Insieme sfruttati e sfruttatori, per riparare il mondo dell’editoria dobbiamo partire dalle tariffe

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C’è una categoria che sta più inguaiata di quella dei giornalisti? (Giù le pistole, parliamo pur sempre di professioni intellettuali nel primo mondo, lo so anch’io che non siamo paragonabili ai bambini congolesi schiavi nelle miniere, ma appunto).

Così a occhio, direi i cugini dell’editoria libraria. Editor, correttori di bozze, traduttori: anche loro colpiti da una doppia crisi, diventata ormai endemica. Da un lato la situazione generale, da 30 anni in qua: la precarizzazione, lo smantellamento del welfare e delle strutture aziendali, la creazione di un metodo basato su rapporti di lavoro liquidi, in cui l’autonomia è una condizione subìta, non scelta, e le relazioni sono sempre sbilanciate.

Dall’altro, lo specifico editoriale: un mondo traballante, che da sempre si regge su passione e dedizione più che sulle intenzioni di profitto – bella cosa, per carità, ma che spesso pone gli editori, medi e piccoli in particolare, nella doppia posizione di sfruttati e sfruttatori, innanzitutto di sé stessi.

Lo specifico editoriale: un mondo traballante, che da sempre si regge su passione e dedizione più che sulle intenzioni di profitto

Nell’ambito di Acta, associazione di freelance che in generale si occupa di questi temi da quindici anni, è nata da circa un anno Redacta, sezione specificamente dedicata all’editoria. Che proprio in questi giorni ha lanciato il suo sito autonomo, dove ha pubblicato il “Manifesto redactiano”.

Rimandiamo quindi a questi link per farsi un’idea dei contenuti e delle intenzioni, mentre qui approfondiamo alcuni aspetti con Mattia Cavani, membro di Redacta e del Consiglio direttivo di Acta.

A partire proprio dalla necessità di costituire una sezione a sé. “La specificità editoriale – dice Cavani, che è ovviamente editor, ovviamente freelance – a un certo punto ha reso impossibile fare un discorso valido per tutte le professionalità di cui si occupa Acta, soprattutto riguardo alla dinamica che regola i compensi. Tropo diverse le situazioni per informatici, consulenti e tutti gli altri. Ci siamo resi conto che era necessaria un’azione specifica”.

Così dall’aprile 2019 si è iniziato a costituire un gruppo di lavoro, seguito da interviste e raccolta dati, che a ottobre ha portato alla presentazione dei primi risultati. La direzione presa è stata subito verso la ricerca di un compenso equo.

Fa impressione se uno ci pensa, ma per certi versi siamo tornati così indietro in certi settori che diritti fondamentali e tutele come quelle del congedo parentale, del riposo, dell’assistenza sanitaria, della previdenza, degli stessi tempi di pagamento, appaiono come secondari e d’avanguardia rispetto al problema fondamentale: qual è la paga? E la risposta è tristemente nota: bassa, troppo bassa, talmente bassa che non basta, e a volte si è costretti a integrare con altri lavoretti, o ad abbandonare il campo tout court. “Perciò”, spiega Cavani, “abbiamo iniziato a raccogliere dati sulle tariffe praticate dai vari editori. Considerando che il nostro è un settore in cui si fa fatica a parlare di soldi, anche tra amici, la quantità di partecipazione e informazioni che ci è arrivata è incredibile”.

Il terreno di compensi e tariffe è accidentato anche da un punto di vista giuridico e legale: innanzitutto, i dati raccolti non possono essere pubblicati “facendo i nomi”. Non solo è rischioso dire quanto paga l’editore X, ma anche dire che l’editore Y fa i bonifici a 90 giorni, con ciò violando la legge.

Il terreno di compensi e tariffe è accidentato anche da un punto di vista giuridico e legale

Quindi, Redacta ha proceduto così: da un lato i dati crudi non vengono diffusi all’esterno ma sono a disposizione dei soci, quindi di chi entra in Acta; dall’altro sono stati usati per quello che è il primo atto concreto, molto significativo: elaborare un metodo per capire, “calcolatrice alla mano e una volta per tutte”, quanto è giusto farsi pagare per ogni lavoro. Molto interessante, perché da una parte ci sono i compensi usuali, dedotti da una media (il calcolo è fatto con la mediana, per la verità) tra gli editori; dall’altra parte una costruzione sensata di quella che potrebbe essere una tariffa: i due risultati, come si può immaginare, divergono in maniera notevole.

