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17 Dicembre 2019

Di cosa parliamo quando parliamo di eco-femminismo?

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Di cosa parliamo quando parliamo di eco-femminismo? Etimologicamente si potrebbe pensare all’intersezione di ecologismo e femminismo, il che non sarebbe completamente errato. Non si tratta però solo di questo. Dipende infatti da cosa si intende con ecologismo e con femminismo e quali sono le agende politiche di riferimento.

La complessità nel definire l’eco-femminismo non deriva solo dal fatto che il femminismo non è riconducibile a una singola definizione, essendo più propriamente una categoria che raccoglie in sé una molteplicità di femminismi, ma dal riconoscimento che l’eco-femminismo stesso è a sua volta il contenitore di ramificazioni tematiche che vanno dal rapporto vero e proprio tra donne e terra, in senso tanto di agenda politica ambientale (movimenti ecologisti) quanto di relazione simbolica (il discorso sulla madre-terra e lo sfruttamento del corpo), il rapporto tra patriarcato e donne visto attraverso il prisma di quello tra umani e animali non-umani, il rapporto tra corpo e veganismo, tra capitalismo e sfruttamento dei corpi femminili, e via dicendo.

Sebbene il dibattito sull’emergenza climatica abbia raggiunto le prime pagine dei giornali una riflessione sull’importanza di uno sguardo eco-femminista sembra ancora mancare nella riflessione politica e culturale italiana

Sebbene le politiche ambientali e il dibattito sull’emergenza climatica, complici i grandi movimenti di massa guidati – curiosamente? – da donne, abbiano raggiunto le prime pagine dei giornali nell’ultimo anno, una riflessione sul valore e l’importanza di uno sguardo eco-femminista sembra ancora mancare nella riflessione politica e culturale italiana più mainstream. Eppure, se ci si allontana da questo contesto e si rivolge lo sguardo al mondo della letteratura, dove spesso i dibattiti etici indossano i panni di una storia distopica, surreale, weird, di una fiaba, o semplicemente quelli del monologo o un dialogo di un personaggio di finzione, ci si renderà conto che l’eco-femminismo in realtà ha già fatto la sua apparizione.

Che la letteratura, in modo tutto suo, riesca a catturare i sintomi di un pensiero o di uno stato prima che questo trovi forma nel dibattito intra o extra-accademico, è comprovato da numerosi esempi nella storia. Se si tratti di potere oracolare della letteratura o predisposizione dello scrittore o della scrittrice a lasciarsi attraversare dai sussulti del tempo e a dargli forma prima che esplodano nel pubblico dominio è una domanda futile, quel che conta è che questi elementi trovino il modo di penetrare il nostro immaginario. Perché solo esercitando l’immaginazione e con questa l’empatia credo sia è possibile una certa forma di responsabilità sociale verso noi stessi e il futuro.

Se i romanzi eco-femministi hanno iniziato ad apparire negli Stati Uniti a partire dagli anni ‘70 in Italia non sembrano esserci grandi tracce di questo pensiero

Consapevoli del potere per certi versi anticipatorio della letteratura e a fronte del centralizzarsi del dibattito sull’emergenza climatica, nel mettere assieme il programma per la terza edizione di FILL (Festival of Italian Literature in London), volendo affrontare questioni contemporanee da prospettive più diagonali e intersezionali, ci siamo chiesti come il discorso sull’ambiente si incrociasse con quello femminista e come questo incontro si manifestasse in letteratura.

Se i romanzi eco-femministi hanno iniziato ad apparire negli Stati Uniti a partire dagli anni ‘70 (si pensi ad esempio a The Wonderground di Sally Gearhart o Surfacing di Margaret Atwood) e il dibattito critico si è intensificato tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio degli anni zero (del 1990 è The sexual politics of meat di Carol J. Adams), in Italia non sembrano esserci grandi tracce di questo pensiero. (D’altra parte – visto da fuori – anche il dibattito sull’emergenza climatica sembra essere arrivato in ritardo in Italia).

Sembrano, perché in realtà alcuni testi ci sono, sebbene non vengano manifestamente ricondotti all’eco-femminismo. Si pensi a L’iguana di Anna Maria Ortese, che molti non considereranno un testo eco-femminista, ma che a guardar bene manifesta già alcuni elementi riconducibili a questo pensiero, come l’associazione tra donna e animale e il loro decentramento in un sistema patriarcale.

C’è il taccuino d’appunti In territorio selvaggio (Nottetempo, 2018) dove Laura Pugno, ragionando sul termine “selvaggio”, arriva a riflettere su letteratura, lettura, libertà, collettività, corpo e poesia. C’è il suo romanzo Sirene, pubblicato originariamente da Einaudi nel 2007 e riportato in libreria da Marsilio dieci anni più tardi, scelto proprio per l’incontro a FILL.

