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9 Agosto 2016

"Considerazioni generiche e qualunquiste sul Grande Silenzio Italiano"

Ecce Bombo 2.0

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La gentrificazione italiana si chiama da sempre: conformismo. Mentre i capitalismi microfamigliari stanno cedendo (gli Elkann muovono ad Amsterdam la cassaforte, evitando Londra per via della Brexit; le banche ricapitalizzano, gli stress test sono andati tutt’altro che bene; Vivendi molla l’asset Mediaset che produce solo debiti e tenta la scalata alla proprietà storica berlusconiana), gli italiani si approcciano alle vacanze.

Vanno in vacanza da sempre, gli italiani, da quando si dispercepiscono nuovi – diciamo ad altezza inizio Sessanta e dopo i Sessanta il diluvio. Allora discorrevano, c’era un discorso? No. E oggi? Oggi, no: coltivano sogni e talenti, pensano a fare chef e instagramodel, la professione MUA (make-up artist) è ambita, così come una volta si ambiva a fare la commessa alla Rinascente, ma almeno non c’era il rischio di scambiarsi per artista. Sono tutte e tutti talmente artistici, che, se vai a vivere all’interno del Grande Raccordo Anulare, può capitarti di vincere uno Strega o un David senza accorgertene: e senza che nessuno se ne accorga. Di fatto, l’italiano non sta producendo nulla. Non un libro memorabile, non un film memorabile, non un album memorabile. C’è molto chiacchiericcio, è vero, e ciò che resta della stampa e dei media monta tanto la panna, ma si tratta della Chef: è artificiale, un po’ gessosa e, sgonfiandola, di latte non si trova una molecola.

Per quanto concerne me, il quale è un’altra ossessione tutta italiana e tutta particulare, posso soltanto parlare dalla prospettiva unica di un intellettuale operante in quella enclave che si chiamava Milano e continua a chiamarsi così, anche col suo nuovo skyline provincialotto, con la torre della banca che ricapitalizza a dominare l’orizzonte, la più alta di tutte solo perché ci hanno appiccicato sopra un’antenna che è da guinness. Qui non si gioca a chi ce l’ha più lungo, ma a chi ce l’ha più alto. Da oggi la Lombardia, che nella sanità pubblica si considera un faro, dispone di un assessore, alla suddetta sanità, che è privo di portafoglio. Mentre sta realizzandosi il polo più di avangurdia per quanto concerne la convergenza tra genetica e robotica e nanotecnologie, si spezza il secolare sistema di potere delle università. Le baronie rabbrividiscono, poiché per avere i brividi non serve intenzionalità, ma soltanto un sufficiente sistema nervoso autonomo, coi nuclei ipotalamici che agiscono per riflesso.

Latita la discussione su tutto, ma, lo si sa, viviamo un tempo nemmeno antidialettico, il che già sarebbe qualcosa, bensì adialettico del tutto, con la vaporizzazione di qualunque tesi e di qualunque conato all’antitesi: e taciamo della sintesi.

L’opposizione politica e culturale, in forma di proposta energetica, è affidata a poche anime volonterose e su Web e nel corso di incontri a raffica per il Paese stremato. La produzione intellettuale almanacca due o tre elzeviri, di sapore vagamente reazionario, come reazionario è sempre l’animo dell’uomo retrospettivo; tanto nessuno legge un elzeviro da anni e l’influenza sul popolo bue è ridotta non ai minimi termini, poiché lo zero non è un termine minimo: siamo ben al di sotto dello zero e possiamo comunque scendere ancora. Ci sarà una app a sostituire la Settimana Enigmistica sulle spiagge adriatiche o si ricorrerà all’espediente vintage del vecchio supporto cartaceo? Le matite le fanno ancora con la gomma all’estremità o ci si dovrà recare in cartoleria a comperare l’altro supporto, blu da una parte e rosso mattone dall’altra, per tornare sui propri passi dopo avere sparato una cazzata nel cruciverba? Si divertono storicamente, gli italiani, a rispondere algoritmicamente nelle cellette, agli ordini di Bartezzaghi Padre o chi per esso, indovinando ciò che meno gli interessa nella vita vissuta e più nella morte sospesa della vacanza: la lingua.

Tornano tutti “al banco delle elementari” d’altri tempi, quando a dominare l’aula era una lastra di grafite da esornare col gesso, in una lotta minerale che rimandava a ere geologiche precedenti, mentre oggi la classe è templare per le anime candide delle scuole primarie, tutta volta all’irradiazione della LIM, la lavagna luminosa che ti sbattono in faccia agli open day, quasi fosse il ritrovato definitivo per una transizione digitale degna di Terminator o Robocop. I miei coetanei ci cascano. La LIM è ovviamente connessa, le animule blandule non saranno più tanto candide quando, tra una lezione e l’altra, le maestre connetteranno il device a YouTube, per proiettare J-Ax che canta della Maria o Rovazzi che formula l’imperativo di uscire a comandare.