Potrebbe essere una tariffa, ho scritto, e non a caso: ecco infatti il secondo intoppo giuridico. In base alla normativa antitrust europea, i lavoratori autonomi non possono stabilire tariffe minime di comune accordo nei confronti dei committenti, altrimenti è come se facessero un cartello ai danno dei clienti.

Un assurdo: “In sostanza”, commenta Cavani, “siamo equiparati a Pepsi e Coca Cola che fanno un accordo per aumentare i prezzi, senza tenere conto che rispetto al rapporto grande azienda/consumatore, nella relazione editor freelance/editore i rapporti di forza sono completamente rovesciati”.

E gli editori, come si pongono? Dice Cavani che scambi con associazioni di categoria ci sono stati, ma in generale sembra che l’editoria voglia affrontare il nuovo momento di crisi con strumenti non dissimili da quelli utilizzati nel post 2008, che ha portato a una contrazione del mercato del 25%: è da poco in vigore la nuova legge sul libro, il cui punto centrale è ancora relativo ai limiti sugli sconti. “E poi, stiamo già iniziando a vedere pratiche mortificanti come la richiesta di uno ‘sconto Covid’, cioè l’abbassamento unilaterale dei compensi”.

Quali sono le proposte e le azioni di Redacta? In sintesi: “Limitazione degli stage a 3 mesi; obbligo di pagarli (quel minimo previsto dalla legge, che a stento è un rimborso spese); obbligo di comunicarli tutti (adesso quelli che arrivano da enti non entrano nel radar); compensi dignitosi; visibilità per i professionisti (spesso chi ci lavora non viene nominato nel libro, il che non è solo un danno d’immagine ma rende più facile mantenere invisibili certe professionalità); coinvolgimento dei master in editoria (quello dei compensi dignitosi è un tema poco trattato nelle scuole, quando non addirittura trattato in maniera autolesionista, nel senso che vendono indicate tariffe ancora più basse); applicazione dello Statuto del lavoro autonomo”.

Ecco, lo Statuto del lavoro autonomo, per esempio, prevede che i pagamenti avvengano a 60 giorni in caso di accordo scritto, a 30 senza contratto (che è la norma, in questo mondo informale e ipocritamente “siamo tutti amici”): ora, alzi la mano chi ha mai visto un bonifico prima di tre mesi. “Stiamo provando”, racconta Cavani, “a percorrere una strada legale, cercando di far emergere un caso singolo che però può creare un precedente, diventare un simbolo.

Come quello di Afrodite K, diventata paladina dei diritti dei professionisti malati: è stata anche la sua storia a mettere in moto il percorso che avrebbe portato allo Statuto. Ecco, nel nostro caso non si tratterebbe di scrivere una legge da zero, ma semplicemente di applicarla”.

Naturalmente la pandemia non ha fatto che complicare la situazione, ma il lavoro di Redacta prosegue. Con uno sportello mensile con funzione di consulenza e aiuto; con il costante monitoraggio delle tariffe nella sezione Osservatorio. E con una paradossale speranza: che l’estensione dello smart working causa lockdown possa costituire un passo in avanti per tutti. “Il problema storico di noi freelance”, spiega Mattia Cavani, “è quello che lavoriamo dove capita, e così uno che volesse in qualche maniera riunirci, non saprebbe dove andarci a pescare, non è che si mette ai cancelli di Mirafiori a fare volantinaggio come una volta con gli operai. Ora però, che non solo temporaneamente ma in maniera sempre più stabile in smart working ci vanno anche i dipendenti, potrebbe essere l’occasione per elaborare metodi adatti a tutti, e diversi dalle vecchie pratiche sindacali. Chi sa che non ne venga fuori qualcosa di buono”.

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