Tra le pubblicazioni di Nottetempo si trova anche Che fanno le renne dopo Natale? di Olivia Rosenthal (ed. Orig. 2010, Nottetempo, 2012, trad. Cinzia Poli), seconda ospite dell’evento “Untameable creatures” a FILL, il cui romanzo è stato pubblicato in UK solo quest’anno.

Il testo di Rosenthal, a sua volta, sembra essere una risposta al famoso saggio di John Berger Perché guardiamo gli animali? (ed. Orig. 1980, da il Saggiatore, 2016, trad. Maria Nadotti) che non a caso è preso come riferimento nell’antologia critica sull’eco-femminismo Ecofeminism: Feminist Intersections with Other Animals and the Earth curata proprio da Carol J. Adams e Lori Gruen nel 2014 per Bloomsbury.

Insomma, non ci addentreremo in ulteriori esempi, basti però notare che per quanto non si parli apertamente e consapevolmente di eco-femminismo, nelle nostre librerie si trovano da almeno un decennio romanzi che affrontano queste tematiche. E questa mi sembra una ragione più che sufficiente per dimostrare l’importanza della letteratura e della narrativa in una società che sembra sempre più spesso relegarla nella categoria del puro ed inutile intrattenimento.

Pugno e Rosenthal

Sirene (2007) è un romanzo ambientato in un futuro imprecisato dove, a causa di un cancro nero che si sviluppa a contatto con la luce solare, gli uomini si sono ritirati a vivere in dei rifugi costruiti sotto l’oceano. In uno di questi vengono allevate le sirene, esseri feroci e bellissimi, che una volta raggiunta la maturità sono destinati ai bordelli per la soddisfazione dei desideri sessuali o ai ristoranti a soddisfare quelli gastronomici. La storia principale gira attorno a Samuel, guardiano delle vasche da monta, che accoppiatosi ad una sirena pur rischiando di venirne ucciso, dà vita a una sirenetta mezzo-umana a cui si legherà con conseguenze disastrose.

ph. Giulia Delprato

Sirene è allo stesso tempo un romanzo distopico e una rilettura del mito della sirena, un manga letterario e una fiaba nera.

Che fanno le renne dopo Natale? (2012, Nottetempo, trad. Cinzia Poli), uscito nel 2019 in Inghilterra, è invece un romanzo di idee dalla struttura sperimentale.

Rosenthal, come Pugno, semina i germi di una riflessione eco-femminista di matrice animalista

Rosenthal racconta la storia di affrancamento ed emancipazione di un innominato personaggio femminile dall’infanzia all’età adulta, allineando le varie tappe di educazione e scoperta personale alle testimonianze di un coro di personaggi che include veterinari, guardiani di zoo, macellai, zoologi, allevatori. Grazie all’uso di una seconda persona plurale che universalizza l’esperienza della donna e il parallelismo tra la sua condizione di prigionia, in costante tensione tra desiderio di rottura e conformismo, tra istinti selvaggi e abbandono all’addomesticamento, Rosenthal dà forma a una riflessione che nutrendosi della metafora animale espone tanto la condizione di sottomissione femminile in una società ancora profondamente patriarcale, quanto la difficoltà più generale di affrancarsi e opporsi all’imprinting sociale.

ph. Giulia Delprato

Senza forzare il paragone tra la donna e il carosello di animali che appaiono nel racconto – di volta in volta domati, annoiati, liberati, feriti, anestetizzati, sacrificati, mangiati, ingabbiati – ma semplicemente allineando le narrazioni e lasciando che sia il lettore, in base alla sua esperienza e sensibilità, a colmare lo spazio che le separa, Rosenthal, come Pugno, semina i germi di una riflessione eco-femminista di matrice animalista che risulta a tutti gli effetti l’incarnazione narrativa in prospettiva femminista di un saggio di John Berger.

Berger

In Perché guardiamo gli animali? Berger traccia con insolita lucidità le tappe che hanno portato nel tempo e in particolare tra il diciannovesimo e ventesimo secolo al ridefinirsi dei rapporti tra uomini e animali, ovvero da una situazione di sguardo reciproco, incompreso ma condiviso, a una dove lo sguardo è univoco e dominante.

Berger : “Il modo in cui una donna appare a un uomo può determinare come sarà trattata. Per acquisire controllo su questo processo, le donne devono contenerlo e interiorizzarlo”

Nel delineare questo percorso, Berger rintraccia nella teoria cartesiana della divisione tra res cogitans (mente) e res extensa (corpo e dunque macchina) e nello svilupparsi del capitalismo i momenti chiave di rottura di quella tradizione che vedeva uomini e animali condividere lo stesso spazio quotidiano, l’imporsi dell’asservimento (e sfruttamento) dei corpi degli animali e la loro marginalizzazione culturale.