Questo è il pop italiano, la cultura che tutti ci abbraccia, il fragoroso silenzio delle intenzioni, la passività veracemente aggressiva, il bifido italiano, il macrofago italiano, il celenterato italiano, il tubo digerente italiano: un po’ di arcaismo d’antan, con tutto lo spirito rurale dei nonni e de L’albero degli zoccoli, un po’ di abduzione de Gli Anni di Piombo rifatti chez nous e senza Von Trotta, con tanto di rimozione del corpo dromedario di Aldo Moro e di quella strana batracomiomachia nazionale settantina, un po’ di berlusconismo preberlusconiano a copyright Antonio Ricci e qualche nota di postmodernità, l’eterna analisi della società liquida quando è al di là del gassoso e in effetti del tutto al di là, tanta digitalizzazione nemmeno più di massa ma di supermassa, qualche Pokémon disanimato che spunta dopo vent’anni, le nuove generazioni che inverano ben oltre le aspettative qualunque analisi pasoliniana, lo scazzo di chi non sa cosa siano le soglie di sopravvivenza e pensa che gli abbiano ridotto il futuro a zero, in un ultremo capovolgimento del vibrante motto punk, proprio ora che punk al massimo è un genitore brizzolato e un po’ strano, nel momento preciso in cui non esiste più la stranezza.

Tanto c’è sempre un giro di valzer ulteriore, c’è sempre una terrazza, sempre un qualunquismo da cavalcare, sempre un professorone da disprezzare, tutti uniti nella buona e nella cattiva sorte in un rito linguistico inventato da uno dei massimi geni che l’umanità abbia partorito (si chiama Dante Alighieri e ovviamente non è da googlare, lo sanno tutti chi è, LIM o non LIM te lo hanno inculcato con una superficialità assassina di tutto e di tutti). La magistralità è fottuta sotto questo cielo. Manca loro, ai coetanei e agli uguali, un emittente unico, a cui prostrarsi o da contestare.

La fine della Guerra Fredda data a oggi per l’italiano medio e mediocre, a meno che non viva nelle periferie l’italiano è mediocre, quando vive nella periferia genera le storie, lo storytelling è salvo e la narrazione può andare avanti, pasoliniana, testoriana, un nuovo Alain Delon lo si troverà, spruzzato di Garko, nel casting 2.0, guardando agli youtuber e a questi mascellari di nuova specie, invariabilmente light come il Philadelphia Light, lisci, paramericani, neanche accigliati, che ti tirano un pugno all’improvviso per strada se guardi troppo le (o gli) loro infradito Goodyear, invariabilmente anonimi in quanto affetti da un parkinsonismo facciale che li costringe all’amimismo e all’anemotività e al bivio neppure più destinale tra l’ormonalità spinta e un’asessualità bianchissima, come quella della carne dei cavedani quando li fai lessi, ammesso che tu li abbia pescati, i cavedani: perché essi sfuggono, esattamente come gli aspirituali light che popolano l’ex fascia borghese della popolazione nazionale, imbastardita dal lumpen e annichilita da Mario Monti e, prima, da Giuliano Amato e, prima, da Giulio Andreotti che dava a Berlinguer la colpa della sua austerity, e così via, risalendo, fino agli etterni feudatari che vessavano i servi della gleba nello splendore dei campi di grano dell’ubiqua Toscana che è l’Italia preunitaria, etternamente divisa in “staterelli”, con i duchi di Parma che mediano sempre tra Papa e Franzosi o chi scenda dall’alto diretto alla città altrettanto etterna per conquistarla, venendone conquistato.

 

E, se dici così e queste cose, stai già arbasineggiando, ma nel senso di una emulazione fallita, assai meno colta e raffinata: per ogni umanismo qui c’è un canone da scontare, eretto etternamente all’interno del Grande Raccordo Anulare, laddove si memizza: il silenzio è “assordante”, il superlativo per due settimane è “super”, “il tema è questo”, l’aggettivo del momento è “pazzesco”: tanto chi se la incula più la lingua? Chi se lo incula più il discorso? Che prosa violenta è questa? Come indigna! E così se ne vanno, sentendosi lodare, le formiche italiane, nella sempiterna estate del 1980 quando esplose la stazione bolognese mentre erano tutti in coda sull’autostrada del Sole, che è sempre quello dell’avvenire, come del resto è sempre a venire Baffone.

Questa vischiosa antropologia non è sanabile? Sarà sanata? Questo scetticismo è massa antimassa, come preconizzava sempiternamente inascoltato Gramsci? A quale canone appartiene Gramsci? Chi se lo incula più Gramsci?
Ve lo meritate, Alberto Sordi: sempre, per sempre.


Immagine di copertina: ph. Toni Cuenca da Unsplash

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