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3 Agosto 2017

Consigli in forma di cultura

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Qualche giorno fa, alla rivista per cui lavoro, ci si è trovati a scrivere in una decina di autori un solo articolo, una raccolta di letture per l’estate da consigliare ai lettori. Lo hanno fatto tante altre riviste, non è certo un’operazione rara, eppure mi sono trovato a riflettere piuttosto seriamente su quanto importanti siano i consigli che diamo. Intendo dire tutti i consigli. In generale tutto ciò che ci troviamo a consigliare a chi ci sta intorno ogni giorno, anche indirettamente, magari semplicemente parlando delle cose che ci piacciono.

Parliamo ai nostri amici e conoscenti di serie TV, libri, sport da seguire, posti da frequentare o da visitare. Ma questi consigli spesso vengono da altri consigli, in una specie di loop infinito dove all’origine, se ci si arriva, c’è una pentola piena di monete d’oro e un libricino con la soluzione sul come nascono i trend culturali e i gusti delle persone.

Nel consigliare, e prima ancora di farlo, nello scegliere ciò che ci piace, non esiste una sincerità “pura” a fare da garante alle scelte che prendiamo, nemmeno se quelle scelte riguardano solo noi stessi e non ci esporranno al giudizio collettivo. Sarà sempre e comunque il contesto a determinare le nostre scelte.

In parte, certo, è giusto così: il registro linguistico che utilizziamo, per esempio, è una scelta che deve essere compatibile con il contesto in cui ci troviamo. Se siamo a cena dai nonni, aprire un discorso sul fumetto giapponese sarà inappropriato, non porterà a nulla che non sia un empasse del discorso. Molto più consono, invece, sarà parlare di film western – parlo dei miei, di nonni, ma ci siamo capiti.

Ed ecco qui il primo problema: in che misura dovremmo essere consoni, appropriati e lungimiranti rispetto agli effetti che avranno le nostre scelte?

Tutte le nostre scelte, non solo quelle linguistiche. Da un lato essere opportuni è essenziale per la vita sociale e per aumentare le probabilità del nostro benessere in società, dall’altro il rischio è che si interpreti una parte, un ruolo, in modo troppo ferreo.

Le famose maschere che indossiamo per presentarci al nostro prossimo, saranno anche obbligatorie (il detto è che, a volersene liberare si scoprirebbe che sotto, proprio come a sfoltire una cipolla, non rimarrebbe nulla) eppure delle piccole forzature, a volte, potremmo permettercele.

Io posso essere Enrico-per gli amici, Enrico-per la mia famiglia, Enrico-per uno sconosciuto incontrato per caso, Enrico-a Bologna o Enrico-a Cagliari, tutti “modi di essere” già rodati, fatti di frasi fatte e comportamenti diventati negli anni comodi, ma se mi sforzassi di fare un po’ di leva su ogni contesto invece che di adagiarmi sugli allori dell’appartenervi, probabilmente manterrei un equilibrio più stabile tra le varie maschere indossate. Sarei, di fatto, più sincero.

Ci si chiede spesso da dove nascano i trend, i gusti delle masse e quelli delle nicchie, per esempio: da dove nasce un canone estetico?

Qualcuno, poco tempo fa, scriveva che sicuramente un canone estetico non è votato a maggioranza. Ed è vero. Proprio come è vero quello che dice l’ormai celebre Roberto Burioni, che “la scienza non è democratica”. Ecco, ok, tutto vero, ma l’idea che ne viene fuori è tanto semplice quanto destabilizzante: le nicchie sono molto importanti. O meglio, i “gruppi di influenza” sono importanti, importantissimi.

A scrivere quei consigli di lettura per l’estate tra redattori, ci rendevamo davvero conto di quanto sia importante dare consigli? Anche se si trattava di un articolo solo, avevamo in mente quanto sia importante consigliare, dire delle cose che andrebbero preferite? I modi in cui circolano le informazioni sono la sostanza stessa della cultura – soprattutto nell’era dello strapotere della rete, ma anche in passato si descriveva la cultura con la metafora deleuziana del rizoma.