In questo processo, nota Berger, gli animali sono diventati elementi della nostra conoscenza in continua espansione. Tutto quel che sappiamo di loro diventa indice del nostro potere e del grado di separazione tra noi e loro. Quanto più li possediamo e conosciamo, tanto più grande si fa la distanza e la possibilità di sfruttamento. Quello sguardo reciproco che marcava la nostra relazione con loro alle origini della società e che ha contribuito al suo sviluppo è svanito, distrutto irrimediabilmente.

Cosa c’entra questo saggio con un discorso sull’eco-femminismo? È lo stesso Berger a offrire la soluzione: “Nascere donna significa nascere all’interno di uno spazio assegnato e confinato custodito dall’uomo […] il modo in cui una donna appare a un uomo può determinare come sarà trattata. Per acquisire controllo su questo processo, le donne devono contenerlo e interiorizzarlo” (Berger, Ways of seeing, 1972).

L’uomo, dice Berger, guarda la donna e la donna guarda se stessa essere guardata dall’uomo: la distanza che intercorre tra un discorso sullo sguardo tra uomini e donne e il loro posizionarsi sociale e quello sulla relazione tra umani e animali non-umani non è in fondo poi così grande. Anzi, questa distanza nei romanzi di Pugno e Rosenthal si annulla proprio.

Benché si potrà obiettare che esistono una pletora di teoriche che hanno scritto dettagliatamente di eco-femminismo, usare Berger come lente per guardare ai romanzi di Pugno e Rosenthal ha un duplice vantaggio. Da un lato permette a noi lettori di esercitare il metodo di lettura contrappuntistica usato da Rosenthal nel suo romanzo, dall’altro, offrendo una riflessione sullo sguardo per esporre le relazioni sociali, rinforza l’importanza della metafora come strumento di critica.

Contrappunto e metafora

Cosa ci raccontano oggi Rosenthal e Pugno attraverso storie con creature zoomorfe, bambine e lupi selvaggi? Che cosa simboleggiano le vasche per la riproduzione delle sirene, i ristoranti in cui si mangia sashimi di sirena, le gabbie nello zoo e la stanza che non si può chiudere a chiave nella casa dei genitori, il circo e la macelleria? Cosa ci dicono le varie forme di riproduzione animali, l’uluare dei lupi, i tentativi di fuga dalle gabbie quando vengono narrati accanto alla storia di un matrimonio che fallisce e la scoperta di un istinto omosessuale?

Il valore che il pensiero eco-femminista ha per i dibattiti sociali è immenso, perché parla di un processo universale di dominio sui (s)oggetti marginalizzati, come i migranti o le classi subalterne

Contrappunto e metafora dilatano e agevolano lo sguardo sulle complessità del mondo, sulle relazioni tra generi, tra le specie e con l’ambiente. Sono gli strumenti che ci permettono di comprendere che il silenzio di una bambina che cresce a volte è resiliente e a volte è sintomo di una privazione di agency.

Sintetizzano la difficoltà di articolare un discorso sulla tensione tra spirito comunitario e bisogno di individualità che non si risolva ma rimanga aperto sulla possibilità della loro mutua coesistenza. Forzano, a costo di traumatizzare, a vedere la correlazione tra corpi e carne da una distanza ravvicinata. Trasformano gli sguardi in coltelli da macellaio, l’agency negata in violenza che sbrana, l’educazione in addomesticamento. Permettono di guardare a quel percorso che porta al riconoscimento dei propri desideri una delle più importanti forme di lotta e liberazione liberazione dallo stato di asservimento a cui gli sguardi dominanti condannano quelli dominati.

ph. Giulia Delprato

Il valore che il pensiero eco-femminista e questi romanzi hanno per i dibattiti sociali più diversi è immenso, perché nel descrivere quel processo circolare di oggettificazione, frammentazione e consumo a danno dei non-umani e delle donne, di fatto parlano di un processo universale di dominio sui (s)oggetti marginalizzati, come i migranti o le classi subalterne.

Ecco quindi che a FILL siamo partiti da due romanzi di oltre dieci anni fa per trovarci a parlare di femminismo, capitalismo e dominazione, sfruttamento e mercificazione.

L’immagine di copertina è stata pensata appositamente per l’articolo di Giovanna Zoboli e Paolo Canton da Elisabetta Bianchi – https://bianchielisabetta.com/

Dall’osservazione del mondo abbiamo tracciato delle linee tematiche che ci hanno permesso di affondare le mani nella storia letteraria italiana e francese per trarne due romanzi che ci permettessero di allargare lo sguardo sulla realtà che ci circonda.
Come in questo articolo, siamo partiti da una domanda – che cos’è l’eco-femminismo? – e ci siamo ritrovati in mezzo al mondo.

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