanità depressa e psicopatologica che emerge nei tuoi libri. Mi sbaglio? 

E io rispondo alle tue domande seduto su una terrazza che dà sul mare, qui su un’isola bellissima della Dalmazia. Bellissima, dolcissima, silenziosa, settembrinamente malinconica. Non ti sbagli affatto. Anche io provo talvolta la sensazione che le catastrofi che ascolto alla radio e che scrivo nei libri sono fantasiose, esagerate, immaginarie. Per esempio qui, guarda là in fondo, il campanile della chiesa di San Girolamo suona l’ora che precede il tramonto. Sugli scogli neri, qua sotto il tavolo della terrazza, l’onda sussurra e il vento agita le camicie che abbiamo messo ad asciugare. Dove sta la guerra, dove sta lo sfruttamento? Dove sta la depressione di massa, e la demenza nazionalista che quotidianamente annega chi fugge la fame? Dove sta il mondo vero? Non è forse anche questo il mondo vero? E perché non me ne sto qui, in questo mondo vero un po’ malinconico ma dolce? Magari però di questo ne parliamo un’altra volta.

 Stai seguendo le elezioni amministrative a Bologna?

No. Basta. non me ne frega più niente di questa cagata che si chiama democrazia rappresentativa. Intendiamoci, la democrazia può essere una cosa seria, ma non ha quasi niente a che fare con le elezioni. Votiamo, eleggiamo qualcuno poi qualcun altro, pensando che cambi qualcosa, ma è evidente che non cambia niente. Perché i luoghi in cui si decide non c’entrano quasi niente con la rappresentanza. 

Poi va a finire che alle elezioni bolognesi di ottobre voterò per una ragazza di diciannove anni, intelligente, sincera, che propone una città senza razzismo. 

Lo faccio perché è utile dare un segnale, dire che Bologna non è razzista, che la scuola pubblica dovrebbe essere al centro dell’attenzione e così via… 

Non me ne frega più niente di questa cagata che si chiama democrazia rappresentativa

Ma so che sono frottole, so che la politica non è più niente. Un esercizio vuoto, impotente, vagamente ripugnante per la sua ipocrisia. Pensa ai Cinque Stelle, poveri cari, che vennero al mondo per battersi contro il potere finanziario e leccano il culo di Draghi, vennero al mondo per battersi contro la corruzione e sono alleati di Berlusconi. Fanno quello che possono fare, cioè niente, o quasi niente. A livello cittadino, questo è vero, si può fare un poco di più. 

In certi momenti Bologna ha dimostrato che una gestione tollerante e progressista è meglio che avere a che fare con Alemanno o con Cofferati, tanto per dire due porci fascisti.

Che libri hai letto quest’estate?

Almudena Grandes: La figlia ideale, un libro che si svolge in un manicomio nella Spagna franchista degli anni ’50. Negar Djevani: Disorientale. Bellissimo, sulla condizione di profugo, o meglio di profuga. La Persia violentata dall’Occidente, l’eredità spaventosa del colonialismo e dell’aggressione anglo-americana in un paese che avrebbe potuto essere un po’ più felice e invece è stato consegnato all’oscurantismo, perché gli occidentali volevano mettere le mani sul petrolio.

Abigail Dean: Ragazza A. Una famiglia sequestrata da un padre trumpista, tradizionalista, fascista, violento. Una donna che cresce cercando di dimenticare cosa significhi vivere in un mondo dominato dalla follia e dalla frustrazione maschile.

Joyce Carrol Oates: American Martyrs, ancora lo stesso tema: un assassino americano, religioso e tradizionalista. Gli oppiacei diffusi da un sistema sanitario criminale.

Sono quattro donne, non so perché nell’ultimo anno mi è capitato di leggere solo scrittrici. Femmine. Non l’ho deciso, mi è capitato, talvolta mi capita di preferire le femmine. Ah, dimenticavo. Poi ho letto Globangolo fu il viro e accipiglioso di Angelo Pasquini, e lo consiglio a chi comincia un po’ a innervosirsi.