I consigli di lettura che sono venuti fuori da quel pezzo collettivo mi piacciono. Saranno frutto di consigli sinceri? O qualche titolo è lì per permettere a quel redattore di auto-posizionarsi come lettore esperto e affidabile su un certo ambito? E se anche fosse così, chi dice che quei titoli non siano esattamente quello che il lettore si aspetta da quel giornalista? Anche qui rischia di formarsi un loop e la soluzione non c’è nemmeno a rincorrere il “lettore modello” – magari neanche a sfogliare di nuovo Lector in fabula.

Non saprò mai se i consigli degli altri sono stati sinceri tanto da forzare un po’ la maschera sociale di chi li ha scritti. So con certezza però che i miei non lo erano. E che sono corso ai ripari appena prima che il pezzo fosse pubblicato.

Inizialmente volevo consigliare quattro letture che rispettassero dei canoni di lettura “estivi”. Alta fruibilità della scrittura, leggerezza del volume e facile accessibilità al prodotto, quindi basso prezzo.

Ho buttato giù una prima lista e c’era dentro La stanza di Therese, bel romanzo che ho letto e riletto quest’ultimo periodo, scritto da Francesco D’Isa, il mio direttore. Senza nemmeno pensarci troppo ho rifatto la lista, ripescando altri titoli e confrontandoli con quelli della prima lista (tenete presente che sono un fissato con le liste a un livello tale che ho dei grossi fogli di carta trasparente su cui compongo liste e “classifiche” attribuendo a ogni elemento dei coefficienti il più razionali possibile).

Niente, continuava a sembrarmi una lettura più consona quella del romanzo del direttore. Il libro costa poco, è interessante, c’è la versione ebook, scorre veloce ed è breve. Poi, alla terza volta che rifacevo la lista nonostante ne fossi soddisfatto, mi son fermato e mi son reso conto di stare facendo di tutto per non sembrare uno che consiglia il libro del proprio direttore.

Ha senso, no? Con tutte le letture che ci sono, consigliare quella del proprio direttore è una cosa servile. Sbagliato. Stavo facendo esattamente quello che non volevo che gli altri facessero: una lista non sincera, che spiegasse a chi l’avrebbe letta come io sia uno dalle scelte disinteressate, integerrime e dalla schiena dritta. Ho riaperto il file collettivo dei consigli di lettura e ho incollato la lista che comprendeva il romanzo del direttore. Stava succedendo che scrivessi senza onestà, e quasi senza che me ne accorgessi.

Nei minuti successivi, continuando a riflettere sul modo migliore per scrivere dei consigli, mi si è formata tra le mani un’altra lista. Sfogliando tra siti preferiti, riviste, liste di acquisti su Amazon e così via si è scritta quasi da sé una lista di “autori da leggere”.

Se penso a come organizzo le mie letture, so che è innanzitutto a una questione di fiducia. Mi fido di chi mi è già piaciuto più che di una firma che non conosco, si tratta di quello stesso meccanismo potenzialmente dannoso del “fare economia” con la mente, ma pensandoci bene mi pare non ci sia altra via e se dovesse capitare una “lista di autori” sarà ciò che proporrò in redazione.

Perché se penso a cosa leggo con più piacere (e con più “fiducia” nel fatto che ciò che sto leggendo mi piacerà), non mi vengono in mente testate giornalistiche, nomi di riviste, case editrici o altri contenitori, penso invece a una lista di firme che mi hanno convinto. È una delle conseguenze dell’instabilità del sistema giornalistico sopraggiunta con l’affermazione dell’offerta online: i contenitori – riviste, quotidiani, eccetera -, col web e col freelancing, non sono più dei contenitori solidi, a tenuta stagna.

Una stessa firma posso trovarla su un quotidiano nazionale o su una rivista di nicchia, su un mensile preso in edicola o su un blog. Ed è da questa “esplosione” del numero dei punti da cui può arrivare un contenuto di qualità che deriva il caos di questo mestiere dello “scrivere in giro”.

I blog andrebbero anche bene, se non fosse che per fare un lavoro professionalmente serve anche una paga che permetta di concentrare le proprie energie e il proprio tempo.

A proposito, il fallimento di un esperimento come quello di un social per la scrittura come Medium viene sicuramente dal non pagare chi scrive, ma la possibilità di poter seguire chi si vuole prescindendo dalla nomea di testate, case editrici o riviste, rimane una delle formule imprescindibili di questo tempo per questo strano mondo semi-lavorativo. Insomma, da una parte si è creato il caos e si è diffuso l’uso di far scrivere – spesso in modo mal retribuito – molti da molte parti, dall’altra si è aperto a dei modi nuovi di meritocrazia – delle “possibilità di consigli” più puntuali.

PS: Poco fa dicevo della lista di autori che mi si è scritta quasi da sola, eccola qui come appendice per chi è curioso. Unica discriminante: è una lista di “articolisti e saggisti che si occupano di società”. Mi rendo conto che sia una definizione porosa e imprecisa, ma non ne trovo una migliore – è colpa di quel caos del mestiere dello scrivere di cui parlavo prima, e di cui vi sarà sicuramente capitato di leggere anche qui su questa testata.

Ecco la lista: Alessandro Lolli è una penna polemica. Interessante negli argomenti, soprattutto se si tratta di ruolo dell’élite culturale, femminismo o arrembaggi ideologici in chiave critica. Da seguire soprattutto per la fermezza che si auto-impone nel trattamento dei temi.

Raffaele Alberto Ventura, che ha un certo seguito col suo blog (e pagina facebook) Eschaton, è sia un lucido osservatore politico che un analista del mondo delle nicchie utopiche, comunità di memer e così via. Ottimo da leggere perché oltre ai temi trattati e a una qualità della scrittura indiscutibile, si porta dietro una stramba comunità di lettori: reazionari, liberali assolutisti e così via.

Erik Boni non scrive spesso, ma in questa lista di consigli ragionati devo includerlo senza dubbio: altissima capacità di analisi, precisione nella ricerca che precede la scrittura e onestà nel non mescolare mai, passatemi la semplificazione, “fatti” con posizioni politiche personali che sono, non a caso, esplicitate e messe in chiaro molto spesso.

Francesco Pacifico è uno scrittore che in teoria, se dovessi scrivere questa lista per quelli con una bolla di filtraggio simile alla mia, non dovrei includere perché dovrei darlo per scontato. Ma ci sono moltissimi autori che si occupano di società contemporanea e che dovrei dare per scontati, eppure Pacifico lo consiglierei a uno sconosciuto più di altri. Perché?

Sebbene di ottimi scrittori bravi ce ne siano tanti, Pacifico è, credo, quello che racconta meglio le istanze di un certo mondo medioborghese, in alcuni casi anche altoborghese, che oggi è protagonista di alcuni scenari politici interessanti. Pacifico ha questa cosa quando scrive, che è ambizioso (nei temi e nella scrittura per come la organizza) ma rimane pragmatico: parla di soldi e di ruoli sociali con un taglio quasi da inchiesta.

Quasi finita la lista: Gianluca Didino non ha una voce riconoscibile come i nomi sopra, ma è per questo che lo metto in questa lista, bravissimo nella scrittura, nella chiarezza e nell’originalità dei contenuti, scrive di letteratura e di temi sempre molto specifici, ma essendo sempre capace di creare un sottotesto con una visione disincantata della società contemporanea.

Certo che di nomi se ne potrebbero aggiungere molti altri, ma è la finitezza delle liste a determinarne l’utilità: fare ordine tra le idee e le preferenze per scongiurare la possibilità che il nostro gusto segua semplicemente la scia del “ciò di cui si parla”. Fare scelte, soprattutto se si tratta di dire agli altri, di consigliare, è incredibilmente complesso.

Non solo per chi è cerebrale, perennemente indeciso o perfezionista, ma per chiunque abbia voglia di imbracciare il masochismo necessario a provare a far prendere ai propri interessi un andazzo insieme razionale e lungimirante. Uno molto intelligente, semplificando, diceva “go classic not bestseller”. Fosse così semplice.


Immagine di copertina: Damien Hirst’s Pharmacy

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